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 2007  settembre 08 Sabato calendario

Ho conosciuto Jamar Perry nel settembre 2005, al grande centro d´accoglienza gestito dalla Croce Rossa a Baton Rouge, Louisiana

Ho conosciuto Jamar Perry nel settembre 2005, al grande centro d´accoglienza gestito dalla Croce Rossa a Baton Rouge, Louisiana. Era in fila per la cena, distribuita con parsimonia da giovani e sorridenti adepti di Scientology. Ero appena stata fermata per aver parlato agli sfollati senza essere scortata da qualcuno dell´ufficio stampa, e ora stavo facendo del mio meglio per confondermi nella folla: una canadese bianca in un mare di afroamericani del Sud. Mi infilai nella coda per la cena, dietro Perry, e gli chiesi di parlarmi come se fossi una vecchia amica, cosa che lui fece di buon grado. Nato e cresciuto a New Orleans, era fuggito dalla città inondata una settimana prima. Dimostrava circa diciassette anni, ma mi disse di averne ventitré. Lui e la sua famiglia avevano atteso a lungo gli autobus per l´evacuazione; non vedendoli arrivare, si erano messi in marcia sotto il sole cocente. Infine si erano ritrovati lì, in un enorme centro congressi, un tempo teatro di convention farmaceutiche e «Carneficina nella Capitale: Il Meglio del Wrestling», ma che ora era invaso da duemila letti da campo e una folla di gente arrabbiata ed esausta, guardata a vista da nervosi soldati della Guardia nazionale appena tornati dall´Iraq. La notizia che quel giorno stava facendo il giro del centro d´accoglienza era che Richard Baker, un importante membro repubblicano del Congresso nonché loro concittadino, aveva detto a un gruppo di lobbisti: «Siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l´ha fatto per noi». Joseph Canizaro, uno dei più ricchi costruttori di New Orleans, aveva da poco espresso sentimenti analoghi: «Credo che abbiamo di fronte una tabula rasa da cui ripartire. E grazie a questa tabula rasa abbiamo grandi opportunità». Per tutta quella settimana l´Assemblea legislativa statale della Louisiana a Baton Rouge aveva brulicato di lobbisti aziendali intenti ad assicurarsi quelle grandi opportunità: meno tasse, meno regole, manodopera meno costosa e «una città più piccola e più sicura» - che in pratica valeva a dire radere al suolo le case popolari e sostituirle con condomini. A sentire tutti i discorsi su «nuovi inizi» e «tabula rasa», si rischiava di dimenticare il brodo tossico di macerie, rifiuti chimici e resti umani che distava solo qualche miglio di autostrada. Jamar non riusciva a pensare ad altro. «A me non sembra davvero un modo per ripulire la città. Quel che vedo io è che nelle zone povere sono morte un sacco di persone. Persone che non avrebbero dovuto morire». Parlava a voce bassa, ma un uomo più anziano in fila davanti a noi lo sentì e si voltò di scatto. «Ma cosa diavolo crede quella gente a Baton Rouge? Questa non è un´opportunità. E´ una stramaledetta tragedia. Sono ciechi?». Una madre con due bambini intervenne. «No, non sono ciechi, sono cattivi. Ci vedono benissimo». Tra coloro che videro opportunità nelle acque che sommersero New Orleans ci fu Milton Friedman, grande guru del movimento per il capitalismo sfrenato, nonché l´uomo cui dobbiamo la bibbia dell´economia globale contemporanea basata su un´estrema mobilità. Benché novantatreenne e piuttosto cagionevole di salute, «zio Miltie» - così lo chiamavano i suoi seguaci - trovò le energie per scrivere un editoriale per il Wall Street Journal tre mesi dopo la rottura degli argini. «La maggior parte delle scuole di New Orleans è in rovina» osservò Friedman «come lo sono le case dei bambini che le frequentavano. Quei bambini ora sono sparsi per il Paese. Questa è una tragedia. Ma è anche un´opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo». L´idea di Friedman era che, invece di spendere parte dei miliardi di dollari destinati alla ricostruzione per ripristinare, migliorandolo, il preesistente sistema delle scuole pubbliche a New Orleans, il governo avrebbe dovuto fornire alle famiglie dei buoni spesa, da usare presso istituzioni private, molte delle quali a scopo di lucro, sovvenzionate dallo Stato. Era essenziale, scriveva Friedman, che questo mutamento epocale del sistema scolastico non fosse una misura provvisoria, d´emergenza, ma piuttosto «una riforma permanente». Una rete di think tanks conservatori si gettò sulla proposta di Friedman e calò sulla città dopo l´uragano. L´amministrazione di George W. Bush appoggiò i loro piani con decine di milioni di dollari per convertire le scuole di New Orleans in «scuole charter», ovvero scuole pubbliche gestite da enti privati secondo le proprie regole. Le scuole charter sono fonte di profonde disuguaglianze negli Stati Uniti, e in particolare a New Orleans, dove vengono viste da molti genitori afroamericani come un modo di ribaltare le conquiste del movimento per i diritti civili, che garantiva a tutti i bambini lo stesso standard educativo. Per Milton Friedman, d´altro canto, l´intero concetto di sistema scolastico statale puzzava di socialismo. A suo parere, la funzione dello Stato era quella di «proteggere la nostra libertà sia dai nemici esterni sia dai nostri concittadini: mantenere la legalità e l´ordine, conferire forza operativa ai contratti privati, salvaguardare la competitività di mercato». In altre parole, garantire il servizio di polizia e l´esercito; ogni altra cosa, ivi compresa l´istruzione gratuita, costituiva un´indebita ingerenza nel mercato. In stridente contrasto con la lentezza geologica nella riparazione degli argini e nel ripristino della rete elettrica, la vendita all´asta del sistema scolastico di New Orleans si svolse con rapidità e precisione militari. Nel giro di diciannove mesi, quando la maggior parte dei cittadini poveri era ancora in esilio, il sistema delle scuole pubbliche di New Orleans era stato quasi completamente rimpiazzato da scuole charter gestite da privati. Prima dell´uragano Katrina, il comitato dei direttori d´istituto gestiva 123 scuole pubbliche; ora solo quattro. Prima di quell´uragano, c´erano state sette scuole charter private in città; ora ce n´erano trentuno. Gli insegnanti di New Orleans erano stati rappresentati da un sindacato forte; ora il contratto sindacale era stato stracciato, e tutti i suoi 4700 membri erano stati licenziati. Alcuni insegnanti, tra i più giovani, furono riassunti dalle scuole charter, con salari ridotti; ma tutti gli altri no. New Orleans era adesso, secondo il New York Times, «il principale laboratorio nazionale per l´uso su larga scala delle scuole charter», mentre l´American Enterprise Institute, un think tank friedmaniano, esclamava raggiante che «Katrina ha ottenuto in un giorno (...) ciò che i riformatori scolastici della Louisiana non erano riusciti a ottenere in anni di tentativi». Gli insegnanti delle scuole statali, intanto, mentre vedevano i soldi destinati alle vittime dell´inondazione impiegati per cancellare un sistema pubblico e sostituirlo con uno privato, chiamavano il progetto di Friedman «un esproprio educativo». Definisco «capitalismo dei disastri» questi raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a eventi catastrofici, legati a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato. L´editoriale su New Orleans si rivelò l´ultimo suggerimento pubblicamente espresso da Friedman; meno di un anno dopo, il 16 novembre 2006, morì all´età di novantaquattro anni. (...) Per più di trent´anni, Friedman e i suoi potenti seguaci avevano perfezionato proprio questa strategia: attendere il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock, quindi sfruttare le risorse dello Stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati, e poi agire rapidamente per rendere «permanenti» le riforme. In uno dei suoi saggi più influenti, Friedman formulò la panacea tattica che costituisce il nucleo del capitalismo contemporaneo, e che io definisco «dottrina dello shock». Osservava che «soltanto una crisi - reale o percepita - produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile». Alcune persone accumulano cibo in scatola e acqua in previsione di grandi disastri; i friedmaniani accumulano idee per il libero mercato. E quando la crisi colpisce - ne era convinto il professore dell´Università di Chicago - è fondamentale agire in fretta, imporre un mutamento rapido e irreversibile prima che la società tormentata dalla crisi torni a rifugiarsi nella «tirannia dello status quo». (...) Friedman imparò a sfruttare uno shock o una crisi su larga scala verso la metà degli anni Settanta, quando fece da consigliere al dittatore cileno, il generale Augusto Pinochet. Non solo i cileni erano in stato di shock dopo il violento colpo di Stato di Pinochet, ma il Paese era anche traumatizzato da una grave iperinflazione. Friedman consigliò a Pinochet di imporre una trasformazione fulminea dell´economia: tagli fiscali, libero scambio, privatizzazione dei servizi, tagli alla spesa sociale e deregulation. Alla fine, anche i cileni videro le loro scuole pubbliche rimpiazzate da istituti privati sovvenzionati mediante buoni spesa. Era la più estrema trasformazione in senso capitalistico mai tentata sino ad allora, e divenne famosa come la «Rivoluzione della Scuola di Chicago», dato che molti degli economisti di Pinochet avevano studiato con Friedman presso quella università.