Giusi Fasano, Corriere della Sera 7/9/2007, 7 settembre 2007
MILANO
Per la strage di Capaci furono i mozziconi delle sigarette, per Donato Bilancia fu la tazzina del caffè, per il caso di Thomas Webb una ciocca di capelli. Adesso, per via Poma, sono le tracce di saliva.
Che venga estratto dall’uno o dall’altro reperto poco importa, il test del Dna che Sir Alec Jeffreys inventò nel 1984 è diventato il passepartout per «aprire» le porte delle inchieste giudiziarie rivoluzionando, nel giro di pochi anni, le tecniche investigative storiche. Tutto merito dell’attendibilità del test che praticamente è del 100% perché l’eventualità che due persone abbiano lo stesso profilo di Dna è una su un miliardo. «In sostanza si può sbagliare soltanto se c’è uno scambio di provetta » dice Carlo Alberto Redi, genetista e coordinatore dell’European network for life sciences, health and the courts. Da scienziato, lui è un entusiasta della carta di identità genetica, è convinto che l’utilizzo crescente del test sia «diventato un aiuto ormai indispensabile alle indagini su grandi e piccoli casi di cronaca», che faccia «parte dell’evoluzione», che sia «un’icona del nostro vivere» e che porti «garanzie e non rischi per i cittadini onesti e innocenti».
Le analisi scientifiche sono ormai così perfezionate da saper «leggere» tracce biologiche pari a un miliardesimo di grammo, più o meno la millesima parte di un fiocco di neve. quasi automatico che davanti alla scena di un crimine si confidi nell’esito dei test scientifici. Forse anche troppo, rispetto alle indagini classiche. «C’è il rischio di avere troppe aspettative scientifiche e non insistere sull’attività investigativa vera e propria, per esempio sull’esperienza di chi fa indagini da una vita... » conferma Carlo Bui, ex direttore dell’Unità per l’analisi del crimine violento e docente di Analisi criminale a L’Aquila. «La scienza – dice – non è condizione necessaria e sufficiente. solo necessaria». Nessuna obiezione, naturalmente, sul test del Dna, «tecnica sopraffina e fondamentale ». Solo un invito a «non stare ad aspettare la scienza ma puntare, invece, sul concorso delle professionalità». Quell’insieme di inquirenti vecchio-stampo e analisi di laboratorio che consentì la cattura di Mario Santo di Matteo e di Gioacchino La Barbera, artificieri del commando mafioso dell’attentato di Capaci. Lo stesso insieme di esperienze che portò dritto all’identità del serial killer Donato Bilancia. Il «concorso di professionalità» che mancò, invece, al povero Thomas Webb: si fece 13 anni di carcere in Oklahoma per stupro finché gli fu concesso di sottoporsi al test del Dna che lo scagionò.