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 2007  settembre 08 Sabato calendario

GIUSEPPE LEGATO

Jousuf apre tutti i camper. E come no? Gli basta un cacciavite, solo questo. E lui scassina qualsiasi roulotte. Lo ha fatto per mesi insieme a una complice. Furti su furti, fino a domenica scorsa. Due poliziotti della Stradale, che non dormivano da due notti per stargli dietro, gli sono saltati alle spalle nell’autogrill Nichelino Sud e lo hanno arrestato. Capolinea.
Dopo 90 giorni e 50 colpi cade la banda dei camper. Erano due cognati, nomadi bosniaci. Lui Jousuf Sulejmanovic anni 35, lei Hadzera Sulejmanovic anni 28. Vivevano in una casa popolare intestata alla moglie dell’arrestato che è anche sorella dell’arrestata: via Scarsellini 12/G. Banda terribile che ha passato al setaccio tutte le stazioni di servizio carburante della tangenziale di Torino. Da Villanova a Settimo sud: 50 colpi, un’enormità. Entravano in azione mentre le vittime dormivano, li narcotizzavano con spray soporifero. Rubavano di tutto: denaro contante e gli ultimi ritrovati high-tech: Ipod, palmare, lettori Mp3, computer portatili.
Quando gli agenti della sottosezione di Polizia stradale coordinati dal sostituto commissario Maurizio Barone sono entrati nell’alloggio Atc ad arrestarli, li hanno trovati seduti su un divano in soggiorno circondati dai piccoli a guardare la Tv su un plasma 42 pollici regolarmente acquistato. Un altro identico era in camera da letto. La refurtiva dei colpi invece era nelle altre stanze. Jousuf, pluripregiduicato per reati contro il patrimonio, quasi se l’aspettava e ha provato a buttarla sul ridere. «Mettiamo un camper in mezzo - ha detto al poliziotto che gli metteva le manette - e vediamo se lo apri prima tu con la chiave o io con un giravite». Di giorno facevano i sopralluoghi nelle stazioni di servizio, la notte poi a bordo di una Bmw 320 nuova fiammante entravano in azione. La donna faceva il palo, l’altro apriva il camper e svaligiava tutto. Solo per caso - e per fortuna - nessuna delle vittime si è svegliata dal sonno. Poteva finire malissimo.
I coniugi Sulejmanovic abitavano nel campo dell’Arrivore fino al 1996. Avevano due figli. Poi lui, ha iniziato a entrare e uscire dal carcere. Lei, a causa di una serie di faide scoppiate all’interno del campo, è stata dirottata in una casa popolare di via Scarsellini 12 nel contesto di un progetto di reinserimento sociale di Rom curato dal comune di Torino e appaltato a cooperative legate al sociale. La donna, al tempo, aveva due bambini. Poi il padre è tornato, ha riconosciuto i primi due figli, ne sono nati altri quattro. Tutti insieme allegramente. Il vicepresidente del consiglio comunale di Torino Michele Coppola e il suo capogruppo Daniele Cantore, annunciano un’interrogazione all’assessore Tricarico: «Vogliamo sapere esattamente con quali modalità è stato concesso un alloggio a una famiglia così immacolata. Ci sono tanti torinesi, o comunque cittadini onesti, che aspettano una casa da anni e non gliela assegnano mai».

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MARIA TERESA MARTINENGO
Sul caso Sulejmanovic siamo in discussione da anni con l’Ufficio Stranieri e Nomadi del Comune». Suor Angela Pozzoli, solidissimo punto di riferimento nel mondo del volontariato torinese, spiega che per capire la situazione di quella famiglia occorre fare un grande passo indietro. «Dieci anni fa - ricorda la religiosa - il Comune chiese ad alcune associazioni di occuparsi dell’inserimento sociale di un gruppo famiglie bosniache che erano approdate al campo dell’Arrivore ed erano in conflitto con le famiglie serbe. Furono messi a disposizione dieci alloggi: sei li accettammo noi del Volontariato Vincenziano, due li prese l’Associazione Zingari Oggi e due La Tenda. Dopo qualche tempo, le altre associazioni si ritirarono e tutti gli alloggi ”per temporanea accoglienza” restarono a noi».
Suor Angela sottolinea modalità e finalità del progetto. «I volontari dovevano e devono occuparsi dell’inserimento scolastico dei minori, del sostegno alle madri. E di un affiancamento educativo - precisa - per far sì che gli inquilini paghino l’affitto e le altre utenze. Quando questo non è possibile, è il volontariato a farsene carico. L’Atc ha sempre ricevuto i pagamenti». Ancora: «La scelta delle famiglie da includere nel progetto e il loro inserimento abitativo sono sempre stati curati dall’Ufficio Stranieri del Comune».
Il progetto ha avuto in generale buoni esiti. «Negli anni c’è stato un grosso turn-over, molte famiglie hanno partecipato ai bandi per l’assegnazione di alloggi popolari e ora stanno in piedi da sole. Di recente ho incontrato in Comune due ragazze che allora erano bambine. Fanno le pulizie, hanno un contratto a tempo indeterminato. ”Siamo come tutti gli altri, con una vita normale”, mi hanno detto riconoscenti».
Poi ci sono storie come quella dei Sulejmanovic. «Quando entrarono nel progetto c’era la madre sola con tre bambini. Lui era in carcere. Negli anni è entrato e uscito varie volte. Mi domando perché abbiano continuato a metterlo fuori. Noi abbiamo sempre segnalato che andava e veniva. Ci abbiamo speso la vita dietro questi casi e di una cosa siamo contenti: i bambini vanno a scuola».

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