Lucia Annunziata, La Stampa 8/9/2007, 8 settembre 2007
Il prezzo che pagano Israele e la Palestina Ho letto la Sua risposta ad una lettrice in merito al problema dei palestinesi
Il prezzo che pagano Israele e la Palestina Ho letto la Sua risposta ad una lettrice in merito al problema dei palestinesi. Ho ripetutamente visitato Israele ed i territori ora sotto Amministrazione palestinese, ma questo è meno. Non ho assolutamente compreso il senso della sua risposta: molto modestamente credo che una certa parte della situazione in cui versano quei disperati nasca anche dal fatto che gran parte della classe politica, intellettuale, giornalistica italiana non abbia mai avuto il coraggio di dir loro che la responsabilità di tutto non è solo di Israele, ma anche - e soprattutto - del loro adagiarsi in una sorta di commiserazione continua. Cecità politica, malafede? Non lo so. Ma Lei continua su questa strada, compatendoli, commiserandoli e addossando gran parte delle responsabilità su Israele. I palestinesi hanno ricevuto aiuti economici che sono circa il doppio di quelli ricevuti dagli Europei durante il Piano Marshall. E che cosa ne hanno fatto? Acquisto di armi, corruzione, soldi alle milizie: investimenti produttivi? Niente. Ancora oggi acqua, elettricità, acqua vengono da Israele. E loro spediscono giornalmente un po’ di razzi verso Sderot o il Negev. Avete una grande responsabilità, voi giornalisti, nel continuare a mantenere questo equivoco. Nessuno dice loro che ormai Israele è una realtà ineluttabile: devono giocoforza accettarla. E nella loro cecità - da Voi ben alimentata - continuano ad allevare generazioni piene di odio. ANGELO MARONGIU Ogni volta che si scrive qualcosa su Israele e la Palestina si tocca un nervo scoperto. E’ successo anche questa volta. La ringrazio della pacatezza della sua lettera, e ritorno sull’argomento. Sono d’accordo con lei quando dice che di soldi i Palestinesi ne hanno avuti e li hanno sprecati - nella mia risposta pochi giorni fa ho infatti esplicitamente scritto di «una classe dirigente corrotta che ha usato questi fondi per riempire le proprie tasche». Ma se si parla di modello economico, c’è anche un secondo aspetto: è un fatto che la Palestina sia stata per anni una dipendenza economica di Israele (una sua «servitù»), dovuta sia alla superiorità tecnologica e imprenditoriale della società Israeliana, sia alle esigenze militari dello Stato di Israele. Proprio l’esempio dell’acqua che Lei fa è perfetto: non è un caso che l’acqua della Palestina viene da Israele, perché il controllo di questa risorsa vitale non può essere abbandonata dal governo di Gerusalemme in mano araba. Nemmeno ora. Scrivere questo significa accusare Israele? Questo è il quesito della sua lettera. Io credo di no. Se qualcuno dei lettori che ogni tanto mi accusa di filoterrorismo si informasse bene sulle mie posizioni, saprebbe che stimo quel Paese, e che nella mia vita ho partecipato a ogni singola manifestazione in difesa di Israele. Descrivere le cose per come sono non è un’accusa dunque: è la descrizione di uno stato di guerra, di cui per altro gli Israeliani pagano un prezzo altrettanto alto, sia pur diverso, da quello dei Palestinesi. Stampa Articolo