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 2007  settembre 08 Sabato calendario

Quando lui esordì con Le piccole vacanze, lei aveva già debuttato alla radio con la Signorina Snob

Quando lui esordì con Le piccole vacanze, lei aveva già debuttato alla radio con la Signorina Snob. Entrambi lombardi, d´una linea eccentrica nutrita di Gadda e di Dossi. Entrambi fieramente borghesi. Entrambi inventori d´un nuovo registro, impastato di ironia e paradosso, con cui narrare un paese sospeso tra le ferite del dopoguerra e l´onda travolgente del boom. Alberto Arbasino e Franca Valeri, in cartellone ieri a Mantova al Teatro Sociale (coordinatore sapiente, Luca Scarlini). Li aspettava fin dal mattino una fila sterminata di spettatori, tutti in sintonia con lo spirito dei due mattatori. I quali entrano in scena quasi con discrezione, lei elegantissima con il suo solito impertinente caschetto e le scarpe bordeaux alla bebè, lui un po´ defilato e galante, le cede il proscenio, ostenta il battimani quando il pubblico ha esaurito il lunghissimo applauso. Si conoscono da una vita, la sera andavano in via Veneto, tra bons mots e couplets da cabaret (è lui che parla), la mattina pranzavano alla Trattoria Romana di via Frattina insieme a Bolognini e Missiroli. Evocano una comunità culturale di cui s´è persa traccia. Lei lo chiama «lo storico della nostra gioventù». Lui la ricambia attribuendola la più importante «enciclopedia delle donne» contemporanea. Qualcuno dal pubblico le domanda: «Che farebbe oggi a Mantova la Signorina Snob?». Lei, con voce roca e un po´ franta: «Probabilmente non sarebbe venuta». Arbasino - «Ci siamo conosciuti quando tu Franca recitavi con i Gobbi. Era un´epoca straordinaria. Se si guarda alla qualità degli attori, dei registi e degli scrittori, non si può non provare rimpianto». Valeri - «Poi ci accusano d´essere nostalgici». Arbasino - «Ma non sono riflessioni sentimentali, piuttosto statistiche. A Milano incontravamo Montale e Buzzati, Soldati e Carlo Bo. A Roma Moravia, Morante e Palazzeschi, e poi il gruppo del Mondo, Mario Pannunzio ed Ercole Patti. La sera potevamo scegliere tra Callas e Wanda Osiris, Strehler o Visconti. Ovunque, in città e in provincia, c´era l´abitudine di leggere. Le poesie di Quasimodo e Ungaretti erano presenti nella conversazione come nella scuola». Valeri - «Il mio teatro era il prodotto d´una ragazza che aveva fatto il liceo. Anche i personaggi beceri provenivano dai ricordi delle persone colte. Io avevo trascorso gli anni della guerra rintanata a leggere Proust. Tra i francesi prediligevo Courteline e Feydeau, così bistrattato dalle nostre edizioni teatrali. Naturalmente avevo una cultura limitata rispetto alla tua, Alberto». Arbasino - «Era la cultura diffusa in quell´epoca. D´altra parte adottasti come nome d´arte Valeri in omaggio a Paul Valéry. Me lo disse Silvana (Ottieri, ndr), che era tua grande amica». Valeri - «Quando recitai a Parigi con i Gobbi vennero a trovarmi i figli di Valéry. Mi accolsero cordiali: "Madame Valeri, nous sommes un peu de la même famille?". "Sì, parentissimi!"». Arbasino - «Mi ricordo il tuo debutto teatrale, ancora prima dei Gobbi. Eri già famosa come Signorina Snob, nella quale riversavi deformandola la buona società milanese da cui provenivi. Tutti noi rimanemmo fulminati. Così andavamo ad applaudirti quando portavi in scena la bassottina del signor Bonaventura. L´effetto era surreale, ovazioni per un cagnolino». Valeri - «Sai come cominciò la Signorina Snob? Io avevo già debuttato grazie all´aiuto di Valentino Bompiani in una compagnia di teatro ebraico. Poi conobbi Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci, i "cocchi" di Vittorio De Sica. Mi ero attaccata a loro perché progettavano di andare a Parigi. Ma essendo io donna, milanese e profondamente borghese - non ho mai rinnegato queste origini! - loro pensavano che fossi un po´ noiosa. Allora Vittorio meditò: come liberarsi di questa ragazza? E mi presentò in modo comico a un dirigente Rai: "Guardi, è spiritosissima, molto brava, ma è imprendibile. Sa, è molto ricca, con la mania di viaggiare". Non era vero, ma il dirigente mi volle incontrare. Così cominciò la Signorina Snob. In poche settimane diventai famosa. Vittorio e Alberto, a Parigi, così così». Arbasino - «Poi però andaste a Parigi e Vittorio ti sposò». Valeri - «Eravamo molto conosciuti. Uscivano le paginate su Le Figaro e Le Monde. Questo ci consentì di tornare in Italia con straordinarie credenziali». Arbasino - «In breve tempo, passaste dalle piccole sale francesi ai grandi numeri del cinema Augustus di Genova. Che effetto ti fece?». Valeri - «Pensando all´incasso, era molto meglio». Arbasino - «Io avevo già cominciato con disinvoltura e spensieratezza a scrivere di musica senza essere né esperto né erudito. Con grande libertà raccontavo quel che vedevo e sentivo. Poi le teorie di Barthes ed Eco sul "messaggio" e sul "destinatario" mi avrebbero incoraggiato in questa direzione». Valeri - «La passione per la musica mi venne da bambina. Avevamo un palco bellissimo alla Scala, in prima fila». Arbasino - Il mio L´Anonimo lombardo parlava d´una prima della Scala che sarebbe diventata mitica, Medea con la Callas. Anni dopo la Callas con il suo accento veronese, un po´ lamentoso, mi avrebbe confidato: "Fu terribile. Dovevo scendere le scale con un vestito pesantissimo, attenta alle pieghe neoclassiche, da me sostenute con incredibili colpi di tacco. Non so come ho cantato"». Valeri - «I ricordi comuni sono tanti. Ti rammenti quella volta a pranzo con Gadda?». Arbasino - «Ti sedesti a tavola e osasti: "Senta Ingegnere non potremmo mettere in scena una sua pièce teatrale o una prosa?". Lui impassibile: "Come la desidererebbe ella codesta pièce? In versi o in prosa o in cosiddetto verso libero? E in quanti atti? Mi dica ella come la desidera? Si potrebbe progettare in tre atti unici, con madre figlia e nipote che per avidità tipicamente milanese perdono l´amore della loro vita. Ma a questo punto, visto che le ho dato l´idea, se la può scrivere lei"». Valeri - «Anche meglio, aggiunse cortese. Tempi memorabili». Arbasino - «Se si mettono a confronto i diversi dialetti italiani, la città che ha più consuetudine con l´ironia è Milano. Non basta Carlo Porta, ma anche le pagine di Dossi, che raccoglieva le battute dei milanesi del suo tempo. Quella del Belli, sferzante e tagliente, non è ironia». Valeri - «Lo spirito romano è un po´ villano. Ma io l´ho sfruttato». Arbasino - «Mi viene in mente uno di quei produttoracci romani quando Flaiano gli porse le condoglianze per la morte della sua genitrice. "Ah Flaià, che t´ho da dì: la morte della madre so´ cazzi!"». Valeri - «Quando mi chiedono dell´ironia, m´imbarazzo. E´ una dote innata». Arbasino - «In te agisce la vena lombarda, ma anche il tipico umorismo ebraico». Valeri - «Mi domandano spesso perché non compaio più nel piccolo schermo. Ma non è il mio mestiere far parte della Tv di oggi».