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 2007  settembre 07 Venerdì calendario

PEZZI BIOGRAFICI SU PAVAROTTI (IN MORTE DI PAVAROTTI, DAI GIORNALI DEL 7/9/2007)


LA STAMPA
ALBERTO MATTIOLI
Il cognome, raccontò una volta, derivava da «pavera», termine dialettale (per lui, la lingua madre era e sempre restò il modenese) che indicava chi svolgeva l’umile mestiere di intrecciare paglia. Chissà. Certo che, grazie a lui, è diventato il cognome italiano più noto nel mondo. Ma il fascino del personaggio era anche questa sua doppia dimensione: la superstar planetaria che gioca a bricola con gli amici di sempre, il primouomo delle serate mitiche della Scala e del Met che torna sempre nella sua piccola città (mai «bastardo posto», per lui). Un tenorissimo «glocal».
Era nato il 12 ottobre 1935, a Modena. Famiglia modesta ma non misera. Papà Fernando faceva il fornaio, mamma Adele l’operaia alla Manifattura tabacchi. Arriverà poi una sorella, Gabriella. L’opera e il canto non erano una passione e nemmeno un hobby, anche perché la parola non esisteva ancora. Erano, molto semplicemente, un aspetto della vita quotidiana. Anche chi - quasi tutti - non aveva letto Gramsci e la sua teoria sul melodramma come unica vera forma artistica nazionalpopolare italiana, lo praticava da spettatore. Il ragazzo Pavarotti aveva preso il diploma magistrale, insegnava alle elementari, vendeva polizze per arrotondare, faceva molto sport e studiava canto con Arrigo Pola, un ex tenore che aveva avuto i suoi momenti di gloria grazie a una voce dal timbro davvero angelico, come confermano alcuni vecchi 78 giri. Per Luciano arrivò l’ora della decisione: continuare a insegnare, dedicarsi alle assicurazioni, iscriversi all’Isef (era una promettente mezz’ala) o tentare la sorte del canto? Raccontò che se ne discusse, come sempre in Italia in generale e a Modena in particolare, a tavola. «Mio padre disse di no, mia madre disse di sì, quindi naturalmente la famiglia decise che avrei tentato di fare il tenore».
Il resto è gavetta in attesa di diventare storia. Perfezionamento con Ettore Campogalliani, mitico ripassatore di spartiti, insieme alla coetanea Mirella Freni, con cui aveva già diviso la balia perché anche mamma Freni lavorava ai Tabacchi e quindi non poteva allattare (forse l’aneddoto non è vero, ma sicuramente è ben trovato e comunque è stato ripetuto tanto spesso da diventare verosimile). Lezioni con il pianista Leone Magiera, poi primo marito della Freni, perché allora il mondo antico dell’opera italiana era davvero piccolo. La vittoria al concorso Peri di Reggio Emilia, nel ”61. Il debutto, sempre lì, nella parte più pavarottesca di tutte, Rodolfo nella Bohème di Puccini. L’incontro con un altro ex tenore che diventa agente, Alessandro Ziliani. Il debutto all’estero, La traviata a Belgrado nel 1961. Quello alla Scala (28 aprile 1965, La Bohème, direttore Karajan). E la gavetta da giovin tenore, che allora si faceva, tutta e senza sconti: recite a Carpi o Forlì, a Mantova o Reggio Calabria, una tournée in Australia che poi sarà tecnicamente fondamentale perché Pavarotti incontrerà e molto imparerà dalla grande Joan Sutherland e perfino una Bohème ad Ankara dove lui cantava in italiano e tutti gli altri in turco, «e feci fatica a finire la recita, perché mi veniva da ridere».
La consacrazione arriva il 2 giugno 1966 al Covent Garden di Londra: nella Fille du régiment di Donizetti spara i nove-do-nove della cabaletta «Pour mon âme» e diventa in una sera «the king of high-C», il re del do di petto, come dal titolo di uno degli album più venduti. Firma in esclusiva un contratto con la Decca, che si rivelerà poi il più remunerativo (per entrambi i contraenti) della storia dell’opera. Incide dischi mitici, come La Bohème con la Freni e Karajan e molti titoli con la Sutherland e il marito, Ricky Bonynge (I puritani, La Sonnambula, Lucia di Lammermoor, L’elisir d’amore, la Fille, Rigoletto, Trovatore, La traviata, eccetera). Spiega: «Alla mia voce piace Donizetti», ma lentamente, con prudenza, allargherà il repertorio.
Gli Anni 70 sono quelli d’oro, in tutti i sensi. La forma vocale è smagliante, i cachet anche, i dischi vanno a ruba. Pavarotti scopre l’America e l’America scopre lui. Il fisico, che raggiunge le ragguardevoli dimensioni che sappiano, fa simpatia. La voce fa faville. Per la sterminata platea d’oltreoceano è l’arcitaliano: simpatico, amante della buona tavola, sciupafemmine e, naturalmente, tenore. Se ne accorge un manager molto sveglio e altrettanto cinico, Herbert Breslin. lui che trasforma un tenore in un personaggio, i passaggi in tivù, i recital col fazzolettone in mano, il Barnum dei concertoni, il fenomeno un po’ da baraccone. Salvo poi tradirlo e pubblicare un velenoso libro di ricordi, The King and I, mai tradotto in italiano. La strada verso l’ipertrofia mediatica e la popolarità planetaria è aperta.
Negli Anni 80, Pavarotti la percorrerà tutta. «The Big P», «il tenorissimo», «Lucky Luciano». Nel 1980 sfila a cavallo per la Quinta Strada di New York, Gran Maresciallo del «Columbus day», la festa degli italiani d’America. Gira a Hollywood, due anni dopo, un film non indimenticabile quindi dimenticato, Yes Giorgio. Vince a ripetizione Grammy, dischi d’oro e di platino. Fino a quel 7 luglio 1990 quando alle Terme di Caracalla nascono i «Tre tenori» e per Pavarotti, Plácido Domingo e José Carreras una carriera parallela fatta di esibizioni sempre più stanche e sempre più redditizie. Nel ”93, a Central Park a New York, ad ascoltarlo ci sono 500 mila persone: è il record per un musicista «classico». Pavarotti supera se stesso e i 150 mila che l’avevano applaudito ad Hyde Park, a Londra. Inventa a Modena i «Pavarotti & Friends», nei quali duetta a scopo benefico, fra molte critiche e moltissimi ascolti, con popstar di cui, prima di trovarsele sul palco, ignorava l’esistenza. Ero nella stessa sala quando sbucarono le Spice Girls, all’epoca sulla cresta dell’onda, e lo salutarono con un «Ehi, Pav!». Lui mi chiese: «E queste chi sono?» Il declino è sereno, anche se punteggiato da qualche episodio sgradevole (il divorzio, i guai con il fisco) e da guai di salute sempre più seri e sempre più ravvicinati. Prima era la sciatica che lo faceva soffrire, poi l’eccesso di peso che aveva reso necessaria un’operazione all’anca. Infine, il male che non perdona: tumore al pancreas. L’ultima telefonata al GlobalFest di Ischia, per ringraziare di un premio. Pochi giorni prima, era apparso in video al Comunale di Bologna dove si premiava la Sutherland. Era stanco, smagrito, sofferente. Ma si era truccato lo stesso da Pavarotti, i capelli nerissimi, i sopracciglioni, il foulard sulle spalle. Fedele al suo personaggio fino all’ultimo.

LA STAMPA
ALBERTO MATTIOLI
Luciano Pavarotti e le donne? una storia infinita, dove compaiono due mogli, quattro figlie e molte amiche. Perché Pavarotti ha sempre amato le donne e non solo come seduttore. qualcosa di più complesso che risale all’infanzia. Racconterà nella prima delle due autobiografie scritte con William Wright, My own story: «Quando venni al mondo ero il primo maschietto nato in quella casa da dieci anni», circondato da un papà, e va bene, ma anche da una mamma, una nonna, due zie e, tempo cinque anni, una sorella. Anzi, venne chiamato Luciano proprio per ricordare un’altra zia, Lucia, morta da poco. Insomma, una casa di donne.
E sempre colpiva, vedendo Pavarotti, la sua istantanea trasformazione quando era presente una donna, anche anziana, anche brutta. Era un piacione, d’istinto, per natura. Spiegò la prima moglie, Adua Veroni: «Per tutta la sua vita, la massima parte dell’amore e della sicurezza gli sono venuti da donne. Certo, gli piacciono le belle donne, ma la cosa interessante è che risponde intensamente a tutte».
Con Adua la storia fu quella classica, di quando ancora si restava fidanzati a lungo e poi finalmente ci si sposava, in chiesa e in bianco. Era il 30 settembre 1961. Nacquero tre figlie: Lorenza nel ”62, Cristina nel ”64 e Giuliana nel ”67, che si sono tenute tutte e tre accuratamente lontane dai riflettori (pare che avessero litigato con il padre che divorziava. Ma che, quando si è ammalato, siano tornate a frequentarlo. Forse è solo un gossip, ma se è vero è molto bello). Per anni, fu un matrimonio felice, almeno in apparenza. Di certo, era un matrimonio all’antica: la moglie a casa, a crescere le bambine e ad amministrare un patrimonio sempre più cospicuo, attività nella quale, fra l’altro, ha rivelato delle ottime doti di donna d’affari. E il marito in giro per il mondo. Sicuramente, senza far voto di castità. Si parlò di una signora della Milano bene, nota collezionista di tenori. Un aspirante soprano di bellezza inversamente proporzionale alla voce, che poi sposò un celebre giornalista, non fu solo un’allieva-segretaria. Idem, forse, per una bella austro-ungherese dello staff.
Ma, insomma, la coppia tenne fino al ”93. A farla scoppiare fu, quell’anno, l’entrata in scena della segretaria tuttofare Nicoletta Mantovani, di 34 anni anni più giovane di Luciano e, francamente, di una bellezza tutt’altro che vistosa. All’inizio del ”96, il patatrac: sulla copertina di Chi finiscono le foto dei due amanti alle Barbados, a mollo in un mare di coccole. Adua non può far finta di non vedere e commenta: «Credete che un giornale italiano manderebbe un inviato alle Barbados se qualcuno non l’avesse avvisato? No, non credo che sia stata lei a chiamarli: io so che l’ha fatto».
Il seguito è una banale telenovela con tutti il déjà vu del caso: la segretaria galante, la lettera aperta della moglie tradita e abbandonata, la separazione, il divorzio con la spartizione del patrimonio, i giornali che fanno i conti in tasca ai neosingle. Poi il nuovo matrimonio con Nicoletta e, nel 2003, la nascita di Alice. L’ultima donna nella vita di Pavarotti.

LA STAMPA
FRANCESCO SEMPRINI
FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK
Egocentrico, infantile, pigro, taccagno, grasso, infedele e vanitoso. Luciano Pavarotti era tutto questo e molto di più secondo Herbert Breslin, l’ex agente del tenore che ne ha messo a nudo gli aspetti meno conosciuti in «The King and I». Il libro pubblicato nel 2004 e scritto a quattro mani con la giornalista Anne Midgette, è «una raccolta senza censure dei racconti su Pavarotti», anche se per buona parte della critica altro non è che un compendio di veleni messi in giro dall’ex agente dopo la rottura, non certo amichevole, del loro rapporto.
Nonostante l’apprezzamento per il suo talento e l’iniziale infatuazione professionale per il maestro, l’immagine che viene tratteggiata nel libro ritrae un Pavarotti cinico e difficile: «L’atteggiamento da despota quando era seduto sul suo trono dietro le quinte dei teatri - racconta Breslin - i capelli evidentemente tinti di quel nero innaturale, lo schiocco delle dite per farsi portare la consueta minestrina prima dell’esibizione», questo era il tenore che non tutti conoscevano. Ma sono soprattutto i peccati di gola il tema ricorrente del libro: «Non era solo una persona a cui piaceva mangiare - afferma l’ex agente - adorava odorare i cibi, toccarli, prepararli, pensare al momento in cui li avrebbe degustati. Quando entrava in una stanza la prima cosa che chiedeva era: "Che cos’è che profuma così tanto?"» Breslin racconta di tutte le volte che era costretto ad assistere a scene desolanti come quando armato di cucchiaio il tenore mangiava caviale sino alla nausea.
Pavarotti non era solo un ingordo con l’ossessione del cibo, secondo il suo ex agente, ma anche una persona con cattivo gusto: «La casa di Modena assomigliava a un mercatino della Queens Boulevard, riempita in maniera disordinata di ciondoli e souvenir di scarso valore». Una volta durante una sosta al Ceasars Palace di Las Vegas si innamorò letteralmente dell’arredamento della suite, tanto da chiedere al suo agente di acquistare, mobili, tende e copriletto e spedire tutto a Modena. «Assomigliava a un grande grumo di sangue», fu il commento di Breslin.
Anche i rapporti umani descrivono un Pavarotti despota, incurante del rispetto ed egoista: «Le sue amanti diventavano lavapiatti, lavandaie e cuoche, erano lì solo per servirlo. Viaggiava in prima classe mentre la sua donna era costretta in classe economica, ed era nota la sua presunzione nel sapere tutto non solo di musica ma anche di dentisti, farmacologia e prostata».
La relazione professionale iniziata nel 1967, era basata sulla reciproca stima professionale e umana sino a quando nell’agente è maturata la consapevolezza che «lavorare per un artista (come lui) era come scontare l’ergastolo ad Alcatraz». «Gli ho fatto conoscere il successo e nonostante questo è rimasto un ingrato egoista».

da LA STAMPA
Luciano Pavarotti da ragazzo pensava addirittura di iscriversi all’Isef (era una promettente mezz’ala). Il calcio era una sua passione, sua fu la voce che diventò la sigla dei Mondiali di Calcio del 1990 in Italia e poi di moltissime manifestazioni: «Tramontate, stelle! All’alba vincerò! Vincerò! Vincerò».

Pavarotti era juventino da sempre e quando poteva guardava le partite in tv: «Era un simbolo dell’Italia nel mondo - prosegue Buffon - per l’Italia è una grave perdita, visto che era un simbolo nel suo mestiere. Un campione del mondo, unico, eccezionale»

Un altro grande amore di Pavarotti erano i cavalli: «Mi sono reso conto che mi piacevano tanto i film western probabilmente perché i veri protagonisti sono i cavalli». Ne era così innamorato da non volere vederli gareggiare al «Pavarotti International», il concorso ippico di livello mondiale. Nel 1983, maestoso, aprì in sella a un cavallo la sfilata del Columbus Day a New York.

L’ultima esibizione di Pavarotti in Italia è con l’Orchestra Nazionale Rai, per l’inaugurazione dei XX Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006. Il destino ha voluto che proprio con quelle note Pavarotti apparisse in tv per l’ultima volta. «Vincerò! vincerò!» cantava ancora una volta davanti alla sterminata platea televisiva, mentre combatteva già la sua ultima battaglia.

LA REPUBBLICA
LEONETTA BENTIVOGLIO
Difficile, o impossibile, immaginare un altro Luciano Pavarotti. Dopo di lui non ci sarà un altro "Vincerò" cantato con la lucentezza di quella voce, o certe arie di Bohème emozionanti come le sapeva porgere Big Luciano, vivide, evocative, pronte a disporci al sogno e al languore. «Voglio essere ricordato come cantante d´opera», ha detto Pavarotti prima di morire, come rivendicando il valore eccelso di quella sua sontuosa voce tenorile, vero miracolo di unicità, prodigio supremo di morbidezza. Doti autentiche e in parte sommerse dalla sua acquisita identità di fenomeno globale, lanciato ben oltre le dimensioni del più consueto e prevedibile star-system operistico. Beniamino del pubblico tivù e idolo dei reali d´Inghilterra, amico di Sting e ospite di Mandela, coccolato dalle star di Hollywood e invitato dai presidenti Usa, il ciclone Pavarotti era l´emblema della lirica che s´incorona pop, il simbolo planetario dell´opera per tutti. Aveva un´energia insuperabile nell´infrangere il confine tra fama operistica, destinata ai melomani, e celebrità mondiale. E anche per questo si era guadagnato lo sprezzo di tanti musicologi, irritati dalla sua fortuna commerciale e dalla sua ansia di spudorate contaminazioni tra repertorio classico e leggero. Così i critici si sono vendicati spesso sparando a raffica sulla sua mole da goloso compulsivo (quanto gli pesava anche psicologicamente la sua stazza, e non si rassegnava, tentando diete e viaggi in beauty-farm). Ed è sempre stato facile ironizzare sulla sua recitazione enfatica o inesistente, sui suoi costumi-camiciotti premaman, sulla sua chiacchiera ribalda e sanguigna, o anche elementare e naif, da modenese ruspante nonostante tutto.
Ma le accuse e il dileggio non lo turbavano più di tanto, perché era veramente un cuor contento, grato alla generosità del suo destino. Persino quando scoprì di avere un cancro al pancreas lo diceva: «La vita mi ha dato tanto. Cosa avrei potuto sperare di più?». E sapendosi condannato non esitò a confessare: «Io nella vita ho avuto tutto, e se mi viene tolto tutto con il Buon Dio siamo pari e patta». Era pacioso, accogliente. Premiato da doti eccezionali di umanità e simpatia, che persino nelle ultime, accidentate esibizioni canore non hanno fatto declinare la sua stella. Un misto di comunicativa naturale, bonomia emiliana e curiosità sincera per il prossimo che ne faceva un polo d´attrazione e un divo vero: uno degli ultimi, genuini divi del millennio appena concluso.
Luciano Pavarotti nasce a Modena il 12 ottobre del 1935. Suo padre, Fernando, panettiere nell´esercito, è appassionato d´opera e cantante amatoriale, e tra le amiche d´infanzia c´è Mirella Freni, che sarebbe divenuta una delle sue partner di riferimento. Da ragazzo canta nella corale cittadina, e quando decide di lanciarsi nel professionismo (per un paio d´anni lavora anche come insegnante di scuola elementare) studia con Arrigo Pola e Ettore Campogalliani, approdando al debutto operistico il 29 aprile del 1961 a Reggio Emilia, come Rodolfo in una Bohème diretta da Francesco Molinari Pradelli. Il ruolo sarà un suo cavallo di battaglia, e verrà registrato, con la Freni e Herbert von Karajan, in un disco leggendario.
La carriera scatta subito in salita. Nel ´65 Pavarotti debutta negli Stati Uniti con Lucia di Lammermoor, esibendosi a Miami insieme a Joan Sutherland, che lo fa cantare al suo fianco anche in Australia, a Londra e ancora in America. Ma il vero exploit americano giunge il 17 febbraio del 1972, quando Luciano canta al Metropolitan di New York La Fille du Régiment di Donizetti. Il pubblico impazzisce per i suoi nove Do di petto sciolti e fantastici nell´aria «Pour mon âme», ed è un crescendo di ovazioni, col record di 17 chiamate alla fine.
Cominciano le collaborazioni con i massimi direttori d´orchestra. Serafin, Bernstein, Abbado, Levine, Ozawa, Muti, Solti, Kleiber, Maazel, Giulini: Pavarotti ha lavorato con tutti i più grandi. E in scena, accanto a lui, sono passate star come la Caballé, Capuccilli, Leontyne Price, Shirley Verrett e Kiri Te Kanawa. La lista è lunga, come quella dei teatri e festival in cui si esibisce: Scala, Glyndebourne, il Covent Garden, la Staatsoper di Vienna, il Colon di Buenos Aires, la Deutsche Oper di Berlino, Salisburgo.
L´America è ai suoi piedi quando interpreta Rodolfo in Live from the Met, 1977, che conquista le percentuali più alte mai raggiunte da un´opera teletrasmessa. Pavarotti coglie, abilissimo, la forza di amplificazione del mezzo televisivo: fa riprendere i suoi recital, partecipa a talk-show, gira documentari. Intanto, attorno ai suoi quattro titoli elettivi, Bohème, Tosca, L´elisir d´amore e Un ballo in maschera, costruisce un repertorio calibrato di ruoli lirico-leggeri, soprattutto donizettiani e belliniani, a cui aggiunge via via parti più drammatiche. E con scelte oculate mantiene integro per decenni il suo prodigioso strumento.
Il fiuto per la popolarità lo conduce ad appropriarsi di spazi all´aperto enormi e inconsueti: canta nel londinese Hyde Park, al Central Park di New York, all´ombra della Tour Eiffel, nelle arene e negli stadi. E si offre, debordante, in programmi in Mondovisione. A Roma, nel ´90, si esibisce insieme ai due rivali-amici José Carreras e Placido Domingo nel Concertone dei Tre Tenori, in occasione della finale dei Mondiali di Calcio. D´altra parte «la lirica è per tutti, proprio come il calcio», sentenzia con convinzione. La formula si rivela un business clamoroso, come dimostrano le vendite da capogiro dei dischi e video della serata, pronta a ripetersi in innumerevoli riprese. Pavarotti entra nelle hit parade del pop e avverte l´esigenza (il suo istinto per il successo è formidabile) della conquista di un pubblico nuovo, quello numericamente impressionante del rock. Così, da catalizzatore di eventi, inventa il "Pavarotti & Friends", manifestazione a scopo benefico in cui riesce a coinvolgere artisti come Elton John, Zucchero e Liza Minnelli.
Il prezzo da pagare per una tale messe di celebrità è la totale mancanza di privacy. A Luciano, oltre al cibo e ai cavalli, sono sempre piaciute le donne. Paparazzi e cronisti del gossip gli si scatenano addosso volentieri. Lui, nel frattempo, ha avuto tre figlie da Adua Veroni, moglie-manager solida e tenace, che resiste ai pettegolezzi sugli amori con le varie segretarie, top model e attricette. Adua non vacilla. lei a firmare i contratti, fissare gli ingaggi, tenere le redini del business. Ma quando, a metà anni Novanta, nella vita di Luciano irrompe una nuova segretaria, la giovane bolognese Nicoletta Mantovani, gran furia da imprenditrice (diventerà direttrice artistica del "Pavarotti & Friends" e produttrice di musical) che preme sotto un´aria da angiolino con gli occhiali, il tenore soccombe. Scoppia lo scandalo, con divorzio multimiliardario ed estenuante. Non è stato il solo tra i suoi guai. A fine anni Ottanta i guadagni favolosi di Big Luciano vengono passati al setaccio dai funzionari delle imposte, con un succedersi di contenziosi e resa finale: nel 2000 accetta di pagare 24 miliardi di lire, a rate, al fisco italiano. Problemi anche col fisco inglese, tedesco, brasiliano: la gestione familiare delle risorse e il pagamento delle tasse è stato sempre il punto debole dell´azienda Pavarotti.
Nel 2003 Nicoletta dà alla luce Alice, ultima donna della saga al femminile del tenore. Nello stesso anno Lucianone sposa la Mantovani. Alla festa di matrimonio convergono sommi stilisti e divi del jet set, Bono degli U2 e Ligabue. Nel frattempo, sulla scena, si moltiplicano stecche e forfait. la fase del declino. Ma lui insiste con recital tecnicamente sbiaditi in giro per il mondo. Nel 2004 si esibisce per l´ultima volta in un´opera intera cantando Tosca al Met di New York. Recita trionfale, Pavarotti scoppia in lacrime. Tripudio e lacrime per l´addio di un campione.

LA REPUBBLICA
BRUNELLA TORRESIN
BOLOGNA - Più dei pettegolezzi e dei boatos, furono le fotografie rubate alle Barbados, sfocate ma non troppo, a provocare lo sconquasso: Luciano Pavarotti e Nicoletta Mantovani vi erano ritratti in vacanza, assieme e innamorati. Lui aveva sessant´anni; lei, all´epoca sua giovane segretaria, studentessa dell´Alma Mater di Bologna, ne compiva 26. Per carità: amor omnia vincit, e Luciano Pavarotti, inguaribile romantico, la conquistò (così confidò lei) col solo trasporto della sua voce e del suo cuore. Ma l´altrui diffidenza rimase. Adua Veroni, la prima moglie, sposata nel 1961 dopo la solida ponderatezza di otto anni di fidanzamento, pazientò un poco, poi prese carta e penna e scrisse una pubblica lettera. Era il 1995: «Mio marito si sta inoltrando oltre il punto di non ritorno», ripeté due volte. E «oltre» non sarebbe seguita che «una situazione dolorosa», la separazione, il divorzio. Adua usava parole ferme e pudiche, il buon senso emiliano temprato da 35 anni di matrimonio e dalla nascita di tre figlie, ma non nascondeva ciò che autenticamente pensava: che suo marito avesse subito «un tipo di aggressione», quel certo tipo di aggressione che l´età rendeva pericolosa. E le figlie fecero quadrato attorno alla madre.
 un clan femminile, il clan Pavarotti: una moglie e manager coetanea, tre figlie, Lorenza, la maggiore (44 anni), Cristina (42 anni) e Giuliana (39 anni). E poi una seconda giovane moglie e manager, Nicoletta, e una quarta bimba, Alice, venuta alla luce nel 2003, con gioia e con dolore. Il fratellino gemello, Riccardo, morì durante il parto. «Sono un uomo sfortunato», confessò affranto, in quei giorni, Luciano Pavarotti. Era il bimbo maschio sospirato, atteso, desiderato, era Riccardo, chiamato come il protagonista dell´opera che più Luciano amava, Un ballo in maschera di Verdi.
Nicoletta nel tempo si è costruita un´immagine meno antipatica: si è laureata in Scienze Naturali, si è dedicata alla beneficenza, con e senza «Pavarotti & Friends», ha esordito come impresario producendo la versione italiana del musical Rent. Adua, dal canto suo, ha raccolto la solidarietà e la stima di migliaia di donne. La separazione consensuale, annunciata il 20 marzo 1996, è stata corredata da un accordo finanziario rimasto riservato nei dettagli. Si disse che lei avesse chiesto una liquidazione di 200 miliardi di lire, e che lui ne avesse controproposti 70. Cifre sempre smentite. Ma è innegabile che assieme Luciano e Adua Pavarotti abbiano costruito un impero: società gestite da marito, moglie e figlie, proprietà immobiliari - a New York, a Montecarlo, dove Pavarotti aveva la residenza fiscale, a Pesaro, a Modena - royalties e l´attività d´agenzia di Stage Door Opera Management, ceduta nel ”95. La bufera fiscale che si abbattè su Pavarotti nel 2001, sanata con un assegno di 25 miliardi di lire all´Agenzia delle Entrate, ha risparmiato Adua.
Riservatissima, Adua è rimasta a vivere nella casa che divideva con Luciano. Lui e Nicoletta hanno vissuto in un appartamento del centro storico e nella grande villa alle porte di Modena, costruita da poco e solo per una manciata di mesi abitata da tutti e due. Le due mogli si sono incrociate soltanto nella circostanza triste dei funerali dei genitori di Luciano, Fernando e Adele, scomparsi entrambi nel 2003. L´anno successivo, il 13 dicembre 2004, si è celebrato a Modena il matrimonio glamour tra Luciano e Nicoletta: sposi raggianti, folla di 600 ospiti - tra cui Bono, José Carreras, Tony Renis, Pausini, Dalla, Caselli, Bocelli, Zucchero - e una bomboniera in vetro di Cartier con la figura di una piccola pantera che ghermisce una sfera blu.
Vissero da allora felici e contenti? Allo sguardo di alcuni il matrimonio ha mostrato più d´una crepa; per altri è stato vero amore. Nicoletta disse: «Entrambi pensavamo che sarebbe stata solo un´avventura. Quando mi chiamò dall´aeroporto chiedendomi di andare a salutarlo accettai: io da quell´aeroporto non sono mai tornata a casa».

LA REPUBBLICA
GIUSEPPE VIDETTI
ROMA - Cinque anni fa, nella pianura padana attanagliata dal caldo e infestata dalle zanzare, il maestro era in piena agitazione per la messa a punto del "Pavarotti & friends", l´evento benefico che da quasi un decennio veniva allestito al Parco Novi Sad di Modena e trasmesso in mondovisione. Con una pena nel cuore, la malattia di suo padre. Fernando Pavarotti se ne sarebbe andato proprio quando gli ospiti di quella nona edizione cominciavano ad arrivare. Nella chiesa di San Faustino il tenore non smise mai di piangere durante il rito funebre. Dopo la benedizione, quando dagli altoparlanti uscirono le note dell´Ave Maria, cantata in duetto da Luciano e suo padre, tutta Modena si unì alla commozione. Ma Pavarotti portò a termine la manifestazione. Il "Pavarotti & friends" era il tentativo, più o meno riuscito, più o meno criticato, di coniugare pop e opera, di far accompagnare dalla stessa orchestra due voci che avevano poco in comune, a parte la passione per il canto.
C´incontrammo pochi giorni dopo nella villa di Pesaro. In un angolo del salone c´era un pupazzo che gli aveva regalato James Brown dopo l´apparizione al Novi Sad (una riproduzione del soul singer a grandezza quasi naturale). «Il Dolore alimenta l´arte», mormorò, con l´immagine di quel padre che l´aveva spinto alla lirica ancora scolpita negli occhi. «Il poeta che non soffre e l´opera che non ha sofferto non possono conoscere i valori del bene e del male, del buono e del cattivo. Per questo ho un amore sviscerato per Verdi, perché ha avuto una vita tragica, sempre impegnativa, intensa. A 70 anni mi ritiro, ma il "Pavarotti & friends" non voglio farlo morire».
Il "Pavarotti & friends" è stata la seconda giovinezza del maestro, e insieme un atto d´amore. L´idea dello show annuale fu di Nicoletta Mantovani, la giovane moglie, certamente più attratta dal rock di Vasco Rossi che dall´Otello. Un progetto ambizioso, irrealizzabile, non fosse stata la reputazione internazionale del maestro a far diventare imperdibile un´avventura così rischiosa. Il fatto che il ricavato della serata sarebbero andati in beneficenza, sembrò a tutti un ulteriore motivo per esserci. Ostinatamente, i Pavarotti pretesero che l´evento si tenesse a Modena, la loro città. Anche se gli artisti non trovavano hotel a cinque stelle dove soggiornare, ed erano costretti a sparpagliarsi tra Bologna e Milano. Ma l´ospitalità e il calore della provincia erano tali che il maestro con un piatto di tortelli riusciva a sciogliere tutte le tensioni accumulate durante le prove, mai facili quando si trattava di far combaciare la sua voce da tenore con quelle di pop singer poco addestrati al bel canto, come le Spice Girls.
«Modena per me è la casa», diceva. «Io a 12 anni sono stato in coma 15 giorni. stato qui che, tornato alla vita, cominciai a ringraziare Dio di essere al mondo. Qui ho capito che di fronte a una malattia tutto il resto è secondario, anche il Metropolitan. Questo è il motivo per cui sono così entusiasta della vita». Fuori dalla casa di Modena, quando all´inizio dell´estate arrivava l´ora dell´evento, lo aspettavano Céline Dion, George Michael, Sting, Grace Jones, Lou Reed, Stevie Wonder, George Benson. Neppure Bono riuscì a declinare l´invito, anzi per l´evento scrisse "Miss Sarajevo", portando sul palco The Edge e Brian Eno, il geniale produttore degli U2. In una delle edizioni più blasonate, in prima fila accanto a stelle e stelline c´era anche il Dalai Lama. Dal 1992 al 2003 sul palco del Novi Sad è salita una legione di artisti da far invidia al Live Aid: tra gli altri Ricky Martin, Giorgia, Bryan Adams, Jovanotti, Liza Minnelli, Piero Pelù, Eric Clapton, Cheryl Crow, Elton John, Pino Daniele, Bon Jovi, Eros Ramazzotti, Mariah Carey, B. B. King, Morandi, Dalla, Laura Pausini, Joe Cocker, Tracy Chapman, Caetano Veloso, Anastacia, Andrea Bocelli. E, a più riprese, Zucchero, il rocker italiano che con "Miserere" mise a nudo l´anima pop del maestro e diventò il garante di quel «matrimonio» che per molti non s´aveva da fare.
Il maestro sfidava la calura del primo pomeriggio stando per ore e ore seduto su in invisibile sgabello per mettere a punto duetti arditi e a volte impossibili, accettando stoicamente le bizze dei divi con la superiorità del provinciale che sa bene che quello è un mondo di privilegiati, che la fatica, quella vera, si fa nei campi. O al forno, come aveva fatto il suo papà per tutta una vita. Come vorrebbe essere ricordato, gli chiedemmo dopo una serata di trionfi a base di canzonette. «Come una persona onesta. Uno che per il bene degli altri non si ferma davanti a niente. Un artista professionale. Molto professionale».

CORRIERE DELLA SERA
CLAUDIA PROVVEDINI
MILANO – Adua, modenese, sposata nel ’61, più di quarant’anni insieme. Nicoletta, anche lei modenese, sposata nel 2003, dopo dieci anni di fidanzamento. Per Big Luciano, che tra le sue passioni – la musica, la buona tavola, i cavalli, le carte – aveva indubbiamente le donne, due sono state le compagne di vita.
La prima moglie: Adua Veroni. Quasi coetanea del tenore, «ci conosciamo da tanto, noi due, ma io ero stonata», diceva con quel misto di tenerezza e ironia delle coppie di lungo corso, sua concittadina (come dice il proverbio? «donne e buoi dei paesi tuoi»), estroversa, determinata, tosta insomma, è la classica bella donna emiliana, ma senza abbondare, con quella vivacità nei modi e nelle risposte che dà lo spumeggiare della vita, come il lambrusco.
Aveva anche lei una scuderia, come il marito, ma la sua si occupava di lanciare talenti musicali ed era anche un’agenzia per la lirica: la Stage Door, che la signora Adua pronunciava in modo che la seconda parola sembrasse «d’or». Tra i cantanti, ad esempio, aveva in portafoglio la Freni, la simpatica Mirella compagna di studi di Luciano, il grande soprano amica di sempre di entrambi, oppure, tra i direttori d’orchestra, il maestro Daniel Oren, per dirne due.
E Adua al suo Pavarotti aveva dato tre figlie, una di fila all’altra, Lorenza, Cristina, Giuliana, ormai grandi. Tutto sembrava funzionare a meraviglia, anche se ognuno di loro seguiva il proprio lavoro, aveva abitudini quotidiane diverse, frequentazioni diverse, cittadine o transoceaniche. Gelosa non pare, lei, nonostante si favoleggi delle giovani cantanti che vanno a trovare il marito in camerino al Metropolitan di New York. Sembra dire con la saggezza delle donne della sua terra: «La donna è mobile, lo canta anche Luciano con piglio da viveur, ma il cuore un po’ meno. I bilanci si fanno alla fine, a casa».
A un certo punto, qualcuno dell’ambiente disse, un po’ volgarmente, che Luciano scalpitava, si sentiva ancora giovane, forse voleva innamorarsi ancora, come un ragazzino, un Rodolfo un po’ in età, certo, ma sempre con quell’aria di Parigi, di bohème nei capelli (nonostante il colore nero seppia fosse artificiale, è noto). Fatto sta che mostrava un po’ di intolleranza, qualche discussione. La signora Adua la si incontrava alle presentazioni di qualche evento musicale, un po’ di stanchezza, qualche frase di circostanza.
Così, nell’anno, sì, del concerto a Central Park, ma nel fervore domestico della grande fattoria alle porte di Modena, il Club Europa dove organizzava un concorso ippico accanto a quello per giovani voci, il tenorissimo incontra una ragazza timida, occhi chiari dietro gli occhiali, addetta all’organizzazione, figlia di un collaboratore del maestro... ma che studiava all’università per diventar dottore in Scienze ambientali: Nicoletta Mantovani, «la Nico».
Ed è amore, subito. Prima le foto rubate sui giornali rosa, nel quasi-bunker di Pesaro, proprio lì dove la famiglia Pavarotti aveva passato tante vacanze; altre foto rubate alle Barbados, poi la coppia esce allo scoperto, pronta all’uragano di critiche, ma soprattutto di dubbi sulla credibilità di quell’amore. Gli anni di Nicoletta sono quasi quelli della durata fino a quel momento del matrimonio di Luciano con Adua, rispettivamente 34 e 36. Fatalità? Nulla avviene per caso, si dice. Comunque lui è pronto a divorziare.
Il match con Adua è duro, e dopo i colpi del dolore arrivano quelli dei miliardi. Assistita dall’avvocato Fornero, con calma e sempre quella determinazione che non faceva rumore ma i fatti, avanza la richiesta di metà del patrimonio... Nicoletta appare poco, ma diventa sempre più carina, si fa tagliare i capelli, poi metterà anche le lenti a contatto. Big Luciano si innervosisce un po’, poi paga, anzi patteggia come farà anche con il fisco.
Di Adua Veroni, la signora bionda e dal piglio manageriale made in Modena non si parla più sui rotocalchi. Si ritira con classe, un’ottima buonuscita, ma l’amarezza passa nei suoi occhi, nelle ultime rare volte in rappresentanza della sua agenzia per l’opera lirica.
Nicoletta Mantovani diventerà signora Pavarotti il 13 dicembre del 2003, giorno di Santa Lucia, damigella alle nozze in rosa cipria sarà la piccola Alice, di 11 mesi, la loro figlia, nata con un gemellino, Riccardo, non sopravvissuto. Per la coppia raggiante («ma che caratterino, la Nico») da qualche anno un’altra passione era già scoppiata, a unirli in complicità: il pop e il rock. La giovane donna ne è appassionata, per Luciano questa contaminazione con la lirica sembra essere diventata un’altra fonte di giovinezza. E di quel fantasmagorico «Pavarotti & Friends», fanno una festa per big della musica mondiale, da Liza Minnelli a Bono, da Eric Clapton a Zucchero a Sheryl Crow... La coppia si impegna anche in World Child, per i bambini del mondo: l’amore è grande, ci pensa Big Luciano. L’organizzazione, i contratti sono compito di Nicoletta, che si dimostra manager, quasi che a quell’uomo a volte capriccioso piacciano davvero solo le donne toste. Luciano, dal canto suo, anche per beneficenza, duetta con tutti, combinazioni dolci e amare, a volte strepitose. Sicuramente «bizzarre e incoscienti», le definisce lui, strizzando l’occhio come se parlasse anche di se stesso.

LA GAZZETTA DELLO SPORT
ENRICO SPERONI