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 2007  settembre 07 Venerdì calendario

PEZZI SULLA MORTE DI PAVAROTTI (DAI GIORNALI DEL 7/9/2007)


LA GAZZETTA DELLO SPORT
«Penso che una vita per la musica sia una vita spesa bene ed è a questo che mi sono dedicato». Con questa frase, pubblicata sul sito ufficiale accanto a un’immagine sorridente, Luciano Pavarotti è uscito di scena. Il grande tenore, uno dei simboli più popolari dell’Italia nel mondo, è morto ieri mattina alle 5 nella casa alle porte di Modena, a 71 anni. Soffriva di un cancro al pancreas: nel 2006 era stato operato, ma nei mesi scorsi le sue condizioni erano peggiorate. L’8 agosto, per una febbre troppo alta, era stato ricoverato al Centro oncologico del Policlinico di Modena, dove era rimasto per 18 giorni.
Anche a casa era seguito dagli oncologi, ma giovedì lo stato di salute di «Big Luciano» è precipitato.
Pavarotti aveva al suo fianco la seconda moglie Nicoletta Mantovani, che aveva sposato dopo 36 anni di matrimonio con Adua Veroni, e i figli Lorenza, Cristina, Giuliana e Alice. «Fino all’ultimo è rimasto presente e cosciente », ha detto il manager Terri Robson. Ieri sera è stata aperta la camera ardente nel Duomo di Modena, dove domani alle 15 si svolgeranno i funerali.
Al mattino, a Buckingham Palace, la banda delle Guardie reali ha suonato il «Nessun dorma» durante la cerimonia del cambio.

LA REPUBBLICA
MICHELE SMARGIASSI
In piazza Grande, anche stasera. «Io gli servivo il caffè», «Una volta venne in polisportiva a giocare a carte»: vengono a salutare uno di famiglia, non un mito.
Da parte sua, non è stato un lungo addio. Pavarotti ha voluto vivere fino all´ultimo. In febbraio, già malato, faceva ancora lezioni all´alta scuola del liceo musicale Orazio Vecchi. Una settimana fa, tornato a casa dopo la crisi di polmonite, s´era sforzato di tornare a mangiare a tavola. Quando l´ora è fuggita, è fuggita in fretta. Nella villa con i muri rossi e le persiane troppo verdi, a Santa Maria di Mugnano, tra la città e le colline, mercoledì sera c´erano la moglie Nicoletta e le tre figlie grandi, Lorenza Giuliana Cristina, figlie della prima moglie Adua; la piccola Alice, quattro anni, figlia di Nicoletta, era stata mandata prudentemente dai nonni. C´era anche un ex allievo e vecchio amico, il compositore spagnolo Alberto Garcia Demestres, da qualche giorno in visita: «Martedì era ancora cosciente, mi ha riconosciuto. Da mercoledì muoveva solo, ogni tanto, una mano». All´una e mezza di notte, Cristina è tornata a casa dalla sua bambina, Nicoletta e Lorenza sono andate a dormire, al capezzale di papà è rimasta Giuliana. Alle quattro e mezza una sua telefonata ha dato la notizia a Adua: ma lei era già sveglia, destata di soprassalto da una strana premonizione. Ci sta anche questo, nel copione dell´ultimo atto di un grande.
E alle otto del mattino già qualcuno ha saputo, già qualcuno piange davanti al cancello su via Cadiane, blindato da divise di tutti i tipi, assediato da decine di telecamere. Niente folle, piccoli gruppi, molti modenesi non sanno neppure dov´è il ranch del tenorissimo; un breve omaggio di lacrime, un segno della croce prima di andare al lavoro: la barista, l´impiegata comunale, «Era il più grande, lo amavo». Non sperano neppure di vederlo, ripartono. Dentro casa Nicoletta, invisibile ai profani per tutto il giorno, la dicono affranta, ma non immobile. Dispone, organizza, risponde agli amici che chiamano. Telefona anche Romano Prodi: offre funerali di Stato, magari a Roma. No, grazie infinite, ma a Roma non se ne parla. Tra le tante case che ha, Luciano ha scelto di restare a morire qui dov´è nato, a Modena, tra i suoi amici d´infanzia, nella sua campagna, vicino ai suoi cavalli, nella tenuta dove tante volte ha ospitato i migliori cantanti e i migliori fantini del mondo. Per tanto attaccamento alla sua terra, il sindaco Giorgio Pighi riesce ad essere malinconico ed orgoglioso assieme: «L´ultima volta gli ho detto: maestro son contento di vederla, mi ha risposto ”anca mè´, parlava il nostro dialetto appena poteva». Gli ha fatto impressione vederlo senza vita, «ma imponente sul letto, quasi in posa come per una scena tragica», però coi disegni ingenui della figlia ancora appesi al muro.
Tra i primi a passare Piero Ferrari, figlio del Drake: due miti modenesi che si tendono la mano. Ai modenesi all´estero basta dire così, Pavarotti e Ferrari, e tutti capiscono. Passano il flautista famoso, il gallerista famoso, il fotografo famoso, passano malinconici e loquaci i vecchi amici del mondo lirico come Leone Magiera, il suo mentore, il suo primo pianista, «era consapevole e sereno fino all´ultimo»; passano muti e coperti dai guardaspalle i nuovi amici del mondo rock come Zucchero e Luciano Ligabue. Ma è ora che il maestro faccia la sua ultima uscita davanti al suo grande pubblico. Per un paio d´ore, sulla camera ardente c´è qualche discussione: dicono che il vescovo sia perplesso, lo splendido duomo romanico va bene per le esequie solenni di sabato pomeriggio, ma bloccarlo per tre giorni? Il Comune, prontamente, offre il Teatro comunale, dove aveva cantato la sua prima Bohème. Quello che, annuncia, si chiamerà Teatro Pavarotti. Ma sarebbe la seconda volta che Big Luciano deve ripiegare dall´altare al palcoscenico: fu davanti ai palchi del Comunale che lui, divorziato, sposò civilmente nel ”93 la sua Nicoletta. «Il teatro è la chiesa degli artisti», si consolò allora. Del resto ecco una delle sue ultime frasi celebri: «Vita felice e cancro, con Dio sono pari».
Ma alla fine, via libera per il Duomo. «Com´è grande la bara», dicono i primi a vederlo lì in mezzo alla navata, in frac da concerto, tra fiori multicolori. Era grande in tutti i sensi, Big Luciano. Nicoletta, magrissima, ha gli occhi rossi e gonfi, le figlie piangono con discrezione. Adua non c´è: verrà in un altro momento. Luciano ha cantato migliaia di opere, ma i due atti della sua vita sentimentale non è riuscito a tenerli assieme.

CORRIERE DELLA SERA
ETTORE MO
Lo spingevano lentamente attorno su una sedia a rotelle, dove restava inchiodato tutto il giorno, dall’alba al tramonto. « il mio ultimo trono», scherzò, ma senza malinconia nella voce. Gli stavano accanto la moglie, Nicoletta, e la sorella venuta da Modena, Gabriella. Ma quel suo gran sorriso, che gli spuntava negli occhi, prima di trasferirsi sulle labbra, lo sfoderò soltanto quando sotto il portico andò a ficcarglisi tra le ginocchia Alice, la sua bambina, che ora ha quattro anni e mezzo, e che gli disse frugando con le mani nel suo foulard sgargiante: «Dai papà, andiamo in piscina ».
Era quello uno spettacolo quotidiano, che si ripeteva più volte nella giornata: e che Pavarotti seguiva affascinato perché non l’aveva mai visto né interpretato sui palcoscenici lirici del mondo.
Sorretta ed affettuosamente pilotata dalla mamma, la piccola Alice nuotava come un pesciolino rosso in una vasca: faceva anche brevi, rapidissime immersioni da cui emergeva con gli occhi sgranati, pieni di infantile meraviglia. Ma la cosa che più incantava il tenore in quella lieve esibizione erano gli intervalli canori che la piccola inseriva tra un tuffo e l’altro.
Il motivo era quasi sempre lo stesso, «Fratelli d’Italia»: « la canzone che meglio conosce – confidava non senza orgoglio l’illustre papà che era stato colpito dal morbo del canto ancora adolescente dopo aver conosciuto, a 12 anni, Beniamino Gigli ”: l’ha imparata seguendo in Tv le partite della Nazionale. Riesce a cantarla anche sott’acqua».
Gli ricordai quando lo vidi per la prima volta, nei primi Anni 60, a Londra, dove era sbarcato per sostituire nella
Bohème al Covent Garden il grande Giuseppe Di Stefano, indisposto. Stavo a pranzo in un ristorante vicino al teatro con Fiorenza Cossoto, il mezzosoprano impegnata allora nelle recite di Norma con Maria Callas, quando il giovanotto emiliano si stagliò all’ingresso: «Guardalo bene – bisbigliò Fiorenza ”: con Gigli, che però è scomparso, e Di Stefano che imperversa, è la più bella voce di tenore del secolo ». Per Di Stefano Luciano aveva una grande ammirazione: «La sua voce – mi confidò quel giorno a Villa Giulia – è musica, anzi la musica. il mio modello. Mi piace il suo cantare aperto, l’emissione perfetta, lo straordinario calore della sua voce in ogni registro... E ti dico una cosa: quand’è in serata di grazia non c’è proprio nessuno che possa rivaleggiare con lui».
Parlammo a lungo, anche dell’avventura dei tre tenori, dove Luciano sfidava sui ring internazionali della lirica altri due pesi massimi come Placido Domingo e José Carreras. «Ebbene, devo dirti con orgoglio – spiegò sfogliando l’album delle foto di quelle fantastiche tournée nel mondo – che, nonostante le mie condizioni, il connubio non si è mai dissolto. Placido è venuto a trovarmi un paio di volte, Carreras mi telefona continuamente. stata una gran bella stagione la nostra...».
Poi venne quella confessione amara che mi lasciò senza parole, affranto: «No, io non mi ascolto più. Non mi voglio più sentire. Se tu m’invitassi a cena e, per farmi piacere, mettessi sul giradischi qualcuna delle mie romanze e canzoni più apprezzate dai melomani, ti pianterei in asso. Se vuoi farmi piacere, fammi ascoltare Domingo».
Ricordo un concerto lirico- vocale a Spoleto di qualche anno fa quando Pavarotti e Domingo si esibirono sullo stesso proscenio, ciascuno coi cavalli di battaglia del proprio repertorio: e fu molto difficile scegliere tra la solarità vocale del primo che riempiva il cielo dell’Umbria e il suono scuro e lucente del secondo che evocava tristezza e tragedia. Ma ricordo che a fine serata ci fu un grande abbraccio.
A Villa Giulia, Luciano accennò ai progetti che aveva in animo di realizzare prima che il male lo aggredisse: come un duetto con Mina o l’allestimento di una scuola di canto insieme alla Freni (sua compagna d’infanzia) e la Kabaivanska a perseguire l’obiettivo di «Pavarotti and friends» mischiando in un cocktail le grandi ugole liriche coi cantanti pop. Adesso la malattia metteva tutto in discussione.
Devo dire che di quel giorno a Villa Giulia ho un ricordo dolce e insieme straziante. Nel suo cuore Luciano aveva sempre una buona dose di ottimismo che gli serviva per mitigare la pena delle ferite. Ma sulla via del ritorno non riuscivo a liberarmi del peso delle sue ultime parole: «Sono stato un uomo fortunato e felice fino a 65 anni. Dopo è arrivata questa batosta. E adesso sto pagando il fio di quella fortuna e felicità. Ma trovo alimento nella mia infanzia, che è stata povera e felice, e vedo le cose con serenità. Le malattie non mi hanno angosciato. Il tumore te lo senti dentro, ti lavora. Ora dormo bene. E sono e sarò ottimista fino alla morte. L’ho imparato dal papà e dalla mamma che se ne sono andati quattro anni fa, a quattro mesi l’uno dall’altra».