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 2007  settembre 09 Domenica calendario

DAL NOSTRO INVIATO

RABAT – «Ha senso votare in un Paese governato da una monarchia esecutiva, dove chi decide tutto è il re?» si chiedeva nell’ultimo numero Tel Quel,
la pubblicazione più libera del Marocco, regolarmente sequestrata e condannata. La risposta che emergeva dall’inchiesta era, in sostanza, no. O almeno non ancora. La stessa che il 63% degli iscritti al voto di venerdì per il Parlamento ha dato standosene a casa, con un’astensione record che pone seri dubbi sulla transizione democratica del Regno. «E cosa succederà al Marocco con la prevista (anche dagli americani) avanzata colossale del partito islamico Pjd che rivendicherà così il governo e il premier? » era la seconda domanda che tutti, tra speranza e timore, si ponevano. Ebbene, la «marea verde» non c’è stata. Anzi: il partito «Giustizia e Sviluppo» ha avuto solo 47 seggi (nel 2002 erano 42 ma si era presentato nel 60% dei collegi, venerdì nel 95% e ne aspettava 75). Soprattutto non si è piazzato primo, come tutti prevedevano. A vincere le elezioni è stato con 52 deputati l’Istiqlal (Indipendenza), storico partito conservatore, già nel governo uscente con una coalizione eterogenea guidata dal socialista Usfp, passato da primo partito a quinto e grande perdente.
«Sono girati fiumi di denaro sporco, hanno comprato i voti» ha denunciato ieri il numero due del Pjd, Lahcen Daoudi. Il suo partito, che si presentava come l’unico «vergine» da corruzioni, in realtà non ha convinto. Il boicottaggio di «Giustizia e Carità», prima forza islamica d’opposizione (illegale ma tollerata), la disillusione degli intellettuali, il disinteresse dei giovani delle élite urbane, soprattutto la disperazione rassegnata dei milioni di poveri delle bidonville e delle campagne hanno pesato di più. Insieme all’incapacità dei partiti di porsi come veri rappresentanti delle istanze della gente. «I nostri politici sono notabili che non fanno il loro lavoro, il Marocco è spaccato in due: una parte corre al ritmo di investimenti, modernità, ricchezza, l’altra resta esclusa da tutto, sempre più povera» dice Hamid Barrada, direttore di TV5-Orient, editorialista di Jeune Afrique.
Soprattutto, e si ritorna alla prima domanda («Ha senso votare...»), la convinzione generale è che finché la nomina di governo e premier spetterà al sovrano, l’economia sarà in gran parte nelle sue mani, i progressi sociali e democratici del Marocco dipenderanno da lui – che pur avanza su questa strada ed è infatti amato – le elezioni conteranno poco. Come i pronostici su come sarà formato il governo (il Pjd parteciperà o sarà all’opposizione?) e su chi sarà premier (probabilmente Fuad El Himma, già «uomo forte» di Mohammad VI). «Dicevano che questo voto doveva segnare una svolta storica – commenta il politologo Mohammad Darif ”. Ma dal 1963 sento dire questa frase e non cambia mai niente. In Marocco tutte le strade portano al Re, sempre solo a lui. E’ ancora così».