Il Sole 24 Ore 06/09/2007, pag.13 Alessandro Merli Il Sole 24 Ore 06/09/2007, pag.13 Jeffrey Garten, 6 settembre 2007
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Fondi sovrani mai così aggressivi. Il Sole 24 Ore 6 settembre 2007. Vent’anni fa, il Governo di Margaret Thatcher si trovò alle prese con una spinosa questione, con quello che oggi chiameremmo un "fondo sovrano". Il crollo delle Borse mondiali, il "lunedì nero" del 19 ottobre 1987, aveva trasformato in un clamoroso fallimento la privatizzazione dell’ultimo 31% del colosso petrolifero Bp ancora in mano pubblica. L’operazione era la più grande offerta di azioni mai realizzata, a oltre sette milioni di sterline, e il Governo aveva deciso di procedere nonostante il tracollo dei mercati azionari. Non era passato nemmeno un mese che gli abili investitori del Kuwait Investment Office – il fondo di proprietà del Governo del Kuwait, che avevano un ufficio nella City di Londra e agivano nella massima segretezza – avevano cominciato a rastrellare azioni Bp, fortemente sottovalutate dopo la crisi delle Borse. Nel giro di qualche settimana, i kuwaitiani si ritrovarono con una quota superiore al 20%, una posizione decisamente inaccettabile per Londra, che ne intravedeva il potenziale per ingerenze da parte di uno Stato estero con interessi petroliferi non necessariamente allineati con quelli della Bp e della Gran Bretagna.
Ci volle più di un anno, l’intervento dell’Antitrust, un riacquisto di azioni proprie da parte di Bp per oltre due miliardi di sterline, per chiudere un affare la cui importanza politica, oltre che economica e finanziaria, fu di tale rilevanza da tenere impegnato a fondo il Governo di Sua Maestà. Non è un caso che il cancelliere dello Scacchiere di allora, Nigel Lawson, gli dedichi ben due capitoli delle sue memorie, quasi quanto ad altri episodi più celebrati della politica economica dell’era Thatcher.
La vicenda Bp racchiude in sé molti degli elementi che animano la controversia scoppiata negli ultimi mesi sui fondi sovrani, quei fondi costituiti con una parte delle ingenti riserve valutarie che un numero crescente di Paesi ha accumulato contando sull’esplosione del proprio surplus commerciale degli ultimi anni. Surplus creati dai più grazie al balzo delle quotazione delle materie prime che esportano: è il caso dei Paesi petroliferi e della Russia, ma anche della Norvegia e dell’Australia. O con la capacità di inondare i mercati con i propri manufatti, come hanno fatto la Cina e altri Paesi asiatici, quali Singapore e la Corea del Sud.
Come testimonia il caso Bp, l’attività di questi fondi sui mercati internazionali non è un fatto nuovo. La creazione dell’Abu Dhabi Investment Authority da parte degli Emirati Arabi risale al 1978, ancor prima del secondo boom petrolifero, quella della Kuwait Investment Authority (che controllava il Kio, responsabile dell’operazione Bp) addirittura al 1960. A cavallo degli anni 70 e 80, i capitali arabi creati dai petrodollari investirono in molte aziende europee e al loro arrivo venne spesso dato il benvenuto da gruppi in cerca di sostegno finanziario: basti pensare all’ingresso dei libici della Lafico nella Fiat, o degli stessi kuwaitiani nella Daimler e in altre aziende tedesche.
Quello che è cambiato recentemente sono le dimensioni, ormai gigantesche, di questi fondi: la stima più citata è quella di Stephen Jen, di Morgan Stanley, secondo cui i fondi sovrani ammontano oggi a circa 2.500 miliardi di dollari, quasi la metà delle riserve ufficiali di tutti i Paesi del mondo, e potrebbero balzare, da qui al 2015, addirittura a 12mila miliardi di dollari. Il più grande, l’Abu Dhabi Investment Authority, avrebbe, secondo la Ing, un patrimonio di oltre 500 miliardi di dollari. I condizionali sono d’obbligo perché le cifre ufficiali che riguardano questi organismi sono assai scarse. Con qualche notevole eccezione, come la Norvegia, che pubblica nel sito internet del suo Fondo pensione governativo, alimentato dagli introiti petroliferi, la lista di tutti gli oltre 3mila investimenti realizzati.
Ma il cambiamento più profondo è avvenuto nell’atteggiamento assai più aggressivo degli investitori sovrani nel giro degli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi. Se gli arabi, come si è visto, investono da sempre in società dei Paesi industrializzati, per la prima volta si sono affacciati su questo tipo di investimenti Paesi come la Cina, che tradizionalmente hanno sempre investito le proprie riserve in obbligazioni, soprattutto in titoli del Tesoro americani, contribuendo così in misura non piccola a finanziare il disavanzo esterno Usa. La Cina ha creato a sua volta un veicolo ad hoc, la China Investment Corporation, dotandolo di 200 milioni di dollari, e ha messo 3 miliardi di dollari nella Blackstone, la società di private equity americana che si è recentemente quotata in Borsa. L’arrivo sulla scena della Cina, per le dimensioni delle sue riserve e il suo peso geopolitico, è quello che ha fatto scattare più di un campanello d’allarme. Al pari dell’aggressività della Russia, non solo attraverso il suo Fondo di stabilizzazione, ma attraverso gruppi a controllo pubblico come Gazprom.
Il fuoco di fila delle operazioni tentate, avviate o realizzate da veicoli dei Paesi emergenti in brevissimo tempo è impressionante: dopo l’offerta della cinese Cnooc per la petrolifera Usa Unocal, due anni fa, e quella di Dubai per cinque porti americani, entrambe bloccate sulla base di spiegazioni di "interesse nazionale", gli affari realizzati comprendono: l’acquisizione della quota di maggioranza relativa della banca inglese Standard Chartered, molto attiva in Asia, da parte della Temasek di Singapore; l’intervento cinese e della stessa Temasek in Barclays per affiancare l’acquisizione di Abn Amro; l’offerta in via di discussione del Qatar per l’intero pacchetto della Sainsbury, una delle più importanti catene di supermercati inglesi. Più controverso il tentativo di acquisizione della Centrica, il maggior distributore di gas in Gran Bretagna, da parte della Gazprom.
Le ricadute politiche non si sono fatte attendere. Angela Merkel, il cancelliere tedesco, è stata la prima a sollevare le proprie preoccupazioni e a cercare rassicurazioni in un recente incontro con le autorità cinesi. Il Tesoro americano ha chiesto al Fondo monetario e alla Banca mondiale di redigere una sorta di codice di condotta per i fondi sovrani, soprattutto in materia di trasparenza, sull’esempio norvegese, e di sollecitare l’apertura agli investimenti esteri da parte dei Paesi proprietari di questi fondi. La Cina, per esempio, ha messo in atto di recente diverse restrizioni nei confronti di investitori stranieri. La questione dei fondi sovrani sarà in agenda alle riunioni dell’Fmi del mese prossimo.
La discussione ha visto sulla difensiva anche personaggi che non possono essere certamente accusati di simpatie protezioniste, come l’ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers, il quale ha ammonito che i Governi stranieri, come azionisti, potrebbero avere interessi diversi dalla massimizzazione dei profitti e voler favorire la competitività delle industria nazionali, o impadronirsi di tecnologia, o ottenere influenza. Altri, come Dani Rodrik di Harvard, sostengono però che questi Paesi hanno già le armi per influenzare e magari destabilizzare i mercati, o far valere il proprio peso, attraverso le enormi quantità di titoli pubblici, soprattutto americani, che detengono. E che il loro è uno sforzo soprattutto di diversificazione da questi investimenti a basso rendimento.
Il rischio è che, se alla fine i fondi sovrani non verranno a patti con la comunità internazionale in materia di trasparenza e reciprocità, possono ritrovarsi in un braccio di ferro con i Paesi destinatari dei loro investimenti, come avvenne fra lo sceicco Ali Khailifa e Nigel Lawson nel caso Bp. Allora la spuntò Lawson. Ora è tutto da dimostrare che i mercati dei Paesi avanzati possano fare a meno dei capitali degli emergenti. Tocca a loro scegliere, come è stato detto in questi giorni di turbolenze finanziarie, se essere parte della soluzione, o del problema.
Alessandro Merli
LE GRANDI OPERAZIONI:
BLACKSTONE, L’ACQUISTO AMERICANO DI PECHINO
3 miliardi $
quanto la Central Huijin Investment, la superholding pubblica costituita solo qualche mese prima dal Governo cinese, ha investito a fine maggio 2007 in Blackstone (nella foto il ceo Steve Schwarzman), uno dei più aggressivi fondi di private equity americano. Alla Cina è andata la quota maggioritaria di partecipazione esterna, anche se non votante.
QUANDO UNOCAL BLOCC LA CINESE CNOOC
18,5 miliardi $
l’offerta lanciata nel 2005 dal terzo produttore cinese di petrolio Cnooc per acquisire la società californiana dell’energia Unocal. La compagnia statale di Pechino, controllata al 71% dal Governo, lanciò l’offerta di 18,5 miliardi di dollari. Cnooc è ricorsa, tra l’altro, a un prestito-ponte della Industrial and Commercial Bank of China per 3 miliardi di dollari e a finanziamenti da parte della casa madre statale per complessivi sette miliardi.
L’operazione è stata bloccata dalla società americana che ha preferito vendere a Chevron (sopra, il brand Unocal prima della vendita a Chevron).
I REALI DEL QATAR AZIONISTI DI SAINSBURY
1,4 miliardi $
la cifra che la famiglia reale del Qatar ha pagato nel giugno di quest’anno per rialzare dal 18% al 25% la sua partecipazione nella catena di supermercati britannica Sainsbury (nella foto, un punto vendita). Delta, il veicolo finanziario della famiglia reale del Qatar, punta ora ad avere il pacchetto completo della terza catena di grande distribuzione del Regno Unito.
DUBAI COMPRA I CASIN USA E PUNTA ALLA OMX
5,2 miliardi $
l’ammontare investito lo scorso agosto dal Governo di Dubai nel colosso alberghiero e del gioco d’azzardo Mgm Mirage in cambio del 9,5% del pacchetto azionario più una partecipazione del 50% nel complesso di alberghi, negozi e casinò destinato ad aprire nel
2009.
La Dubai World, braccio finanziario del Governo, ha anche comprato la catena di negozi di abbigliamento di lusso Barneys negli Stati Uniti per 942 milioni di dollari, e ha offerto 4 miliardi di dollari per rilevare la società proprietaria della Borsa svedese Omx
IL FENOMENO
CHE COSA SONO I FONDI SOVRANI
I sovereign wealth funds sono un fenomeno che risale a diversi decenni fa, ma che ha acquisito recentemente proporzioni enormi: secondo Morgan Stanley ammontano oggi a circa 2.500 miliardi di dollari.
LE STRATEGIE DEI PAESI
Sono frutto dell’intenzione dei Paesi con una forte capacità di esportazione (i produttori di petrolio del Medio Oriente, che per primi hanno creato questi veicoli, ma anche i Paesi asiatici come la Cina) di diversificare le proprie riserve dall’investimento in semplici obbligazioni a basso rendimento, come i treasuries americani, e di utilizzare poi i proventi di investimenti a più alto rischio e più alto rendimento, come quelli azionari, per il benessere dei propri cittadini.
I TIMORI
L’acquisizione di partecipazioni significative o di controllo in gruppi dei Paesi industriali da parte di questi fondi ha sollevato però timori sulle loro finalità e dubbi sul loro modo di operare e sulla loro trasparenza. Del problema hanno già detto di volersi occupare sia la Commissione europea, sia il Fondo monetario.
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Tre regole per tenerli a bada. Il Sole 24 Ore 6 settembre 2007. Il crescente numero delle società d’investimento di proprietà dei Governi, spesso chiamate Fondi di ricchezza sovrana (Sovereign wealth funds, Swf), sta causando molte preoccupazioni agli Usa e all’Europa. Washington ha chiesto all’Fmi e alla Banca Mondiale di stabilire delle regole per gli Swf, mentre Berlino guarda con favore a nuove leggi che regolino questi fondi. Bruxelles sta valutando la possibilità di varare delle linee guida comuni. Ma ad oggi nessun Governo occidentale ha avuto il coraggio di ammettere che per affrontare il problema degli Swf è necessario allontanarsi dalla tradizionale logica liberale del commercio globale e dei flussi di investimento. Eppure questo è proprio quello che serve.
Quando gli Swf sul mercato erano ancora pochi, la sfida che rappresentavano per il sistema finanziario mondiale e per gli investimenti transfrontalieri era trascurabile. Ma oggi i fondi sovrani in Paesi quali l’Arabia Saudita e la Russia sono molto più attivi. Pechino si sta preparando a lanciare il nuovo fondo China Investment Corporation, e anche Giappone e Corea del Sud contemplano Swf simili. Inoltre, secondo le previsioni di Morgan Stanley, gli importi amministrati aumenteranno vertiginosamente, e gli attuali 2.500 miliardi di dollari investiti (1.800 miliardi di euro) potrebbero diventare, nel 2015, 12mila miliardi di dollari. Il fenomeno degli Swf non può più essere ignorato.
La crescita dei derivati, difficili da stimare, l’incredibile aumento degli hedge fund e il moltiplicarsi delle relazioni tra i diversi mercati minacciano il fondamento critico alla base del sistema economico liberale, e cioè che tutte le componenti del mercato dispongano delle informazioni necessarie per prendere delle decisioni razionali. proprio qui che entrano in gioco gli Swf. Sì, essi costituiscono solo una parte dello scenario finanziario, ma proprio perché coinvolgono direttamente i Governi, richiedono attenzione immediata. Con l’aumentare del numero di Swf in circolazione, un altro fondamento dell’economia globale potrebbe crollare, e cioè quello per cui il mercato è dominato da investitori privati che cercano di massimizzare il loro profitto e quello dei loro azionisti.
Nel 2007 i fondi Swf investiranno le riserve valutarie in eccesso o i proventi straordinari del petrolio per un rendimento di poco superiore a quello che si otterrebbe dai Buoni del Tesoro americani. Ma chi può prevedere quali saranno gli obiettivi di Governi come quello cinese, russo e saudita tra una decina d’anni, e quali saranno le motivazioni politiche che li spingeranno ad agire?
Usa e Ue dovrebbero innanzitutto armonizzare le loro politiche piuttosto che insistere a rispondere alle problematiche che interessano il mondo intero con una logica individualista. Ecco alcuni dei principi che Washington e Bruxelles dovrebbero tenere presenti.
Trasparenza. Per poter essere considerati dei normali investitori, gli Swf dovrebbero essere obbligati a pubblicare dei rapporti sui loro portafogli sottoposti a verifica internazionale almeno due volte l’anno. Dovrebbero rivelare i meccanismi precisi che ne regolano l’attività nei Paesi d’origine, compresi i nomi degli incaricati della vigilanza. In questo modo si potrà intuire la filosofia d’investimento di ogni fondo, la corporate governance e le tecniche di gestione del rischio.
Reciprocità. Se i Governi ospiti occidentali tratteranno gli Swf come qualunque altro componente del mercato, l’economia del Paese d’origine del fondo dovrà essere aperta tanto quanto quella in cui il fondo stesso aspira a investire. Inoltre, qualora un fondo fosse stato costituito nel Paese ospite grazie alla manipolazione valutaria, con conseguente eccesso di riserve (Cina), o se fosse il risultato di un’evidente politica nazionalistica di gestione delle risorse (Russia), o l’effetto di politiche di prezzo di tipo monopolistico (Arabia Saudita), allora sarebbe necessario iniziare delle consultazioni tra i due Governi per ridurre queste politiche fuorvianti.
Linee guida per la gestione della proprietà. Gli Swf non dovrebbero avere la possibilità di acquisire più del 20% di un’azienda americana o europea senza una previa decisione del Governo ospite di aumentare tale quota. Questo perché gli Swf sono a tutti gli effetti entità politiche e come tali devono essere trattate.
Molti vedranno in queste proposte una spinta protezionistica, ma sarebbe altrettanto pericoloso fingere che i Governi faranno sempre investimenti come gli altri attori economici, o che senza regole efficaci la crescente attività degli Swf non sfocerebbe in un atteggiamento ancor più protezionistico di quello che le regole stesse creerebbero. Altri paventeranno il rischio che gli Usa minacceranno più finanziamenti per sanare l’elevato deficit delle partite correnti; ma è altresì probabile che le ipotetiche regole favoriscano i flussi di capitale. Una cosa è certa: gli Swf saranno una realtà ancor più difficile da gestire, una volta che saranno diventati una componente radicata dell’economia mondiale. arrivato il momento di agire.
Jeffrey Garten