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 2007  settembre 07 Venerdì calendario

Le temps s’écoule rapidement comme l’ombre d’un cheval blanc qui passe vite devant une fenêtre» (Il tempo scorre rapidamente come l’ombra di un cavallo bianco che passa veloce davanti alla finestra)

Le temps s’écoule rapidement comme l’ombre d’un cheval blanc qui passe vite devant une fenêtre» (Il tempo scorre rapidamente come l’ombra di un cavallo bianco che passa veloce davanti alla finestra). La finestra della Storia, spalancata (notte e giorno) sull’oceano dei ricordi. Aiutano a crescere, a invecchiare, i ricordi, ma soprattutto a sbagliare - ed è cosa buona poiché, veramente, sbagliando si impara. Per esempio: che la guerra non risolve, è una avventura senza ritorno, come ammoniva Papa Wojtyla. Sono passati 42 anni dal primo bombardamento americano oltre il 17° parallelo; e fu il principio della rovinosa escalation. Secondo Egisto Corradi, forse l’ultimo grande dei «corrispondenti di guerra», i giornalisti si dividono in due categorie: quelli che hanno fatto il Vietnam e gli altri. Sia come sia, chi c’è stato non riesce a liberarsi di quel pesante bagaglio. Un idelebile tatuaggio. Nata per contenere la pressione del comunismo cino-vietnamita-sovietico sul Vietnam del Sud debole e cattolico, la guerra degenerò in un conflitto «coloniale» pareggiato militarmente, perduto politicamente. Per combattere il comunismo quel comunismo, l’uomo bianco americano seminò lutti, provocò rovine, arò bestialmente campi e risaie, distribuì frigoriferi nei millenari villaggi senza elettricità, sacrificò plotoni di innocenti. Tre milioni i vietnamiti caduti sul campo e/o massacrati dalle fortezze volanti; cinquantottomila gli americani «morti in azione» - e ignoriamo il numero dei GI che dalle risaie evasero con l’oppio che gli rosicò cervello e muscoli. Anche la guerra che mortifica se stessa in Iraq nasce, teoricamente, bene: c’era da liberare un popolo onesto da una dittatura assassina, paranoica. La strapotente America contro l’armata brancaleone del tiranno: una passeggiata. Tuttavia quello che c’è scritto sulla carta della presunzione umana spesso naufraga nell’imprevisto: il destino è un regista feroce. Presto sapremo. Ed è qui il perché dei versi in apertura di questo amaro amarcord. Una sera, a cena dal farmacista di Saigon che mi spiegava con dotta pazienza il suo Paese, accuditi da premurose ragazze-parenti (come da noi nel profondo Sud) mi accorsi di come raccogliessero il riso avanzato distribuendolo in ciotole di porcellana che, infine, posavano sul davanzale del piano rialzato. «Non avete il frigo?», dissi. «Certo che sì, come faremmo altrimenti», disse il farmacista. «E allora perché mettete fuori il riso avanzato?», dissi. «Ah - sorrise il farmacista -, ogni sera in tutte le case di Saigon si lascia fuori il riso avanzato: nella notte passerà la ronda dei vietcong a raccoglierlo». «In tutte le case?», dissi. «In tutte, non importa come la pensi chi ci abita», disse il farmacista. Ecco perché, allora, scrissi che gli americani difficilmente avrebbero vinto. Non tutti i sudvietnamiti amavano i «musi gialli», molti preferivano i GI, così come al tempo della fatale guerra di Indocina preferivano i francesi, i leggendari ragazzi di Salan, inopinatamente sconfitti a Dien Bien Phu (maggio 1954). Ma l’America era l’uomo bianco portatore di sciagura: bombe al fosforo, gas nervino, fortezze volanti, defolianti, napalm. Qui va detto però come Saigon facesse «caso a parte». Nell’inverno del 1965, quando vi arrivai per la prima volta, Saigon stava velocemente trasformandosi in una città-bordello. La vecchia rue Câtinat costruita dai francesi tale e quale il corso d’una cittadina del Midi, l’avevano ribattezzata Tu Do (libertà); i cadenti negozi saporosi di stoffe, ninnoli e vettovaglie subivano, uno appresso all’altro, con velocità frenetica, una mutazione diremo funzionale: diventavano bar ricchi di sgabelli e di (falso) whisky ammazzacristiani. In fondo al locale, oblungo, decorato in pseudo «stile cinese», spiccava una porta. Sulla porta la pretenziosa scritta cinematografica PRIVATE. Dietro la porta una scaletta che portava a un secondo piano gonfio di camerette «da riposo». Dove, appunto, miagolanti entraîneuses, assolutamente belle, inesorabilmente ciniche, portavano a letto i GI. Perdutamente ubriachi. Le ragazze gli concedevano soltanto mezzora di agitato sonno, quindi li aiutavano a vomitare, finalmente li avviavano giù per una scaletta di bambù che perigliosamente atterrava in un vicolo. Ad attendere i GI sbronzi, in quel buio puzzolente i soldatini trovavano caritatevoli ragazzi, clonazione asiatica degli scugnizzi-ruffiani raccontati da Malaparte nella Pelle. Teneramente davano ai GI una mano ad orinare per poi portarli fuori da quell’orrido budello, sorridendogli bugiarde promesse. Così accadeva che le notti di Saigon avessero un tanfo acido, una mistura fatta di vomito e di urina, di spazzatura e di oppio, di enormi carciofi bolliti. E tuttavia Saigon esibiva una sua particolare bellezza disperata: le orchestrine e le radio che invadevano l’aria sciroccosa con le canzoni di Trin Cong Son, impasto melodico di banale malinconia e di parole di pace. Lassù, invece, nel Nord spartano del Vietnam, al cospetto di Saigon Hanoi sembrava un convento di francescani. Lavoravano tutti, uomini e donne e fanciulli, i viveri erano razionati correttamente. Sull’imbrunire squadre di vecchi vecchissimi, stupefatti di vivere ancora, spazzavano centro e periferia con corte scope che ingobbivano quei diligenti pensionati, spinti dagli altoparlanti che miagolavano l’Internazionale. A Saigon ti imbattevi continuamente in ruffiani adolescenti che proponevano anche preservativi fosforescenti (!), inciampavi nella monnezza; topi corpulenti t’attraversavano la strada (e infatti durante la stagione secca del 1956 scoppiò la peste), ad Hanoi la folla era pressoché silenziosa, visibilmente povera. La curiosità che la gente mostrava (per lo straniero) era in fatto assai civile. A Saigon l’odio verso gli yankee che vuoi o non vuoi portavano ricchezza, lo tagliavi con un fiammifero spento. Ad Hanoi, disossata da bombardamenti apocalittici, la gente sembrava incapace di odiare. Finzione, ambiguità dettata da considerazioni politiche? Chissà. Una sera, al bar del Majestic di Saigon James Reston, il grande Scotty che a settant’anni copriva la guerra, quella guerra «volgarmente ambigua», mi disse che forse aveva ragione chi postulava, come Jean-Luc Godard, «l’opportunità che ognuno si creasse il suo Vietnam, dentro di sé». Dieci anni dopo la liberazione (o invasione) di Saigon, quel farmacista di cui ho detto, mi scrisse da Parigi dove, col figlio s’era rifugiato. Tornato successivamente a Saigon, il farmacista, puntualmente, il 30 di aprile, anniversario della «caduta» (nel 1975) mi raggiungeva con un suo lungo messaggio in francese: un caro ricordo-lezione. Quest’anno il 30 di aprile non è arrivato niente. Solo pochi giorni fa, però, m’è giunta una lettera del figlio, il molto onorevole signor Ngyen Ti. Comincia coi versi del cavallo bianco, metafora gentile della Storia. Che si sgrana in fretta. E questo perché quel paese crudelmente pragmatico che sfida l’intraprendenza accumulatrice di Hong Kong, addirittura, continua ad esser popolato di Spiriti. Il figlio del farmacista mi informa della morte di suo padre e mi avverte che non mi scriverà più poiché non può sostituirsi al suo genitore. Ma, mi avverte, «gli Spiriti terranno aperto, sempre, il Discorso». I sovrannaturali Spiriti son dappertutto. Veloci volano nell’aria, arrivano col vento dei cimiteri. Si celano nei fiumi, nel cavo degli alberi. Il più forte diventa il Genio tutelare di quell’immenso villaggio che da sempre è il Vietam. «Il timore del Genio conduce alla Ragione, è la pietra della solidarietà che fa la forza del Vietnam», disse il farmacista di Saigon quella lontanissima sera del riso pei vietcong. Non si sbagliava (forse). Stampa Articolo