Grazia Longo, La Stampa 7/9/2007, 7 settembre 2007
Era il Monte dei pegni della cocaina. Un tugurio, dietro Porta Palazzo, cuore multietnico di Torino
Era il Monte dei pegni della cocaina. Un tugurio, dietro Porta Palazzo, cuore multietnico di Torino. Il posto giusto per chi non può fare a meno della «neve», ma non ha i soldi per pagarla. E allora è disposto a privarsi di ciò che ha di più caro: la catenina d’oro del battesimo, il bracciale ricevuto dalla fidanzata al compleanno, il telefonino, l’Ipod. Come tutti i Monti dei pegni, garantiva la restituzione degli oggetti consegnati, non appena si era in grado di pagare in contanti. Nel frattempo, però, offriva ai più disperati la possibilità di permettersi il lusso di una sniffata. in questa casa fatiscente, dove lo spaccio di cocaina si consuma impegnando una parte di sé, che un operaio di 21 anni è stato recluso per una notte intera. Dodici ore di inferno nelle mani di una banda di sequestratori marocchini. Picchiato, vessato, minacciato di morte affinché rivelasse i codici delle sue carte di credito. E’ solo grazie al suo coraggio e al sonno pesante dei rapitori che un operaio di 21 anni è riuscito ad evadere, mercoledì mattina alle 8, dalla prigione in cui era stato rinchiuso la sera precedente. Una casa diroccata dietro Porta Palazzo, in strada del Fortino, trasformata in un Monte dei pegni della cocaina. Gli extracomunitari cedevano le dosi della «neve» in cambio di cellulari, gioielli, navigatori satellitari, lettori dvd. Una prassi consolidata in questa parte della città, al contrario di altri luoghi di spaccio come Tossic Park e i Murazzi. Dopo la fuga, attraverso una griglia al pian terreno dell’edificio fatiscente, il ragazzo ha telefonato al 112 da una cabina telefonica. «Sono appena scappato, venite ad aiutarmi. Ero sull’autobus e due marocchini mi hanno obbligato a seguirli con la minaccia di un coltello, in un posto che conosco». L’intervento dei carabinieri è stato immediato e la banda è stata completamente sgominata: 6 extracomunitari sono stati arrestati dagli uomini del capitano Luigi Isacchini per rapina aggravata e sequestro di persona, altri 2 per non avere ottemperato all’ordine di espulsione. I militari del Comando provinciale, diretto dal colonnello Antonio De Vita, hanno poi ricostruito la dinamica del rapimento e hanno scoperto che la casa veniva usata come Monte dei pegni dello spaccio della cocaina. «L’operaio, che attualmente non è tossicodipendente, si è imbattuto in un marocchino a cui ha chiesto se conosceva un senegalese di nome Michel - spiegano il capitano Isacchini e il tenente colonnello Enzo Nardone -, il maghrebino ha finto di conoscerlo bene e lo ha condotto nella casa. Ma una volta sul posto, insieme ad altri connazionali, ha picchiato il giovane che è stato derubato e costretto a rivelare i codici del bancomat e due carte di credito». Lui però ha resistito a tutto, sia alle botte, sia alle intimidazioni e non si è tradito. Nemmeno mezza parola sui codici e i pin delle carte di credito. Non ha chiuso occhio per tutta la notte e ha anche parzialmente assistito alla trattativa di alcuni clienti degli spacciatori. «Ha notato due giovani slavi, biondi, che hanno consegnato manciate di gioielli, probabilmente rubati in cambio di cocaina» dicono gli investigatori, che tra l’altro ne hanno scovate alcune dosi al momento dell’arresto. Lo stabile è stato, inoltre, posto sotto sequestro perché sono stati riscontrati una serie di reati ambientali, che hanno fatto scattare una denuncia all’immobiliare proprietaria. L’indagine dei carabinieri, coordinata dal pm Enrico Arnaldi di Balme, ha permesso il recupero di diversi oggetti offerti in pegno. Dalla catenina d’oro del battesimo, ai telefonini (alcuni dei quali già restituiti ai proprietari) e lettori cd. Stampa Articolo