Federico Geremicca, La Stampa 8/9/2007, 8 settembre 2007
Dica la verità, signor sindaco, non ci capisce più niente nemmeno lei, vero? Ma alle due del pomeriggio Leonardo Domenici, primo cittadino di Firenze, non è dell’umore migliore; e come ancora gli capita in frangenti così, libera la sua antica anima dalemiana: «Ormai c’è una incontrollabile produzione di titoli a mezzo titoli: se ne fa uno e su quello si monta la polemica
Dica la verità, signor sindaco, non ci capisce più niente nemmeno lei, vero? Ma alle due del pomeriggio Leonardo Domenici, primo cittadino di Firenze, non è dell’umore migliore; e come ancora gli capita in frangenti così, libera la sua antica anima dalemiana: «Ormai c’è una incontrollabile produzione di titoli a mezzo titoli: se ne fa uno e su quello si monta la polemica. Su questa faccenda della sicurezza nelle città, per esempio, molti parlano di cose che non conoscono neanche: dunque prescindendo dai fatti e soprattutto dalla verità». Prenda me: mi ritrovo sulle prime pagine dei giornali catalogato come sindaco-sceriffo, ma vorrei sapere dove e quando ho detto che chiediamo di sostituirci a questori e prefetti. Mi sto davvero stufando. Come se non avessimo già abbastanza rogne così...». E questo alle due del pomeriggio, nel suo bell’ufficio a Palazzo Vecchio. Figurarsi a giornata conclusa, dopo che lo stesso Veltroni è costretto a chiarire che una sua dichiarazione di fine mattinata («In Italia non serve l’ennesima polizia») non era «una presa di distanza né da Cofferati né da Domenici, anche perché non hanno chiesto l’istituzione di un nuovo corpo di polizia». Ma dalle parti del centrosinistra va così, ormai, e non da poco: qualcuno avanza una proposta, la proposta viene più o meno forzata a uso polemico e comincia il can can: radicali contro riformisti, sindaci contro ministri, ”democratici” contro ”rossi”, premier veri e premier ombra, e via litigando. E’ successo sui Dico e sulla droga, sul ”tesoretto” e sulle tasse: ma stavolta è un po’ diverso, perché sul tema-sicurezza la sinistra riformista - nella sua corsa a recuperare terreno nei confronti della destra - sembra davvero aver perso la bussola, finendo forse per spingersi fin troppo avanti, in territori fino a ieri sconosciuti. E così, deve fare i conti non solo con gli attacchi della sinistra radicale ma addirittura - ed è il colmo - con le critiche ”garantiste” di Gianfranco Fini, che proprio a ”La Stampa” ha confessato: «In Italia non c’è bisogno di leggi più severe». Ora, essendo Domenici colui il quale ha riaperto la questione (con la nota ordinanza sui lavavetri, a cura di un suo assessore), è fuori dalla grazia di Dio per come sarebbe stata stravolta e deviata la discussione. Il sindaco di Firenze è in partenza per la Festa dell’Unità di Bologna, ed è intanto bombardato di telefonate perché - come se non bastasse il resto - avendo appena annunciato che non intende candidarsi alla Costituente del Partito democratico, è pressato da ogni dove affinché ci ripensi. «Di questo, se vuole, parliamo dopo - assicura mentre lascia, finalmente, il suo ufficio - prima chiariamo due o tre cose. La prima. Con Amato e Veltroni ci si sente non so quante volte al giorno, non c’è nessun problema nel triangolo governo-sindaci-Pd, nessuno sconfessa nessuno e siamo alla ricerca di cosa è meglio fare. La seconda. Mai chiesti poteri militari, né qui né a Bologna né altrove: quello che chiediamo è già scritto in un disegno di legge (numero 356, primo firmatario il senatore Barbolini, ex sindaco di Modena) depositato al Senato tre anni fa dopo esser stato discusso e vidimato dalla Conferenza delle Regioni, dall’Anci, eccetera eccetera. Non si chiede lo stato di polizia, e i nostri parlamentari meriterebbero una multa da sottrarre alla loro cospicua indennità perché nemmeno lo sanno: e avrebbero potuto invece dimostrare che il centrosinistra non ha scoperto ieri la questione-sicurezza. La terza: questa faccenda che a Firenze arrestiamo i lavavetri mi ha rotto le scatole. Vuole le cifre? Cinquecentosettantanove interventi dei vigili urbani, 80 multe da cinquanta euro, in galera non c’è nessuno e anzi tra un po’ rischiamo di ritrovarli tutti ai soliti incroci». Via da Firenze, ed ecco Bologna. Folla di giornalisti e la musica non cambia. Arriva il sindaco-sceriffo, scherza qualcuno, e Domenici per un pelo non s’infuria. Cita il disegno di legge Barbolini: «Prevede una serie di norme relative alle funzioni che possono essere attribuite, in materia di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza, direttamente dal sindaco alle polizie municipali. Ma chiedere maggiori poteri e competenze non significa volersi sostituire ad altri poteri dello Stato, alla magistratura o alla polizia». Parla, ma ha come la sensazione di parlare al vento: già immagina i titoli del giorno successivo... «C’è gente che sentenzia senza sapere di cosa parla - si sfoga -. Per esempio: noi chiediamo che alcuni reati assumano rilevanza penale, e questo non vuole affatto dire la galera, i famosi tre mesi di carcere che non mi risulta siano mai stati comminati a nessuno. Ma permetterebbe di ricorrere alle cosiddette pene alternative: lavori socialmente utili, per dire, o misure ad hoc, come il divieto di ingresso nei bar in caso di ubriachezza molesta». Qualcuno obietta: ma Veltroni dice che non vuole nuove polizie... Domenici nemmeno, risponde: «Ci siamo sentiti mezz’ora fa, stia tranquillo. E ho appena parlato anche con Giuliano Amato». I compagni e le compagne di Bologna salutano e stringono le mani al sindaco-bello, altro che sindaco sceriffo. Lui, prima partecipa ad un dibattito e poi passeggia un po’ per la festa. Senza bussola nei territori sconosciuti, quelli incontrati dopo l’ammissione che «la sicurezza non è di destra»; e con una bussola dall’ago impazzito, invece, lungo il sentiero del Partito democratico. Anche su questo secondo fronte Leonardo Domenici oggi è protagonista. «Sì, ho scritto al direttore de ”La Nazione” quattro righe per dire che non sarò candidato alla Costituente del Pd - ricostruisce -. Era cominciato un gioco pessimo, e io non posso permettermelo, sono una figura istituzionale, in certi dibattiti - chiamiamoli così - non ci voglio nemmeno entrare». Era soltanto accaduto che un dirigente fiorentino della Margherita aveva contestato la mancanza di fantasia e novità nella preparazione delle liste per il Partito democratico, inserendo anche il nome di Domenici tra i possibili numeri uno. E lei si tira indietro per così poco, sindaco? Proprio ora che i sindaci costituiscono uno dei valori aggiunti del Pd, tanto che - a confronto delle cose concretissime di cui discutono - il dibattito tra i candidati alla segreteria del nuovo partito sembra il ritorno della messa in latino? «Non c’è nessun problema, ho già parlato con Walter e lui sa che lavorerò per il Pd come e più di prima. Quanto al loro confronto, non sarei così pessimista. Veltroni è un sindaco, sa benissimo cos’è che la gente vuole dal nuovo partito». Il discorso sembra chiuso. Sembra. Il cellulare del sindaco di Firenze, infatti, squilla a ripetizione: sono amici e compagni che gli chiedono di non rinunciare. Se non loro, i sindaci, chi può provare a riaggiustare la bussola impazzita di questo centrosinistra di lotta e di governo? Stampa Articolo