Sergio Romano, Corriere della Sera 8/9/2007, 8 settembre 2007
Durante la guerra di Corea, il generale MacArthur, in più di un’occasione, si mostrò favorevole all’utilizzo dell’arma atomica per stroncare l’intervento cinese a fianco dei nordcoreani
Durante la guerra di Corea, il generale MacArthur, in più di un’occasione, si mostrò favorevole all’utilizzo dell’arma atomica per stroncare l’intervento cinese a fianco dei nordcoreani. Potrebbe cortesemente chiarire i motivi per i quali il presidente Truman (che nulla ebbe a obiettare nei casi di Hiroshima e Nagasaki) si rifiutò sempre di prendere in considerazione questa opzione, arrivando persino a destituire il generale MacArthur? Stefano Leonzio ste.fun@tiscali.it Caro Leonzio, quando le truppe della Corea del Nord invasero la Corea del Sud e conquistarono Seul, il generale Douglas MacArthur era il comandante delle forze americane in Estremo Oriente. A Tokio, dove fu per alcuni anni una sorta di proconsole degli Stati Uniti, aveva un potere imperiale e lo esercitava con narcisistico compiacimento. Il presidente Harry Truman conosceva il suo stile e lo considerava una «primadonna ». Ma quando alcuni dei suoi migliori consiglieri gli suggerirono di metterlo a riposo e di affidare il comando a un altro generale, Truman preferì evitare un gesto che sarebbe stato criticato da una larga parte della pubblica opinione. Mise in chiaro, tuttavia, che intendeva evitare l’estensione del conflitto alla Cina, il coinvolgimento delle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek o, peggio ancora, quello dell’Urss. MacArthur avrebbe dovuto astenersi da giudizi politici e limitarsi a fare la guerra. All’inizio i rapporti tra il presidente e il generale furono buoni. MacArthur propose un’operazione rischiosa (lo sbarco di un forte contingente americano sulla costa occidentale della Corea, a Inchon) e Truman, nonostante le riserve di alcuni suoi consiglieri, approvò il piano. Quando l’operazione dette buoni risultati e permise la riconquista di Seul, riconobbe i meriti di MacArthur e gli fece le sue congratulazioni. Vi fu persino un incontro tra i due, su un’isola del Pacifico, durante il quale il generale trattò Truman «alla pari », come se l’Estremo Oriente fosse la sua casa e il presidente degli Stati Uniti soltanto un ospite. Lo accolse con la camicia aperta sul collo, un berretto vecchio e sporco (era diventato il suo segno distintivo) e, invece del saluto militare, una cordiale stretta di mano. Il clima cominciò a guastarsi quando 260.000 «volontari» cinesi, il 28 novembre 1950, attaccarono improvvisamente le forze dell’Onu e costrinsero gli americani a ritirarsi nuovamente oltre Seul. MacArthur sostenne che occorreva cambiare strategia e colpire la Cina: 30 o 40 bombe atomiche sulla Manciuria e sulle principali città della Repubblica popolare. Truman respinse la proposta e preferì attendere che il generale Ridgeway, a cui era stato affidato il comando delle truppe sul campo, riorganizzasse le forze armate in Corea e guadagnasse tempo. I successi di Ridgeway resero MacArthur sempre più irritato e impaziente. Da Tokio l’ambasciatore degli Stati Uniti riferì che aveva ora un altro piano: separare la Corea del Nord dalla Manciuria disseminando scorie nucleari lungo il fiume Yalu. La goccia che fece traboccare il vaso fu uno scambio di lettere del generale con Joe Martin, capo dell’opposizione alla Camera dei rappresentanti. Martin fece un discorso in cui attaccò ferocemente Truman e ne mandò copia a MacArthur. Nella sua risposta il generale dette la sensazione di approvare il tono e gli argomenti del parlamentare. Sostenne che occorreva chiamare in campo le forze nazionaliste di Chiang e sconfiggere il comunismo in Asia. Era una dichiarazione di guerra alla Cina. Quando Martin decise di dare alla stampa la risposta di MacArthur, Truman non ebbe esitazioni e, d’accordo con i suoi principali consiglieri, decise di destituirlo. L’11 aprile 1951 il Washington Post annunciò, con un titolo che occupava tutta la prima pagina: «Truman licenzia MacArthur». Con quella decisione Truman raggiunse tre obiettivi. Evitò lo scoppio della terza guerra mondiale. Riaffermò la prevalenza del potere politico sul potere militare. Dimostrò che la bomba atomica era l’arma della dissuasione e il suo maggiore valore strategico consisteva nell’impedire che altri ne facessero