Francesco Semprini, La Stampa 7/9/2007, 7 settembre 2007
FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK
Fred Thompson entra ufficialmente nella corsa per la conquista della Casa Bianca e lo fa in modo spettacolare degno dell’attore hollywoodiano che è in lui. L’eroe della popolare serie televisiva «Law and Order» ha scelto una cornice inconsueta per annunciare la discesa in pista, ovvero il salotto televisivo di «The tonight Show», condotto da Jay Leno: «A proposito, c’è una cosa che volevo dirvi: mi candido alla presidenza degli Stati Uniti», dichiara con la semplicità dell’attore navigato. Impassibile e composto come quando veste i panni del procuratore federale Arthur Branch, il neocandidato strappa gli applausi del pubblico promettendo di ridare slancio a un partito repubblicano fiacco e poco motivato, e impedendo che un altro Clinton ottenga la presidenza.
L’ex senatore del Tennessee ricorda i momenti di gloria del ”94 quando insieme agli altri colleghi del partito repubblicano conquistarono il controllo del Congresso riportando in equilibrio la bilancia della politica che vedeva sull’altro piatto l’amministrazione democratica di Bill Clinton. Promette che quei tempi torneranno: «Nel ”92 eravamo a terra per la vittoria di Clinton - spiega nel discorso di 15 minuti pubblicato sul suo sito Internet www.fred08.com - nel ”94 i nostri principi conservatori ci hanno permesso un ritorno in grande stile tra i banchi della maggioranza del Congresso. Ma oggi non vogliamo certo prenderci una rivincita dopo la vittoria di un altro Clinton, il nostro Paese ha bisogno che i repubblicani vincano il prossimo anno e io sono pronto a guidare questa missione».
Thompson non risparmia gli altri candidati del Gop, assestando senza neanche nominarli colpi ad effetto nei confronti di Rudolph Giuliani e Mitt Romney: «Nel 1994, quando mi sono presentato per la prima volta alle elezioni, lottavo per gli stessi principi conservatori per cui lotto oggi». Il riferimento è alle posizioni liberal che Giuliani aveva quando era sindaco di New York, e all’appoggio della candidatura al governatorato statale del democratico Mario Cuomo. Romney invece è stato a lungo un moderato che tentava di strappare voti a sinistra nel Massachusetts del senatore Edward Kennedy. Definisce i colleghi di partito molto bravi ma aggiunge «anche io lo sarò».
La scelta di entrare in gara a partita già iniziata sembra il frutto di un’attenta regia che lo propone quale primo attore pronto a rubare il palcoscenico della politica agli altri candidati. Protagonista in una dozzina di film, il 65enne repubblicano è considerato un conservatore affidabile grazie al suo curriculum politico che lo ha visto in Senato per otto anni. Tuttavia in alcuni casi non ha esitato a prendere le distanze dalla linea del partito come quando si è schierato a favore della riforma finanziaria dopo i grandi scandali di Wall Street.
Ribadisce il suo sostegno ai diritti degli Stati e alla limitazione delle libertà individuali e del governo federale, e smonta la percezione che lo vede poco adatto a lavorare sodo. Afferma di essere in grado di gestire situazioni delicate che riguardano «la salute e la sicurezza degli americani e il benessere economico del Paese», mentre sul versante della politica estera ha obiettivi chiari. «Lo spettro di vedere armi di distruzione di massa nelle mani dei nostri peggiori nemici continua a crescere e dobbiamo mantenere alta la guardia nei confronti del terrorismo islamico», spiega il candidato secondo cui «Iraq e Afghanistan sono due fronti in questa battaglia nei quali si deve fare tutto ciò che è possibile per raggiungere il successo».
Non meno chiare sono le posizioni sul versante interno dove «è necessario procedere a una riforma di Washington», spiega criticando un Congresso troppo politicizzato e un governo burocrate sempre più incapace o meno propenso a svolgere le funzioni più elementari come quella di rafforzare i confini contro l’immigrazione illegale o attuare le leggi».
La determinazione del neocandidato tuttavia potrebbe scontrarsi con alcune difficoltà, come la raccolta di fondi apparsa sino ad oggi piuttosto debole, le partenze di alcuni personaggi chiave del suo staff, causate in alcuni casi dalla presenza troppo ingombrante della moglie Jeri, o ancora una partecipazione opaca agli eventi che contano. Da un punto di vista politico invece Thompson deve rispondere del suo operato di lungo corso come lobbysta, durante il quale ha lavorato per l’ex leader haitiano di sinistra Jean Bertrand-Aristide, o per alcune posizioni controverse sull’aborto.
A suo favore gioca tuttavia la grande fluidità delle primarie repubblicane che, sebbene vedano Giuliani in testa nei sondaggi seguito da un agguerrito Romney, appariono molto meno rigide di quella dei democratici. Tra gli elettori conservatori vi è infatti generale incertezza sulla quale Thompson, considerato dai sostenitori un nuovo Ronald Reagan, potrebbe costruire il suo successo. Gli avversari lo definiscono un «sen-attore» pigro e ritardatario, ma lui sa come annullare lo svantaggio temporale e dare del filo da torcere: è un volto noto e pertanto non deve farsi conoscere, i suoi atteggiamenti alla Reagan rassicurano buona parte di americani e il suo modo di fare da uomo del Sud lo allontana dal prototipo del burocrate.
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