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 2007  settembre 08 Sabato calendario

«Non dimenticheremo mai»: il poster bianco con la promessa scritta in azzurro e la bandiera a stelle e strisce, appiccicato dietro il vetro della stazione dei vigili del fuoco di Great Jones Street, mostra i segni del tempo

«Non dimenticheremo mai»: il poster bianco con la promessa scritta in azzurro e la bandiera a stelle e strisce, appiccicato dietro il vetro della stazione dei vigili del fuoco di Great Jones Street, mostra i segni del tempo. Si sta screpolando, i bordi si arrotolano e gli angoli cominciano a strapparsi. Martedì saranno passati 2191 giorni dall´11 settembre del 2001 e New York sta dimenticando. O almeno c´è chi ha voglia di farlo. E non si vergogna a dirlo. Per la prima volta, inaspettatamente, nella città dove per gli attacchi terroristici morirono 2750 persone, si raccoglie fastidio, stanchezza, e cresce una domanda politicamente scorretta: è ancora necessario commemorare l´anniversario del World Trade Center in pompa magna? Il New York Times è stato il primo a dare voce ad un sentimento diffuso e lo ha fatto in prima pagina. «Ci saranno ancora le celebrazioni pubbliche, gli eventi organizzati alla perfezione, la straordinaria copertura mediatica, l´invasione dei souvenir: tutto questo è ancora necessario? E allo stesso livello di decibel?» La risposta non può certo essere univoca, anzi questo è inevitabilmente un dibattito capace di irritare, ferire, ma esiste, e a sei anni dal crollo delle Torri Gemelle l´incantesimo della città unita nella memoria intorno ai suoi morti si è rotto. David Rieff, giornalista e scrittore newyorkese, figlio di Susan Sontag, pensa che «a soli sei anni dall´11 settembre, con il World Trade Center non ancora ricostruito, sia normale e doveroso che ci siano ancora le commemorazioni», ma comprende la domanda e guarda avanti: «C´è da chiedersi se tra quindici anni ci saranno ancora grandi celebrazioni. Le commemorazioni, come le vite, dovrebbero avere una durata limitata, non possono andare avanti all´infinito». Ma esiste un tempo limite per la memoria pubblica? Può essere stabilito? A «Century 21», il grande magazzino che si affaccia sul cratere di Ground zero, hanno aspettato due anni prima di mettere in vendita gli abiti che attendevano quei clienti che li avevano ordinati, ma che non si sarebbero mai presentati a ritirarli. Per Cantor Fitzgerald, la società finanziaria che perse 658 dipendenti nel crollo della Torre Nord dove occupava quattro piani, il periodo del lutto, in cui si ha il dovere di stare con ogni mezzo accanto alle vittime, è stato stabilito in cinque anni: per dodici semestri ha distribuito un quarto dei suoi profitti alle famiglie dei morti. C´è poi il tempo artificiale dei mezzi di comunicazione, le scadenze in cui televisioni, giornali, case editrici, università e istituzioni si mobilitano al massimo. Sono gli anni di demarcazione: cinque, dieci, venticinque e cinquanta. Adesso siamo a sei e non è un caso che il tappo sia saltato proprio ora. «Ogni anno - ha scritto ancora il New York Times - cresce il mormorio sulla stanchezza, la preoccupazione di rivivere un giorno che tutti vorrebbero non fosse mai accaduto. Accadde già alla vigilia del primo anniversario. Ora, molte persone sentono che le commemorazioni collettive e pubbliche sono eccessive, vuote a volte fastidiose». In un dibattito in rete che si è svolto la scorsa settimana la parola d´ordine era guardiamo avanti e c´è chi portava l´esempio dell´Indonesia dopo lo tsunami, che a suo dire costruisce invece di ripetere all´infinito la liturgia del dolore. Ma fuggire non si può, le conseguenze degli attacchi terroristici continuano, sono nei messaggi di Osama Bin Laden che riaccendono angosce e incubi, nelle notizie dall´Iraq e dall´Afghanistan. Sono i due pompieri morti ad agosto nell´incendio del palazzo fantasma della Deutsch Bank, ultimo superstite del complesso del World Trade Center. Sono i resti delle vittime, schegge di ossa di pochi centimetri, che ancora oggi grazie a nuovi e sofisticati esami vengono restituiti ai familiari. Sono le azioni legali per i risarcimenti di 41 famiglie, che andranno in tribunale tra due settimane. Sono le malattie respiratorie che stanno tormentando i soccorritori. Sono gli annunci che risuonano continuamente sulla metropolitana: «State in allerta: se vedete un pacco sospetto». E figlio dell´11 settembre è lo slogan più letto in città, stampato sui cartelloni pubblicitari e su milioni di tesserine dei trasporti pubblici «If you see something, say something», ovvero se vedi qualcosa di sospetto denuncialo subito. Nell´ultimo anno lo hanno fatto in 1970, telefonando alla «Terrorism Hotline», e questa settimana la città li ringrazia con una campagna in cui sottolinea che loro sono il modello da imitare. Il fastidio, da qualche giorno, ha preso le sembianze di un contro-manifesto divertente in cui si legge: «If you see something, get involved». «Se vedi qualcosa, fatti coinvolgere, partecipa»: è un modo per ribellarsi alla paura, per riconquistare un pezzo di memoria collettiva. Perché le conseguenze ci sono e si vedono bene anche nella paranoia che soffoca l´America, non solo Manhattan: «Tenere alta la tensione - sostiene David Rieff - è diventato normale per la vita degli americani da allora. Ora tutti devono far vedere un documento quando entrano in qualunque palazzo pubblico, gli aeroporti sono nel caos per i controlli e ci sono le continue «allerta terrorismo». L´isterismo è oramai il modo normale di operare e la politica ne approfitta, ma ciò non rende le commemorazioni false o da censurare». Alexander Stille, newyorkese, scrittore e professore di giornalismo alla Columbia University, ha toccato con mano il fastidio. «Sì esiste e c´è un motivo e lo dirò senza giri di parole: l´amministrazione Bush ci ha rubato l´11 settembre. Per i newyorkesi era qualcosa di estremamente importante, un lutto collettivo, non aveva nulla di vendicativo, non era proiettato verso l´aggressione di altri popoli, era un senso di tragedia collettiva. Bush ha trasformato l´11 settembre, lo ha strumentalizzato per fini politici e lo ha fatto diventare un momento partigiano e fazioso. Chi aveva vissuto quella tragedia con vera partecipazione prova molto fastidio per questa retorica. Ora è molto difficile riconquistarlo, perché qualunque gesto si faccia è letto come politico e così tanti preferiscono ritirarsi nel privato». Anche martedì prossimo l´attacco terroristico verrà ricordato con una cerimonia in cui ad uno a uno verranno letti tutti i 2.750 nomi delle vittime delle Torri Gemelle. Quest´anno per la prima volta cadrà di nuovo di martedì, ma la cerimonia non si terrà a Ground Zero: a causa dei lavori per la nuova Freedom Tower è stata spostata di un centinaio di metri, a Zuccotti Park. una piazzetta pedonale coperta di panchine e affollata di chioschi che vendono hot dog e hamburger per la pausa pranzo degli impiegati della zona. Gli operai lavorano per preparare le strutture ma i passanti che fermiamo mostrano disinteresse e tirano avanti. Ma per i familiari di chi è morto la cerimonia deve continuare così come è. «La sola idea di fare un passo indietro mi sembra offensiva - sostiene Anita LaFond Korsonsky, che al World Trade Center ha perso la sorella Jeanette - e se qualcuno è stanco della cerimonia, basta che non ci venga, o che cambi canale. Per cambiare le cose non basta affermare che ormai sono passati sei anni. Io non so dire quando sia abbastanza. Alla cerimonia di Ground Zero non ci sono mai andata, l´ho sempre seguita dalla tv. Ho molti amici che la guardano e poi mi chiamano per dirmi di aver sentito il nome di mia sorella. Non avete idea di quanto conforto mi dia. Anche se solo per un istante, lei viene ricordata». In ogni stazione dei vigili del fuoco colpita dal lutto c´è un memorial: sono targhe, sculture, luoghi dove sono stati raccolti oggetti, frammenti della tragedia, altari laici in ricordo dei compagni caduti. Nei primi anni c´era un pellegrinaggio costante di cittadini, c´erano sempre fiori freschi, oggi sono impolverati, non passa quasi più nessuno a fotografarli. Ma lì davanti ogni 11 settembre si ritrovano i colleghi, con la divisa delle grandi occasioni e fanno la loro piccola cerimonia. I più anziani ricordano e poi accarezzano le fiancate delle immense autobotti su cui sono riportati i nomi di tutti i vigili del fuoco che sono rimasti sotto le macerie. Molti di loro sono tra gli oltre mille di cui non è mai stato trovato il corpo. A Ground Zero passano otto milioni di turisti l´anno, il quaranta per cento non sono americani, molti visitano il Tribute WTC Visitor Center, dove si raccontano le storie delle vittime, dei sopravvissuti e dei soccorritori. Qui l´11 settembre viene celebrato tutti i giorni. «Tuesday´s Children» è un´organizzazione no profit che segue i bambini e i ragazzi che hanno perso un genitore, un progetto a lungo termine, che fa cose bellissime nel recupero della memoria e del futuro. Martedì non faranno nulla, ma lo fanno tutti i giorni.