Corriere della Sera 9/9/2007, 9 settembre 2007
ARTICOLI SUL VAFFANCULO DAY DI BEPPE GRILLO (TUTTI DEL 9/9/2007)
LA STAMPA
ANDREA SCANZI
L’inizio, come il titolo del resto, non è oxfordiano. Un motivetto che ripete «Ma vaffa...», mentre sul maxischermo scorrono i primi piani di tutti i deputati e senatori italiani. Poi, dopo uno spot contro la legge Biagi («ha creato milioni di schiavi moderni»), parte un filmato, una soggettiva dentro un bagno: la carta igienica è tappezzata da figurine di politici, il primo è Clemente Mastella. Qualcuno la stacca dal rotolo, la butta nel water e tira lo sciacquone. «Da soli non ce la fanno, diamogli una mano». Ad andare a quel paese, s’intende. Tra il pubblico c’è chi si è fatto le treccine rasta all’insù, a riproporre una «V» come V-Day, via di mezzo tra lo sbarco in Normandia e V come vendetta. Gli altoparlanti di Piazza Maggiore trasmettono «Io non mi sento italiano» di Giorgio Gaber, canzone in cui verosimilmente Beppe Grillo si riconosce.
Lui, accusato di essere nient’altro che un Profeta Populista («preferisco definirmi disincantatore»), sale sul palco poco prima delle 17. Davanti ha una platea sconfinata. Era accaduto quattro anni fa anche a Nanni Moretti, a conferma che in Italia gli aggregatori sono sempre più artisti guastatori e sempre meno politici di professione. Il V-Day ha rivolto i suoi strali a tutta la politica, con una rabbia - più che indignazione - in odor di qualunquismo, ma certo la vera sconfitta è la sinistra, che un tempo le piazze sapeva riempirle e le aveva dalla sua parte. Non contro.
«I politici non sanno cosa sta per accadergli», tuona Grillo, applaudito da Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. «In sessant’anni di democrazia hanno affrontato al massimo quattro leggi popolari, non ne conoscono la forza». Bastavano 50 mila firme, prima che i banchetti aprissero erano già 250 mila. In ogni stand c’erano centinaia di metri di coda, letteralmente, come per un concerto degli Stones. Il successo, in termini numerici, è innegabile. «Il V-Day ha avuto più di 200 mila adesioni virtuali, siamo in 220 città in tutto il mondo. Quando ho consegnato la proposta di legge in Cassazione, mi si è avvicinato con aria guardinga un signore distinto, ha detto che era d’accordo con tutto quello che facevo e poi è fuggito. Ho chiesto chi era. ”Il presidente di Cassazione, mi hanno risposto”». Perché l’8 settembre? «Perché da quel giorno del 1943, quando i Savoia fuggirono, nulla è cambiato».
La «legge Grillo» chiede tre cose: limite di due legislature per i parlamentari, elezione diretta dei candidati e - soprattutto - no ai parlamentari condannati in via definitiva. «Ne avevamo 25, in tre anni ne abbiamo depennato uno, Previti. Di questo passo, tra 200 anni abbiamo buone probabilità di avere un parlamento pulito». Per i Meet-Up di Grillo, la mobilitazione ha sfiorato il milione di persone. «Io non ho meriti», dice lui dal palco dopo aver fatto togliere l’etichetta dalla bottiglietta d’acqua (per non fare pubblicità occulta), «sono solo il detonatore. I politici parlano di abusivi, di lavavetri, di parcheggiatori, ma i veri abusivi sono loro. Perfino la mafia è stata corrotta dalla politica. Non sanno neanche usare la Rete: il ministro Gentiloni, invece di rispondere alle domande su Rete4, nel suo blog racconta che quando è in vacanza legge Liala e che il suo passatempo preferito è giocare a tennis con il suo amico Ermete. Ma a noi cosa ce ne frega?».
E’ un fiume in piena, un’apoteosi di «vaffa» ad personam. Cirino Pomicino: «Una volta mi telefonò, disse che facevo l’errore di confondere la giustizia con la politica: lo mandai affan...». Gianni De Michelis: «Pavarotti è morto e lui è ancora vivo: neanche Dio è democratico». Mastella (uno dei suoi bersagli preferiti): «Non mi capacito ancora del fatto che uno così sia davvero ministro della Giustizia. Chi li paga i disastri del suo indulto, chi lo risarcisce il figlio dei coniugi seviziati a Treviso? Mastella non è un uomo, è un equivoco. Passa la vita nel suo blog a rispondere a me, un po’ come se Brown sprecasse il tempo dialogando con Mr. Bean». Santagata: «Credevo che fosse il cantante Tony, invece è un ministro. Ha detto che voglio fondare un partito europeo nel 2009, ma io sono per eliminare i partiti, non per fondarli». Prodi: «Ha detto che vuole riavvicinare la politica ai cittadini, ma se i cittadini lo avvicinassero davvero, fossi in lui avrei paura». Amato: «Straparla di giustizia e legalità, ma dov’era questo ”omino” quando, da presidente dell’Antitrust, non si è accorto dei casi Telecom e Parmalat, dei bond argentini? E’ lo stesso Amato che faceva il segretario nel Psi di Craxi? Dice di temere svolte fasciste, ma l’unica svolta reale sarebbe prenderli tutti a calci nel c...». Non ci sono sconti neppure per Walter Veltroni, che pure nel blog aveva dato la sua - timida - adesione al V-Day: «Non sa di cosa parla, si definisce ecologista ma non conosce la differenza tra obiettivi e mezzi per raggiungerli. Vuole la Tav a basso impatto ambientale e il carbone dolce, come quello della Befana. E’ un uomo sopraffatto dalla confusione di idee».
La serata-fiume si protrae fino a mezzanotte, Grillo prova a smorzare la sua deriva plebiscitaria ripetendo ironicamente «Italiani!», in stile Mussolini. Cita Thomas Jefferson: «Non sono i popoli a dover aver paura dei loro governi, ma i governi a dover temere i loro popoli». Infine saluta i fedeli: «Quella di oggi è stata la Woodstock delle persone per bene. State tranquilli, non perdete tempo a fischiare Bossi e Berlusconi: sono tutti morti».
LA REPUBBLICA
GOFFREDO DE MARCHIS
BOLOGNA - Cofferati è «un funzionario di partito», Amato «un omino», Prodi diventa «Valium», Mastella al ministero della Giustizia «un equivoco», il ministro Santagata «pensavo fosse il cantante» e intona un brano di Tony. Comunque, per tutti c´è un sonoro "vaffa", il rito liberatorio che Beppe Grillo ha scelto per questa giornata contro la politica, i partiti, la destra e la sinistra, i condannati in Parlamento, «il futuro in bocca a gente di 70 anni». Ed è un successo travolgente, 50 mila persone a Bologna, stipate tra Piazza Maggiore e la piazza del Nettuno, a seguire il comizio-spettacolo che va in scena sul palco sistemato sotto Palazzo d´Accursio. E poi tanti altri nelle 200 città coinvolte, migliaia in fila ai banchetti dove si firma una proposta di legge popolare semplice semplice: via i pregiudicati dal Parlamento (25 in questa legislatura), vincolo di due mandati elettivi, ripristino del voto di preferenza. A Torino 5mila, a Firenze 10 mila, a Milano tremila, a Roma duemila, a Napoli diecimila. Alla fine della serata Grillo annuncia: «Siamo a 300 mila firme, abbiamo fatto un referendum».
A Bologna si ride, a volte piegati in due, ma si fa anche sul serio. Con questi "vaffa" la politica dovrà fare i conti, perché i nuovi girotondi non sono solo antiberlusconiani. Hanno un programma che parla di ambiente, di lavoro, di legalità, hanno questa legge trascinata da un mare di sostenitori, hanno rabbia, indignazione. E prima del Partito democratico, che nasce tra un mese (forse già in ritardo) sono davvero post ideologici. Né di qua né di là. I boati, l´entusiasmo esplodono quando il Michael Moore di Genova (oltre agli argomenti si assomigliano per la stazza) attacca sia la destra sia la sinistra. E casca male quel ragazzo che proprio al centro di piazza Maggiore, alza una bandiera rossa piccola piccola. Grillo urla nel microfono: «Toglila subito, porta sfiga. Qui non vogliamo bandiere, siamo noi i protagonisti». La sfuriata raccoglie un applauso fragoroso, nella rossa Bologna. E´ un flash che dice tutto.
Grillo è il mattatore di un lungo pomeriggio, pieno di volti e di testimonianze. Certo, il suo blog è già da tempo il più cliccato d´Italia e il tredicesimo nel mondo, ma questa è gente in carne e ossa. Il comico non li trascinerà in un partito, perché «noi i partiti li vogliamo distruggere, sono il tumore della democrazia». E´ la sua risposta alla certezza del prodiano Giulio Santagata pronto a scommettere sulla scesa in campo di Grillo alle Europee del 2009. Non cavalcherà l´onda, giura Grillo. Anche perché la «vera antipolitica è al governo, in Parlamento. Lasciamoli soli, a masturbarsi». I politici sono «finiti», ma qui servono ancora, se non altro come bersaglio. Grillo fa i nomi dei condannati (Dell´Utri, Bossi, Visco, Pomicino tra gli altri) e raccoglie ovazioni. Dice che «l´omino Amato confonde sicurezza e legalità» e ricorda quando faceva il cassiere di Craxi. Non si dà pace perché «Pavarotti è morto e De Michelis è vivo. Allora, neanche Dio è democratico». Veltroni non «sa di cosa parla», «il funzionario di partito Cofferati non capisce niente di fotovoltaico». Lo sketch su Prodi-Valium va in scena a pochi passi da casa del premier.
«Gli ho portato i risultati delle primarie che abbiamo fatto su Internet per un vero programma. Lui sorrideva con gli occhi chiusi. Ho chiesto a Sircana: che succede? Mi ha risposto: fa sempre così. Allora è accaduta una cosa strana: ho chiuso gli occhi anch´io e mi sono addormentato sul divanetto di Palazzo Chigi». Non riesce a credere che un ministro della Giustizia ogni mattina risponda con un comunicato al suo blog. «A me, a un comico... E´ come se Gordon Brown parlasse tutti giorni con Mr. Bean». Grillo scherza, ride: «Italiani», scandisce eccitato, scimmiottando un po´ Mussolini, ma soprattutto Totò. E´ il V-Day ma anche un Grillo day, con una regia perfetta e tanti ospiti. Luciano Ligabue manda un video, Biagio Antonacci sale sul palco: «Beppe non ti fermare». Il comico non si è fermato neanche vent´anni fa quando per una sua battuta sui socialisti fu epurato dalla Rai. Ha continuano il suo lavoro nei teatri, ha sposato le causa ambientalista, ha incrociato i ferri con il colosso Telecom diventano il rappresentante dei piccoli azionisti, ha aperto un sito che «spazzerà via i giornali e gli altri vecchi mezzi di informazione. Sono come Guttenberg». Urla, s´incavola, «mio figlio Ciro mi chiede di calmarmi un po´, sono inseguito da avvocati e querele». Oggi a seguirlo sono venute le televisioni, le radio, il web, i giornali, Sabina Guzzanti e Marco Travaglio che si ribella alla marea anti-Cofferati. Difende persino Rudolph Giuliani: «Prima della tolleranza zero è stato il sindaco che ha condannato i metodi di Wall Street. E il sindaco di Bologna non è solo quello delle ordinanze contro i lavavetri, è anche il segretario della Cgil che ha portato milioni in piazza per tutelare il lavoro». I lavavetri, ecco. Grillo accusa il dibattito di questi giorni: «Pieno di fesserie, i veri abusivi non sono gli immigrati, ma i politici delinquenti».
La piazza segue una scaletta che è volutamente ricca di facce nuove e di argomenti diversi. L´architetto Majowiecki spiega con delle diapositive come i comuni italiani buttino soldi per ingaggiare suoi colleghi «folli» che costruiscono strutture assurde. E il ponte veneziano di Calatrava ne è l´esempio lampante, si merita un "vaffa" di Grillo e dei 50 mila. I ragazzi di Locri chiedono di non abbandonare la Calabria. Ecco, tutto questo per Grillo è «aprire il tombino, dare ossigeno alla protesta». E la politica? Antonio Di Pietro a Milano firma la proposta d´iniziativa popolare. «Lui è uno perbene», commenta Grillo. Alfonso Pecoraro Scanio sta dalla parte del blogger. Gli altri per il momento stanno a guardare. Non Libero Mancuso, assessore a Bologna e braccio destro di Cofferati. Dice di aver ascoltato una frase ingiuriosa contro Marco Biagi e di aver lasciato la piazza. Grillo a dire il vero ha invocato l´abolizione «della legge Treu e della legge Biagi» senza offendere nessuno.
Mancuso spiega: «La frase a cui mi riferisco è apparsa in un video». Che diceva? «Non ricordo». Insomma, se ne riparlerà. E non solo di questo.
CORRIERE DELLA SERA
GIANNI SANTUCCI
BOLOGNA – Autodefinizioni in crescendo. La prima, sociologica: «Sono solo un tramite del sentimento popolare». La seconda, storica: «Faccio come Gutenberg, lui stampava le Bibbie, la rivoluzione gli cresceva intorno».
Infine: «Io, un detonatore». Cinque di ieri pomeriggio, sole alto su una piazza Maggiore stracolma, Beppe Grillo aggredisce il palco e nei suoi occhi luccica lo sguardo del trionfatore. Sarà pure il demagogo «del qualunquismo e dell’antipolitica » (accusa di Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato), ma dalla sua parte ha i numeri. E li snocciola urlando a una folla che lo osanna: 300 mila firme per una legge popolare sul «Parlamento pulito», mobilitazione in 225 piazze italiane e 30 straniere. V-Day, giornata del «vaffanculo» ai partiti e alla politica. Il Comico esulta: «Siamo la nuova Woodstock, ma i drogati e i figli di... stanno dall’altra parte».
una campagna nata, cresciuta e debordata in Rete. Epicentro, il blog di Grillo. La proposta, in tre punti: fuori i condannati dal Parlamento; massimo due legislature per ogni deputato o senatore; elezioni con voto diretto al candidato e non al partito. Il popolo dei «grilli» risponde: code davanti ai banchetti a Torino, 10 mila firme raccolte a Firenze e Napoli, 3 mila a Roma, moduli esauriti ad Aosta. In mattinata, a Milano, firma anche il ministro Antonio Di Pietro. Che commenta: «Mandare i delinquenti a casa, non in Parlamento». Il premier Romano Prodi non raccoglie l’invito alla petizione che gli viene rivolto a Bari. E un altro ministro, Alfonso Pecoraro Scanio, definisce il V-Day «un grande successo della società civile». Ma nel tardo pomeriggio l’assessore agli Affari istituzionali di Bologna, l’ex magistrato Libero Mancuso, lascia sdegnato la piazza: «Inaccettabili insulti e aggressioni alla memoria di Marco Biagi».
La giornata bolognese inizia con atmosfera apocalittica e musiche da «Gladiatore». Cinquantamila persone in piazza (la questura dice 30 mila, gli organizzatori 200 mila). Immagini sui megaschermi: una grande mano fatta di fiamme che mostra il dito medio; fotogrammi del volto di Grillo con espressione luciferina da Joker. E poi, quando il comico si materializza sul palco, parte una raffica di attacchi. In tutte le direzioni. I partiti? «Sono un cancro per la democrazia. Non ne fonderò mai uno». Il ministro degli Interni Giuliano Amato? «Lotti contro gli abusivi veri e non contro i lavavetri ». Ce n’è per Walter Veltroni: «Dice tutto e il contrario di tutto», e per il sindaco di Bologna Sergio Cofferati (che lo aveva accolto ricordando che «la piazza è di tutti »): «Un acchiappavoti », dice Grillo. Che poi si scaglia contro la stampa in genere («che tiene in piedi il teatrino della politica») e contro il Corriere della Sera:
«Un giornalaccio ». Per poi riaccendere la polemica con l’editorialista Pietro Ichino, «che sul Corriere
mi ha dato del terrorista ». La valanga del «vaffa» si gonfia fino a sera. Interventi di Alessandro Bergonzoni, Marco Travaglio, Sabina Guzzanti. I grandi accusati del V-Day, i politici, per lo più si tengono a distanza. In serata Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, bacchetta: «L’antipolitica è sempre di destra, anche quando pensa di essere di sinistra». Mentre Clemente Mastella, ministro della Giustizia, nei giorni scorsi ha deciso di ribattere agli attacchi di Grillo ricorrendo alle sue stesse armi: attraverso un blog. Il capopopolo del «vaffa» ironizza: «Vi rendete conto? Il ministro di giustizia che dialoga con un comico. Ma te lo vedi, in Inghilterra, Gordon Brown che parla con Mister Bean?».
CORRIERE DELLA SERA, 9/9/2007
LORENZO SALVIA
ROMA – stata la prima persona che ha ricevuto dopo la nomina a ministro dell’Ambiente. Sulla poltrona dello studio di Alfonso Pecoraro Scanio, Beppe Grillo si accomodò che era la fine del maggio 2006. Da allora i due si sentono spesso. «Sarebbe un ottimo ministro – dice il presidente dei Verdi – magari all’energia. Ma dubito che voglia passare dall’altra parte della barricata. Meglio la piazza del Palazzo, perderebbe il suo ruolo di pungolo». Il che non impedisce che la strana coppia possa diventare sempre più affiatata. Il comico smentisce l’ipotesi di un suo partito per le Europee del 2009, ma dice di sperare nelle liste civiche. E Pecoraro Scanio coglie la palla al balzo: «I Verdi sono nati come liste civiche, e anche io penso che queste formazioni siamo fondamentali». Mosse di avvicinamento. Come quella di ieri, con il ministro dell’Ambiente che ha dato il suo appoggio al V-day del comico genovese. Non era in piazza il ministro. E non ha nemmeno firmato la proposta di legge popolare che chiede di non candidare chi è stato condannato in secondo grado e tornare al voto di preferenza. Solo ragioni di opportunità, perché Pecoraro Scanio «condivide tutto» ma un uomo di governo non può partecipare ad una manifestazione che vuole mandare a quel Paese l’intera classe politica.
Ha però dato il suo pieno sostegno sul suo sito internet. Ha mobilitato la tv dei Verdi per trasmettere la manifestazione di Piazza Maggiore. E adesso respinge le accuse di qualunquismo lanciate contro Grillo: «La mobilitazione sugli ideali è sempre positiva, ha regalato all’Italia i progressi più importanti come quelli su nucleare, aborto e divorzio».
Nessun imbarazzo per un politico ad appoggiare una manifestazione che è contro i politici? «No, perché non è contro tutta la politica ma contro quella corrotta e indifferente. E poi ci sono tanti giovani: meglio un eccesso di utopia che l’indifferenza».
Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha appoggiato il V-day sul suo sito Internet, ma non è andato in piazza
CORRIERE DELLA SERA, 9/9/2007
BIAGIO MARSIGLIA
BOLOGNA – «No, questa aggressione Bologna non se la meritava proprio. Gli insulti a Marco Biagi, che a due passi da questa piazza è stato ucciso dalle Brigate Rosse, Grillo e i suoi se li potevano risparmiare... è un’aggressione insensata a chi ha provato tanto dolore e ancora ha tanta rabbia dentro». Libero Mancuso, assessore agli Affari istituzionali del Comune di Bologna, ex magistrato e presidente della Corte d’Assise che ha condannato all’ergastolo proprio i killer di Biagi, gira i tacchi e se ne va. «Il taglio distruttivo di qualunque rappresentanza politica e istituzionale – spiega Mancuso additando il palco del V-day ”, la mancanza di qualunque capacità costruttiva e il cavalcare questo sentimento di crisi della politica così diffuso tra i cittadini sono un inutile gioco al massacro che mette a disagio chi, come me, questa politica sta cercando di cambiarla dal di dentro. Il becero strepitare, le parolacce e gli insulti a tutto e tutti mi mettono a disagio. Mi dispiace per Beppe, di cui resto amico e ammiratore e a cui scriverò, ma spingere all’esasperazione i toni senza offrire un’ipotesi alternativa è sintomo di uno spirito che non mi piace.
Rivendico dunque il diritto di critica e il diritto al disagio». E non ha gradito, l’assessore Mancuso, neppure le critiche rovesciate sul sindaco Sergio Cofferati.
«Critiche gratuite, sbagliate e sommarie – tiene a dire l’ex magistrato ”, critiche che questa città che ha ospitato la manifestazione non meritava. E poi c’è quel precedente del volantino visibile per tanto tempo sul blog di Grillo, quello in cui Biagi e il commissario Calabresi venivano trattati come i responsabili dei mali dell’Italia. Uno di quei volantini è finito tra le mani della vedova Biagi... allora sapete che dico a Beppe? Che faccio come quel vescovo investito dal «vaffa...» di un bambino mischiato tra le gente. Ma tu chi sei, chiese il vescovo al bambino... io ho preso due lauree, ho studiato e pregato tanto, ho fatto il cardinale e ho aiutato tanta gente. Ma tu... tu, scusa bambino, che hai fatto? Niente. Allora sai che ti dico? Che affanc... ci vai tu».
Il napoletano Libero Mancuso è assessore agli Affari generali e istituzionali, ai quartieri e alla cittadinanza di Bologna
LA REPUBBLICA, DOMENICA 9/9/2007 (GROSSO TITOLO D’APERTURA IN PRIMA)
MICHELE SERRA
LA COSA peggiore del "Vaffanculo Day" era il titolo, che dietro l´ammicco "comico" contiene tutta la colpevole vaghezza del populismo. (Vaffanculo, satiricamente parlando, è roba da Bagaglino, non da Beppe Grillo). Ma fermarsi alla crosta greve (e facile) non serve a capire, non aiuta a riflettere. Bisognerà, per esempio, ragionare un po´ meglio sul concetto di "antipolitica", alla luce del successo politico del raduno nazionale convocato dal cittadino Giuseppe Grillo in arte Beppe. Piazza Maggiore gremita per il comizio del leader, decine di altre piazze italiane con la gente in coda per firmare una proposta di legge di iniziativa popolare fatta da tre punti secchi secchi: no alla presenza di condannati in Parlamento, ineleggibilità dopo due legislature, elezione diretta di tutti i candidati. A cominciare dalla piazza piena, luogo simbolico per eccellenza di tutte le cause politiche, sbocco tradizionale di tutti gli umori che da individuali vogliono farsi pubblici, la giornata particolare di Beppe Grillo e dei suoi tanti compagni di avventura è difficilmente inquadrabile, nel male e nel bene, se non dentro il difficile momento politico e civile del Paese. Il manifesto di convocazione, nella sua indubitabile rozzezza (dire che "dal ´43 a oggi in Italia non è cambiato niente" è, per dirla con Grillo, una notevole belinata), era di contenuto squisitamente politico. Almeno due dei tre punti in oggetto (negare ai condannati il diritto di rappresentare il popolo, impedire alle segreterie dei partiti di nominare di straforo i candidati senza passare attraverso il vaglio degli elettori) sono molto difficilmente liquidabili come "qualunquisti". Esprimono, al contrario, un´insofferenza per larga parte condivisibile e condivisa da milioni di italiani, molti dei quali (senza bisogno di vaffanculo) hanno appena fatto la coda per il referendum Segni contro questa indecorosa legge elettorale proprio perché non sopportano più il piglio castale e l´autoreferenzialità malata delle varie leadership di partito. E chiedono la partecipazione diretta dei cittadini alla scelta della propria classe dirigente. Più controverso il terzo punto, perché non è detto che congedare un ottimo politico dopo due sole legislature coincida con il miglioramento della qualità professionale della classe politica (anzi).
Ma quello che lascia il segno, vedendo decine di migliaia di cittadini mobilitarsi attorno a Grillo, alle sue drastiche parole d´ordine, al suo ringhio esasperato, perfino alla sua presunzione di Unto dalla Rete, è constatare, piaccia o non piaccia, che un uomo famoso ma isolato, popolare ma ex televisivo, antimediatico suo malgrado o fors´anche per sua scelta, sia in grado di mobilitare una folla che molti dei piccoli partiti, pur radicatissimi nei telegiornali e sui giornali, neanche si sognano. La rappresentanza di Grillo e del suo blog, dopo la giornata di ieri, esce dal discusso limbo del virtuale e diventa così reale da riuscire a contendere spazio (anche nei telegiornali) alla poderosa, inamidata routine dell´informazione istituzionale.
Va ricordato che ieri, mediaticamente parlando, non era una giornata facile per un outsider sbucato dal suo blog. C´erano i funerali di Pavarotti, moltissimo sport di sicuro impatto (Monza, il rugby, il calcio, il basket), e bucare la copertura mediatica, ritagliarsi uno spazio importante, irrompere nel dibattito non era facile. Grillo c´è riuscito facendo leva solo su Internet, sulla piazza virtuale nella quale ha da tempo installato il suo podio di artista e di polemista. E´ come se una pura ipotesi numerica si fosse materializzata di prepotenza, come se la qualità sfuggente di un´assemblea virtuale fosse diventata quantità evidente. Questo costringe chi dubita della forza politica e culturale di Internet (compreso chi scrive) a rifare un po´ di conti, perché la giornata di ieri, e questo Grillo lo sa, è soprattutto un colpo all´idea di onnipotenza della televisione, una breccia nel muro, un indizio non decisivo ma importante a favore del peso che la rete ha via via acquisito nel determinare orientamenti e scelte di massa.
Di qui in poi, naturalmente, comincia il difficile, per Grillo e per il "suo" movimento. E´ proprio la natura rudemente politica delle richieste messe in campo che non consente comode ritirate nel mugugno o nello sberleffo. Si può essere genericamente riottosi o anche furibondi nella critica, ma una volta che l´umore raggrumato attorno a un leader popolare si fa piazza, si fa raccolta di firme, si fa manifestazione da titolo di telegiornale, muta la natura stessa della mobilitazione. Una proposta di legge non è una pasquinata, non è un gesto dell´ombrello contro il Palazzo, è un passo avanti dentro l´agorà, una pubblica assunzione di responsabilità. Qui si misureranno il peso e il calibro di Grillo e del grillismo da un lato, e del "popolo dei blog" dall´altro: l´organizzazione del dissenso, la sua trasformazione in elemento di rottura e di rinnovamento, sono questioni che impegnano allo spasimo, dalla notte dei tempi, qualunque leader o partito o movimento, compresi molti di quei "professionisti della politica" che, per quanto casta o lobby o Palazzo, negli anni hanno via via dato voce a qualcosa di più che ai propri meri interessi personali. (Ed è proprio questa la debolezza di Grillo: l´indeterminato mugugno contro un "sistema" che contiene al suo interno diseguali responsabilità e diseguali idee rispetto agli assetti sociali, culturali, politici e istituzionali).
In altre parole, la rappresentanza della politica tradizionale è in crisi, ma sostituirla con altra politica è il solo metodo accertato di "cambiare lo stato delle cose", come già sapevano e dicevano i vecchi rivoluzionari.
Amici e detrattori di Grillo, da oggi, seguiranno con mutata attenzione le sue mosse. Già altri movimenti impetuosi (da quello pro-giudici ai tempi di Mani Pulite ai girotondi a infiniti e ricorrenti subbugli studenteschi) sono finiti in niente dopo avere riempito piazze e giornali e telegiornali. E´ mancata, in quei casi, la capacità di trasformare in peso politico l´investitura popolare. Anche in questo caso non resta che aspettare. Cominciando, intanto, a prendere atto di una giornata non consueta, non facilmente incasellabile.
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LA REPUBBLICA, DOMENICA 9/9/2007
CARLO BRAMBILLA
MILANO - «Lasciamo perdere per un momento le battute, le battutacce, i luoghi comuni e i vaffa di Beppe Grillo. Resta un fatto: la denuncia del pericolo che nella democrazia esiste una tendenza oligarchico-partitocratica è sempre molto salutare. E´ una posizione che ha diversi padri nobili nel Novecento. Andiamo alla sostanza del ragionamento. Esiste effettivamente il pericolo reale di una deriva, di una degenerazione della forma partito, in chiave sempre più autoreferenziale. D´altra parte di «partitocrazia» si parlava già con la prima Repubblica. Siamo, come spesso capita, alla solita scoperta dell´aqua calda». Il filosofo Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, non ama particolarmente Beppe Grillo («Grida troppo. Schiamazza. Rischia il qualunquismo. Preferisco la comicità di Benigni»). Però ammette che molte delle richieste del suo fortunato «V-day»di ieri sono giuste e anche sacrosante.
La legge di iniziativa popolare promossa da Grillo per un «Parlamento pulito» chiede che non possano essere candidati i cittadini condannati in via definitiva o in primo e secondo grado.
«Che un condannato in via definitiva non possa sedere in Parlamento mi sembra assolutamente sensato. Direi proprio sacrosanto. La stessa cosa non può valere, invece, per i condannati solo in primo e secondo grado».
Grillo chiede anche che i parlamentari non possano essere eletti per più di due legislature.
«No. Su questo non mi trovo d´accordo. Elemento fondamentale della democrazia è che arbitro del suo voto è soltanto il popolo».
Terza richiesta: no ai parlamentari scelti dai segretari di partito, ma elezioni con la preferenza diretta.
«Si può benissimo auspicare un ritorno al voto di preferenza. Non avrei nulla da obiettare a una legge elettorale che lo preveda. Però stiamo attenti. Durante la prima Repubblica molte persone come Grillo protestavano proprio contro il voto di preferenza, che degenera in lotte correntizie all´interno dei partiti. Esasperando quella oligarchia che si vuole combattere».
Nell´antipolitica cavalcata dai sostenitori del «V-day»non c´è il rischio di scivolare in qualche caso nel qualunquismo?
«Il rischio qualunquismo esiste eccome. Laddove fai politica con la raccolta di firme, coi comici in piazza, con gli schiamazzi e le battute è inevitabile. Fare da cassa di risonanza a certe derive populistiche non è certo fare buona politica. Però bisogna rendersi conto che se tutto ciò avviene è anche per responsabilità della politica».
Il ministro Antonio Di Pietro ha sostenuto ieri con grande energia il V-day di Beppe Grillo, andando a sottoscrivere la proposta di legge a Milano.
«Mi pare nello stile della persona. Lui ha sempre fatto politica così, nel bene e nel male. Ma per carità, non bisogna neanche avere la puzza sotto al naso. La politica ha sempre una sua dimensione propriamente demagogica».
Cosa pensa di un comico che fa politica, organizza battaglie parlamentari, chiama i cittadini in piazza contro i partiti, tiene comizi?
«Il comico fa politica come il poeta, l´attore. Il teatro non è forse politica? Anche il teatro tragico ateniese faceva politica. Noi capiamo oggi forse metà di quelle allusioni politiche. Ma ad Atene chi aveva orecchie per intendere intendeva. Aristofane non faceva politica? accidenti se la faceva. E la faceva in modo molto demagogico. Non lo faceva mica con trattati filosofici alla Aristotele o Platone».
Beppe Grillo come Aristofane?
«Il comico è un uomo di teatro. Il teatro ha sempre avuto anche questa dimensione politica. E il teatro comico è sempre stato violentemente settario. Quindi non scandalizziamoci. Certo resta da vedere se Grillo ha lo spessore di un Aristofane».
LA STAMPA
FRANCESCO GRIGNETTI
Il volto di Enzo Carra, deputato della Margherita, è uno di quelli finiti sui poster di Beppe Grillo. Prima impressione?
«Un gran senso di umiliazione. Non so proprio se me lo merito o no. Anzi, penso di non meritarlo. So bene per quale tipo di reato sono stato condannato. E so anche di averla voluto io, la condanna, perché non accettai le offerte del pm. Molto semplicemente, sotto la pressione del pm, che era Antonio Di Pietro, e che non mi credeva quando dicevo di non sapere, ho preferito essere condannato piuttosto che accettare un compromesso con la mia coscienza».
Se ci fosse stata una legge come quella che vuole Beppe Grillo, la storia d’Italia sarebbe diversa.
«Certo. De Gasperi non avrebbe potuto entrare in Parlamento. E così tanti altri padri della patria. Né Eugenio Scalfari (condannato per i suoi scoop, ndr) avrebbe mai potuto diventare deputato. Ma mi domando se è giusto stabilire che le pene non servono a niente. Che una volta arrivata la condanna, poi il debito non si paga mai abbastanza».
E’ un’idea che a molti piace, lo sbarramento alla politica. E affidando il filtro ai giudici.
«Il procuratore della Corte dei Conti anche lui voleva una legge per impedire a chi è condannato di essere eletto. Ma poi ha chiarito che andrebbe esaminato per quali reati. Perché un conto sono i reati contro la pubblica amministrazione... Ma quelli a mezzo stampa? O quelli cosiddetti politici? Con il caso di Previti s’è visto che esistono pene accessorie come l’allontanamento dai pubblici uffici. E allora, come la mettiamo se un giudice decide di non applicarle, quelle pene accessorie? Continuo a pensare che è il popolo a dover decidere chi far diventare amministratore o deputato». /