Brunella Torresin, la Repubblica 8/9/2007, 8 settembre 2007
BOLOGNA
Superstizioso, al punto da portarsi al seguito una maga. E intemperante - non solo con il cibo, qualsiasi cibo. Ma generoso, pure, fino alla caricatura. un altro Luciano Pavarotti, l´uomo e non solo l´artista la cui vita ha occupato l´esistenza e carriera di Leone Magiera, suo amico, accompagnatore inseparabile e direttore d´orchestra per una vita. Modenesi entrambi, un anno d´età di differenza, sono stati compagni di scuola fin dalle elementari, al collegio dei padri Salesiani. Giocavano a pallone in cortile, e però amavano la musica che ascoltavano in chiesa, indulgendo su una china così pericolosa che il superiore padre Cogliati si sentì in dovere di ammonirli: «Voi due, proprio voi due, se continuate a pensare alla musica farete la fame».
Il primo concerto Leone Magiera lo tenne a 13 anni, e Mirella Freni, che era con lui sul palco, ne aveva 12. Leone si è diplomato a 18 anni in pianoforte, al Conservatorio di Parma, e a 19 Luciano gli chiese un´audizione. Fu l´inizio di tutto: «Di almeno mille serate in ogni angolo del pianeta». Non si sono mai divisi. Hanno girato il mondo. E, no, non hanno mai fatto la fame. Però il cibo è rimasto sempre croce e delizia del grande tenore. «Era un mangiatore spaventoso. Soprattutto da giovane». Eppure non si direbbe, a giudicare dalle fotografie che lo ritraggono al mare o in forza alla squadra di calcio. «Al termine di una recita trionfale dei Puritani a Bologna il gestore del ristorante di fronte al teatro gli disse: maestro, ma lei lo sa che io preparo 53 tipi diversi di primi? E lei lo sa, ribatté Luciano, che io sono capace di mangiarli tutti?». Ne consumò 25: venticinque porzioni intere di prime portate. «Non scherzava, no. Ma si è rovinato la salute». Il peso massimo mai raggiunto? « arrivato a 186 chili, certificati da un ricovero all´ospedale».
Luciano ritraeva se stesso, a penna o a matita, in forma d´elefante. Altre volte come clown danzante. Amava mangiare e dunque adorava le persone che mangiavano con lui: «Gli dicevi d´aver fame, e ti ricopriva d´ogni ben di dio. Per molti anni aiutò con un assegno mensile il tenore Ferruccio Tagliavini, anziano, e costretto in un ospizio». Nel camerino di Luciano Pavarotti non dovevano mancare ghiaccio, acqua e mele: «Le mele, secondo una tradizione ottocentesca, schiariscono la voce. Ghiaccio e acqua attenuano le infiammazioni da sforzo vocale».
Superstizioso, Pavarotti lo era, e molto. Di quante superstizioni sei vittima?, lo irrideva Breslin, il suo agente americano «Tutte quelle esistenti», rispondeva. Scaramantico, quindi: «I chiodi raccolti in palcoscenico, che poi teneva in tasca. Era capace di tenere in tasca un chiodo per mesi». Già celeberrimo, viaggiò assieme a una maga: «Una veggente, direi». Per quanto tempo? «Due anni, per due anni la maga lo seguì ovunque. E la pagava a peso d´oro». Poi Luciano si stancò, e la lasciò a casa. Ma guai a chi indossasse il colore viola: «Era capace di aggredirti e sbatterti fuori insultandoti». Guai anche ai gatti neri. Alle scale sotto cui passare. A chi rovesciava il sale a tavola. E guai a cantare La forza del destino: «Non la volle mai incidere, né interpretare. Ci provammo. Una volta mi convocò a Pesaro per iniziare a studiarne il primo atto. Ma trovò una scusa per mandare all´aria tutto». Guai anche agli aerei: «Ma questo è più comprensibile: era a bordo del volo da Londra che atterrò fuoripista alla Malpensa. La fusoliera si spezzò. Luciano si ritrovò col sedere per terra senza sapere nemmeno lui perchè». I feriti furono 60. «Lo stesso Luciano ne ebbe un danno permanente all´orecchio sinistro. Fece causa alla Twa e la vinse».
Era un uomo difficile. Come lo sono i grandi uomini. «Ma le sue intemperanze, per quanto aspre, duravano poco. Pochi minuti, e s´era già pentito. Chiedeva scusa. Come lo chiese al pubblico della Scala dopo Don Carlo. Ed era come se porgesse il petto e dicesse: sparami addosso, me lo merito. Ma non potevi. Perché lui era la vita, ed era la musica, e nella musica faceva scivolare dentro la vita».