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 2007  settembre 09 Domenica calendario

Tutte le spese dello Stato a portata di «clic» perché in una vera democrazia il contribuente ha il diritto di conoscere in dettaglio come vengono usati i soldi che versa alle amministrazioni pubbliche

Tutte le spese dello Stato a portata di «clic» perché in una vera democrazia il contribuente ha il diritto di conoscere in dettaglio come vengono usati i soldi che versa alle amministrazioni pubbliche. Mentre in Italia il ministro del Tesoro, Padoa-Schioppa, denuncia il pericolo di una rivolta fiscale alimentata dalla performance di uno Stato che spende troppo e male, negli Stati Uniti i conservatori del movimento «antitasse» – molto più radicato che nel nostro Paese, nonostante un livello di spesa assai più basso – si sono alleati con la sinistra radicale di Ralph Nader, l’avvocato dei consumatori che ha corso più volte per la Casa Bianca da indipendente, per spingere gli amministratori pubblici non solo a tagliare le spese, ma anche a «mettere in vetrina» tutti i loro conti, rendendoli accessibili on line. Governo e Congresso Usa su questo terreno si muovono con cautela, ma già da quasi un anno il presidente Bush ha firmato una legge, il Federal Funding Accountability and Transparency Act, sulla base del quale è stato creato un sito ( Federalspending. gov) che dal prossimo gennaio offrirà al pubblico informazioni dettagliate su tutti i contratti, gli appalti e le erogazioni di importo superiore ai 25 mila dollari. L’appello firmato da Nader e da Grover Norquist, il presidente di Americans for Tax Reform, è stato accolto con molto più calore in alcuni Stati dell’Unione: ha cominciato nell’autunno scorso Rick Perry, governatore repubblicano del Texas, mettendo tutte le spese del suo ufficio sul web. Poi altri quattro Stati – Minnesota, Kansas, Hawaii e Oklahoma – hanno varato leggi sulla trasparenza che prevedono la pubblicazione su Internet di tutte le spese principali. Due mesi fa il governatore del Missouri, Matt Blunt, è andato ancora più in là, istituendo con un suo decreto il primo portale web ( Mapyourtaxes.mo.gov) attraverso il quale si possono ottenere informazioni su ogni singola spesa. Dal gennaio 2008 verranno messi on line anche i salari dei dipendenti pubblici dello Stato. Ora tocca alla Florida: ha appena insediato una commissione che studia come modernizzare la sua contabilità e renderla facilmente accessibile a tutti. I conservatori antitasse guidati dal controverso Norquist – in passato un assiduo frequentatore della Casa Bianca di Bush, noto per il suo antistatalismo viscerale testimoniato da frasi come «non voglio abolire lo Stato, solo renderlo abbastanza piccolo da poterlo affogare in una vasca da bagno» – sperano che l’esempio dei governatori venga alla fine seguito anche dal governo di Washington. Del resto il Federal Transparency Act è arrivato dopo che Mitch Daniels – il governatore dell’Indiana che in precedenza era stato direttore del bilancio federale proprio nella Casa Bianca di Bush – aveva fatto da battistrada, mettendo per primo on line fin dal 2005 i contratti stipulati dalla sua amministrazione. La speranza, ovviamente, è che, portando tutto in vetrina e accendendo i riflettori, le amministrazioni vengano indotte a contenere le spese e a evitare le operazioni clientelari, quelle che noi chiamiamo pudicamente leggine, mentre gli americani preferiscono usare un’espressione più colorita: pork barrell, il barile nel quale nell’Ottocento veniva conservata, sotto sale, la carne di maiale. Non sempre l’obiettivo di chi impone di pubblicare tutte le spese è quello di tagliare le erogazioni. La trasparenza può anche servire a spendere di più, ma meglio: lo Stato del Texas, ad esempio, ha imposto a tutti i distretti scolastici che non spendono in classe almeno il 65 per cento dei dollari in bilancio di pubblicare on line ogni singola spesa e ogni assegno che viene emesso. Ovviamente, per funzionare, un simile strumento deve essere concepito come un reale servizio al contribuente e non come una pura iniziativa di marketing nella quale la trasparenza si ferma allo slogan. In Italia, ad esempio, qualche Regione ha cominciato a mettere il bilancio on line, ma non ha fatto nulla per offrire dati disaggregati e per renderli comprensibili. Le spese più discutibili vengono spezzettate e inserite in diversi capitoli di spesa nel tentativo di farle passare inosservate. Certo, un simile grado di trasparenza, che certamente costringerebbe gli amministratori a tenere comportamenti più corretti, richiede anche un livello superiore di civiltà nel dibattito politico e un minor ricorso alla demagogia: se ogni dato fornito diventa oggetto di contestazione, il risultato, prevedibilmente, non sarà un’amministrazione più responsabile delle risorse pubbliche, ma la paralisi. Negli Usa conservatori e sinistra alleati per la trasparenza Molte istituzioni hanno messo on line i loro bilanci