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 2007  settembre 06 Giovedì calendario

Metalli in via di estinzione. Nova Il Sole 24 Ore 6 settembre 2007. Tra dieci anni metalli dai nomi esotici come Indio, Gallio, Afnio, Lantanio e Germanio, potrebbero diventare più preziosi di petrolio e diamanti

Metalli in via di estinzione. Nova Il Sole 24 Ore 6 settembre 2007. Tra dieci anni metalli dai nomi esotici come Indio, Gallio, Afnio, Lantanio e Germanio, potrebbero diventare più preziosi di petrolio e diamanti. La scarsità di questi elementi che solo fino a qualche decennio fa erano ai margini dell’utilizzo industriale rischia di colpire prima di tutto l’Europa, all’avanguardia nelle tecnologie, ma importatrice netta di queste materie prime dell’innovazione, se non comincerà a ripensare il suo sistema di produzione. Il fenomeno è già evidente per il platino, indispensabile per le celle a combustibile e le marmitte catalitiche, ma anche per l’indio, richiestissimo nell’elettronica e potrebbe innescarsi presto anche per molti altri, condizionando profondamente anche gli equilibri geopolitici mondiali. A lanciare l’allarme è Armin Reller, preside della facoltà di chimica dell’Università di Augsburg in Germania, che coordina uno dei pochi gruppi attivi nel monitoraggio di queste materie prime indispensabili per l’alta tecnologia. L’indio, oggi indispensabile per schermi Lcd e display di cellulari, Pc e videogame, rischia di esaurirsi in 5-10 anni agli attuali ritmi di utilizzo. L’afnio utilizzato in microprocessori e centrali energetiche in meno di 10 anni così come il gallio, il platino in 15 anni, il tantalio di cui sono fatti i condensatori di telefonini e tutta la microelettronica in 20 anni. Per non parlare dell’Uranio che, con l’attuale rilancio delle centrali atomiche in Cina e Usa rischia di non durare più di 25-30 anni. «Questi elementi oggi sono molto richiesti per le loro funzionalità – spiega Reller – in un normale Pc ne sono presenti almeno 20 o 30 differenti, anche se in quantità piccolissime». Un normale laptop ad esempio contiene circa 30 milligrammi di Indio, e un telefonino meno di 20 milligrammi di tantalio. Ma queste quantità sono solo apparentemente inifinitesimali quando si guarda al bilancio dell’industria mondiale. L’anno prossimo saranno venduti un miliardo di telefonini e 600 milioni di schermi Lcd e il prezzo dell’Indio, di appena 60 dollari al chilo nel 2002, oggi ha superato i 900. Riunendo ricercatori di diversi atenei e specialità Reller ha completato il primo studio trasversale che prende in considerazione le principali materie prime dell’industria ad alta tecnologia in tutti i loro passaggi industriali, dall’estrazione fino alla dismissione e all’eventuale riciclo. «La situazione più grave è sicuramente quella del platino - avverte Reller - perché le sue applicazioni sono diffusissime, ma l’estrazione arriva appena a 180 tonnellate l’anno grazie a cinque miniere principalmente in Sud Africa e Russia e più modeste in Canada e Colombia». Ma ci sono anche elementi come il vanadio, di cui è avida l’industria automobilistica perché utilizzato per applicazioni in competizione come le batterie e le lamiere e il gallio, indispensabile per molti chip ad alte prestazioni e per i led che stanno invadendo il mercato dell’illuminazione. «L’aspetto più preoccupante però è la scarsa attenzione, al momento dello sviluppo dei prodotti, per come dovrebbe avvenire il riciclaggio, oggi estremamente costoso», osserva Reller, che auspica una strategia di Lisbona per le materie prime. In particolare per l’Europa, grande utilizzatrice di questi elementi per le sue innovazioni, ma importatrice netta di tutte e quindi di fatto dipendente da altri Paesi per le sue tecnologie. Una carenza che per gli esperti nei prossimi anni non esclude il rischio di forti tensioni e di conflitto sia a livello mondiale che all’interno dei Paesi estrattori come è già avvenuto per il tantalio, conosciuta in Africa anche come coltan, le cui miniere in Congo sono state al centro di una sanguinosa guerra civile solo pochi anni fa. «Sviluppare alternative sintetiche è possibile, ma ci vuole capacità di previsione e pianificazione che oggi mancano non solo nell’industria, ma in tutto il sistema economico – spiega il ricercatore tedesco – la risposta più immediata è il riciclo, da favorire prima di tutto attraverso un design più intelligente che ne abbassi i costi, ancora esorbitanti». Il problema riguarda anche gli strumenti di misura del nostro sistema industriale. «Perfino organizzazioni come l’Ocse oggi non dispongono di fatto di indicatori in grado di misurare efficacemente la scarsità di queste materie prime e il loro impatto sull’innovazione tecnologica» osserva John Dryden, vicedirettore Ocse per la ricerca e l’innovazione che lo scorso giugno ha coordinato il workshop sull’innovazione sostenibile e la competitività. Il recupero di quella manciata di milligrammi di metalli funzionali da pc e strumenti e altri rifiuti dell’elettronica, oggi viene perlopiù fatta completamente a mano perché le quantità sono piccolissime e i solventi rischierebbero di danneggiarle. Una procedura che per Paesi come la Cina, già primo estrattore mondiale di indio e oggi primo importatore di "e-waste" si sta rivelando un grande business. Siti di riciclo come quello di Guiyu, nella Provincia del Guangdong, sono infatti diventati nuove miniere di materie prime per l’It asiatico in fortissima crescita. «La Cina rischia di giocare un ruolo fondamentale nei prossimi anni - avverte Renato Ugo, presidente di Airi - soprattutto perché oltre alla ricchezza di indio, gallio e antimonio è il primo produttore mondiale di terre rare, quel gruppo di elementi che comprendono lantanio, europio e gadolino. Superata la crisi per la scomparsa dei tubi catodici per i quali venivano utilizzate, oggi stanno diventando importantissimi per conferire resistenza alle ceramiche ad alte prestazioni che compongono turbine di aerei e di centrali elettriche oltre che nell’industria bellica e negli Oled per l’illuminazione». Guido Romeo