Vari La Stampa 7/9/2007, 7 settembre 2007
PEZZI SULLE REAZIONI MONDIALI ALLA MORTE DI PAVAROTTI (TUTTI TRATTI DAI GIORNALI DI VENERDì 7/9/2007)
LA STAMPA
VITTORIO SABBADIN
Ieri a Londra, alla cerimonia per il cambio della guardia a Buckingham Palace, la banda ha suonato Nessun dorma, tra gli applausi della folla di turisti. A Sofia la radio nazionale ha trasmesso per tutto il giorno arie cantate da Pavarotti. L’Opera di Vienna ha esposto la bandiera a lutto. L’emittente araba Al Jazeera ha ricordato il «grande Luciano dalla barba nera» che «cantando di fronte ad enormi folle negli stadi di tutto il mondo, ha contribuito a far giungere l’arte dell’opera alla gente comune». In Cina, migliaia di persone hanno scritto un ricordo sul popolare sito web «Tianya», ringraziandolo so)prattutto per l’esecuzione di ”O sole mio, una canzone popolarissima tra i cinesi. La sua inconfondibile voce si è risentita ieri nei telegiornali di ogni paese, che annunciavano con globale commozione la scomparsa dell’italiano più famoso e più amato del mondo.
C’erano molte ragioni per volergli bene, e la prima era certamente la sua voce. Il Metropolitan di New York realizzava tempo fa una trasmissione radio del sabato, nella quale si ponevano quiz d’opera ai partecipanti. Molti confondevano le voci dei tenori, ma non quella di Pavarotti, riconoscibile per il timbro e la limpidezza. Ma non è negli spazi limitati dei teatri d’opera che Pavarotti ha costruito la sua popolarità e il suo straordinario rapporto con il pubblico di tutto il mondo. Se si fosse limitato a quelli, la sua carriera sarebbe finita molto tempo fa, tra i fischi dei loggioni e i requiem dei critici musicali, una morsa alla quale Pavarotti si è sottratto diventando, come ha ricordato il presidente francese Nicolas Sarkozy, «la migliore incarnazione del grande tenore popolare dopo Caruso».
Tutto cominciò a Caracalla, nella grande festa per i mondiali di calcio di Italia 90, quando il concerto dei tre tenori, con Placido Domingo e José Carreras, diventò - come ha ricordato il premier britannico Gordon Brown - la colonna sonora di quella estate. Canzoni intramontabili come Cielito lindo, La vie en rose, ”O sole mio, mescolate a Puccini e Verdi in un mix mai sentito prima che scatenò le ire dei puristi e di qualche amico del tenore. La soprano Joan Sutherland consigliò a Pavarotti di ritirarsi e per fortuna non fu ascoltata. Decine di concerti negli stadi e nei parchi, molti dei quali in diretta tv e organizzati in favore di organizzazioni umanitarie, resero popolari in tutto il mondo le arie più semplici e famose della musica operistica, creando un nuovo mito della cultura pop per una platea globale alla quale non importa molto se le note risultano leggermente calanti e il timbro meno limpido.
Accolto con affetto in tutto il mondo anche grazie alla sua bonarietà e alla inconfondibile mole che ispirava simpatia, Pavarotti ha dovuto subire negli ultimi anni della sua vita le critiche di chi gli rimproverava di non avere accettato la fine, come se il rifugiarsi nelle facili canzonette fosse qualcosa di sleale, che un tenore serio non dovrebbe fare. Quando nel 1996 venne a Torino per la riedizione della Bohéme con Mirella Freni, spiegò come la pensava: «Non dovrei essere qui, perché questa parte è per un giovane. Io sono ormai vecchio e peso troppo. Meglio le canzonette. E a quelli che mi criticano dico: quando andate in auto da Roma a Milano che cosa ascoltate? Anche voi canzonette».
LA REPUBBLICA
CARLO MORETTI
CARLO MORETTI
ROMA - Dall´India alla Cina, dalla Russia all´Europa, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, il mondo intero si è unito al lutto per la morte di Luciano Pavarotti. Il la lo ha dato il fax inviato a Londra alle 6 e 41 di ieri mattina dalla manager di Big Luciano Terri Robson, ripreso pari pari nell´immediata linea d´agenzia della Reuters. Appresa la notizia della scomparsa del tenore, il mondo ha avuto un soprassalto e si è preparato al coro di cordoglio: più pronto ad Oriente, dove il giorno era già fatto, progressivamente in Occidente, mano a mano che il sole svegliava i diversi paesi. E così tra agenzie di stampa, radio, tv e siti Internet, l´emozione ha percorso come una slavina i diversi meridiani palesando nel dettaglio le incredibili dimensioni della popolarità del cantante emiliano, un formidabile mito in tutto il mondo.
Le tv in Cina, India e Russia sono state le più tempestive. A Pechino la notizia è stata diffusa dalla principale agenzia del paese, Nuova Cina. Un´autorevole radio di sole notizie di Mosca, Radio Eco, ha rivoluzionato il palinsesto per trasmettere alcune interpretazioni del Maestro. Il canale tv in inglese Russia Today, lanciato dal Cremlino, ha dato la notizia tra i titoli più importanti. In India, solitamente poco attenta alla lirica, le maggiori tv hanno fatto lo stesso. La morte del tenore ha aperto il notiziario in arabo della tv satellitare Al Jazeera ed era tra i titoli di testa di diverse reti arabe, tra cui Al Arabiya. Grande spazio in Israele e in Bulgaria, terra del bel canto, dove la radio ha trasmesso sue arie tutto il giorno.
L´emozione in Europa è stata grande. La morte di Pavarotti è stata data in Francia e Germania come prima notizia nei giornali radio e tv. Una delle radio più seguite in Francia, Rtl, ha aperto i microfoni ai commenti degli ascoltatori. I siti internet dei quotidiani Le Monde, Le Figaro e Liberation hanno aperto con la scomparsa del "tenorissimo". Il settimanale tedesco Der Spiegel ha titolato: « ammutolita la voce del secolo». In Spagna la stampa ha parlato di Pavarotti come di «un italiano tra gli spagnoli» per il trio con Carreras e Domingo. A Buckingham Palace a Londra, il cambio della guardia è stato segnato dall´interpretazione da parte della banda militare del "Nessun dorma". Al risveglio, l´America ha appreso della morte di Pavarotti da tutti i tg e siti Internet, il New York Times l´ha ricordato anche come «gigante della cultura pop».
Con il passare delle ore è iniziato il florilegio delle dichiarazioni del mondo istituzionale. Il segretario generale dell´Onu Ban Ki-Moon ha ricordato «l´enorme contributo dato dal tenore come messaggero di Pace a tutti i popoli bisognosi del mondo». Il presidente russo Putin in un telegramma a Napolitano: «Una grande perdita, non solo per l´Italia ma per tutta la cultura mondiale». Per il presidente francese Sarkozy è stato «la migliore incarnazione del grande tenore popolare dopo Enrico Caruso». Il presidente Usa George Bush ha detto: «Laura ed io ci uniamo al cordoglio di tutti gli ammiratori nel piangere la sua perdita. Pavarotti è stato un grande umanista che ha usato il suo magnifico talento per sostenere le vittime delle tragedie di tutto il mondo». Il presidente della Commissione europea Barroso ha ricordato «non solo il suo talento eccezionale, ma anche la sua simpatia e il suo forte impegno sociale». Il presidente israeliano Shimon Peres ha notato che «quando Pavarotti cominciava a cantare tutto il mondo tremava». Per il presidente Napolitano, Pavarotti ha saputo trasmettere al mondo anche «l´immagine del nostro temperamento e calore umano».
CORRIERE DELLA SERA
ALESSANDRA FARKAS
NEW YORK – «Si è conclusa un’era. L’era Pavarotti». A dirlo ieri, erano giornali, radio, tv, blog e siti web americani, uniti in una corale e rara sinergia di dolore, tributi e nostalgia normalmente riservata ai miti a stelle e strisce, dagli ex presidenti alle antiche star di Hollywood. Sì perché se Big Luciano, come lo chiamava affettuosamente il suo paese adottivo, era la quintessenza stessa dell’italianità, la sua avventura americana ha finito per rivoluzionare il teatro lirico dell’intero pianeta.
« stato il primo a sfruttare la tv, portando l’opera negli stadi e facendola amare anche ai neofiti», lo celebra il New York Times, che in passato si è spesso e volentieri divertito a farlo a pezzi. Quella tra Pavarotti e il pubblico americano è stata una love story durata oltre quattro decenni e sopravvissuta a ben otto presidenti, diciannove Congressi e sei sindaci di New York. Uno dei primi a rendergli omaggio è stato il presidente George W.Bush che dall’Australia si è unito «al dolore del mondo» per la sua scomparsa. Ma anche il democratico Bill Clinton, che l’aveva invitato alla Casa Bianca, prenotandosi in prima fila ai suoi concerti, ha voluto ricordare «l’impareggiabile maestro». «Mi considero privilegiato per aver avuto un uomo tanto dotato come amico personale», gli ha subito fatto eco Rudy Giuliani, candidato repubblicano alle presidenziali del 2008.
A New York, capitale dei media, l’eco della sua morte era quasi assordante. «Il telefono squilla all’impazzata da stamane», si lamenta la centralinista della Hampshire House, l’esclusivo palazzo su Central Park South dove Pavarotti possedeva un appartamento con vista mozzafiato sul parco che usava quando doveva esibirsi al Metropolitan. E proprio il leggendario Met, dove ha tenuto ben 378 performance, è entrato in lutto «per un artista – ha detto il sovrintendente Peter Gelb – la cui voce d’oro riecheggerà dentro il nostro teatro finché starà in piedi». Da Aretha Franklyn a Renée Fleming, da Placido Domingo e Joan Sutherland, una lunga processione di artisti ieri è sfilata di fronte ai microfoni delle tv per ricordare l’amico.
L’unica nota discorde è venuta dalla critica del New York Times Anne Midgette (autrice di un libro-spazzatura scritto insieme all’ex agente di Pavarotti, Herbert Breslin) che dai microfoni della CNN è tornata a ritrarlo come «un tenore modesto», «subissato da Placido Domingo », che, secondo lei, avrebbe «una gamma vocale ben più ampia».
Ma in un paese dove l’eccessiva fama si sconta anche a suon di stroncature, il suo rapporto di odio-amore coi media era ben noto. Dopo la gloriosa copertina dedicatagli dal settimanale Time nel ’79, i rapporti coi critici si erano congelati nel maggio 2002, quando il
New York Post gli dedicò la famigerata copertina dal titolo «Il grassone non canterà» in seguito alla cancellazione della Tosca,
per motivi di salute. Di ben altro tono l’omaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon. «Siamo grati perché è vissuto», gli ha reso omaggio Ban nel ricordare come nel 1997 il tenore fosse stato nominato Messaggero di Pace dell’Onu «per il suo lavoro a favore dei bambini coinvolti in conflitti armati, dall’Afghanistan alla Liberia».
Il suo amore per i bambini e le sue umili origini di maestro elementare l’avevano spinto a sponsorizzare La Scuola d’Italia Guglielmo Marconi di New York, dove tra gli studenti i suoi galà di beneficenza sono rimasti leggendari. E anche nel suo ristorante newyorchese preferito, il San Domenico sulla Central Park South, proprio sotto casa, il suo nome è già oggetto di culto.
«Qui era praticamente di casa. Un mito. Il suo piatto preferito erano i maccheroni alla chitarra con pomodoro e basilico», racconta il proprietario Tony May, che facendo uno strappo alla regola del suo ristorante a cinque stelle gli mandava su, elaborati manicaretti a ogni ora del giorno e della notte. Proprio al San Domenico, nel maggio scorso, la moglie di Pavarotti Nicoletta aveva segretamente incontrato l’oncologo newyorchese che l’aveva operato, nell’ultimo, disperato tentativo di trovare uno sbocco ad una crisi medica ormai senza ritorno.