Bill Emmott, Corriere della Sera 8/9/2007, 8 settembre 2007
Non importa che il gatto sia bianco o nero, ripeteva Deng Xiaoping, purché acciuffi il topo. Il grande leader cinese tentava di convincere i suoi compagni comunisti della necessità di accettare il capitalismo e la proprietà privata, qualora avessero reso la Cina più prospera e potente
Non importa che il gatto sia bianco o nero, ripeteva Deng Xiaoping, purché acciuffi il topo. Il grande leader cinese tentava di convincere i suoi compagni comunisti della necessità di accettare il capitalismo e la proprietà privata, qualora avessero reso la Cina più prospera e potente. una buona massima, quella del gatto, per chiunque in Europa sia intento a riflettere sulla privatizzazione: dimenticare l’ideologia per concentrarsi sul rimedio più efficace, sia esso la proprietà statale o una privatizzazione. Londra, tuttavia, ha saggiato i limiti di questa teoria. Il governo Labour ha voluto sperimentare il gatto grigio, e i pendolari che usano ogni giorno la metropolitana ne stanno pagando le conseguenze. Mi spiego meglio: nel 1997, quando i laburisti salirono al potere, Tony Blair e Gordon Brown volevano dimostrare sia che le privatizzazioni erano ben accette, sia di non essere ideologi thatcheriani; inoltre, miravano a tagliare il debito pubblico. Pertanto, hanno azzardato una soluzione magica: una public-private partnership (Ppp), in virtù della quale i servizi pubblici furono affidati a imprese e società private su base contrattuale. Le società private avrebbero garantito le risorse finanziarie e, presumibilmente, si sarebbero accollate gli eventuali rischi. Una delle più controverse applicazioni di tale modello ha riguardato la metropolitana di Londra, meglio nota come «Tube», che all’epoca necessitava di urgenti investimenti e riparazioni. I mega-contratti di manutenzione, di cui fino ad allora erano responsabili i lavoratori del settore pubblico, furono affidati a due società private. Una delle quali, Metronet, ha ora dichiarato lo stato di fallimento. Gli addetti alla manutenzione chiedono che il governo, o il sindaco di Londra, garantiscano loro il posto di lavoro e la pensione. Nonostante la promessa sia stata fatta, uno dei sindacati ha indetto tre giorni di sciopero questa settimana, e probabilmente altrettanti la prossima. Il sindaco Ken Livingstone si è sempre opposto alla Ppp, mentre il neo Premier Gordon Brown è tra i favorevoli. I pendolari, cui la metropolitana londinese propina quotidianamente un servizio – quando va bene – più che scadente, si ritrovano oggi ancor più penalizzati. Ciò premesso, il punto è: che conclusioni trarre in merito alla privatizzazione? Innanzitutto, che le Ppp sono state uno sbaglio. Una soluzione imperfetta che non ha risolto alcunché. Il rischio effettivo è rimasto sulle spalle del governo. In compenso, quest’ultimo ha perso ogni controllo sulla manutenzione delle ferrovie. L’esito di tutto ciò non avrebbe potuto essere peggiore. Gordon Brown si rifiuta di ammetterlo. Ma è indubbio che il sindaco Livingstone abbia ragione. La seconda risposta la dà Deng Xiaoping: niente ideologie sulle privatizzazioni. Il caso delle ferrovie è particolarmente problematico. I naturali vantaggi del mercato, garantiti dalla spinta alla concorrenza e dall’innovazione, si realizzano molto raramente. Sì, le ferrovie competono con le autostrade e le compagnie aeree, ma solo indirettamente. Angela Merkel è giunta alle stesse conclusioni quando, qualche settimana fa, il suo governo ha discusso la privatizzazione della Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche. L’esperienza della Gran Bretagna al riguardo è stata pessima: privatizzare la manutenzione e la gestione della rete ferroviaria significa soltanto generare più caos. Se il sistema delle ferrovie pubbliche non funziona, per quelle private non può che valere lo stesso. Bene ha fatto la Germania a mantenere pubblica la rete. Diverso il discorso per le compagnie aeree, settore caratterizzato da forte concorrenza e ampia possibilità di scelta: qui i vantaggi della privatizzazione sono stati evidenti. Lasciare Alitalia in mano allo Stato non ha alcun senso, perché la compagnia non potrà che accumulare ulteriori perdite. Ma il caso delle ferrovie, e in particolare delle reti che servono i pendolari nelle metropoli più caotiche, è diverso. Favorire la concorrenza è difficile e l’utente non ha molte alternative. La gestione pubblica del trasporto su ferro è dispendiosa e problematica. Non più, però, di quanto non lo sia per il settore privato. La speranza è che, a un quarto di secolo dalla rivoluzione mondiale innescata da Margaret Thatcher e Ronald Reagan con l’introduzione della privatizzazione e la deregulation, i leader politici riescano a scrollarsi di dosso le parzialità ideologiche pro o contro le statalizzazioni e privatizzazioni. L’importante è che il gatto acciuffi il topo, nulla più.