Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 7/9/2007, 7 settembre 2007
CON LE REPLICHE IN FONDO DI PARECCHI CITATI E DELLO STESSO COSSIGA E ULTERIORI LETTERE POLEMICHE CON L’ULTIMA RISPOSTA DI COSSIGA
ROMA – Presidente Cossiga, nel libro scritto con Pasquale Chessa ”Italiani sono sempre gli altri”, che la Mondadori sta per mandare in libreria, lei rivela di aver davvero avvertito Claudio Donat-Cattin che suo figlio Marco era un terrorista di Prima Linea. Era il 1980. Lei era presidente del Consiglio, Donat-Cattin era il suo ministro del Lavoro e vicesegretario della Dc.
«È così. Vennero da me Virginio Rognoni, che era il ministro dell’Interno, e Flaminio Piccoli, segretario della Dc. Patrizio Peci, il primo pentito del terrorismo, aveva cominciato a parlare. E aveva fatto il nome di Marco Donat-Cattin.
Rognoni mi chiese: ”Diglielo tu a Donat-Cattin, perché io non ci vado d’accordo”».
Elei?
«Presi su di me la grana. Verificai la notizia con il generale Dalla Chiesa. E avvertii il mio ministro che suo figlio era ricercato.
Va detto che non sapevo di quanti e quali reati si fosse macchiato il ragazzo; ignoravo che fosse nel gruppo che aveva assassinato il giudice Alessandrini. E chiesi a Donat-Cattin di dire al figlio di consegnarsi e raccontare tutto quanto sapeva».
Il padre come reagì?
«Scoppiò a piangere. Mi disse che non sapeva dove fosse suo figlio, ma sperava di entrare in contatto con lui attraverso un suo amico, un ragazzo che aveva aiutato a uscire dal giro, raccomandandolo per fare l’ufficiale degli alpini. Roberto Sandalo».
Sandalo non era affatto uscito dal giro.
« quello che mi disse Dalla Chiesa, quando glielo chiesi. Anzi, Dalla Chiesa mi spiegò che secondo le sue informazioni Sandalo era già stato arrestato in segreto, e poi rimesso in libertà a seguito di un accordo tra il giudice Caselli e la polizia, con l’obiettivo di usarlo come agente provocatore e incastrare Donat-Cattin».
Addirittura? Non le pare un’enormità?
«Dalla Chiesa ne era convinto».
Marco Donat-Cattin era già lontano, in Francia. E lei cosa fece?
«La vera ingenuità la commisi quando ne parlai con il segretario del partito comunista, Enrico Berlinguer. Stiamo per salire sull’aereo diretto a Belgrado, per i funerali di Tito, quando il capo della polizia Giovanni Rinaldo Coronas mi avverte che è partito il mandato di cattura per Marco Donat-Cattin. Mi viene spontaneo raccontare in diretta la tragedia a Berlinguer. il mio compagno di viaggio, ed è pur sempre mio cugino. Ma è anche il capo del principale partito di opposizione. E questo forse l’ho sottovalutato ».
La solidarietà nazionale era finita l’anno prima. Donat-Cattin era stato uno dei protagonisti del ”preambolo”, il cambio di strategia della Dc che escludeva accordi di governo con i comunisti.
«Berlinguer era ossessionato dall’esigenza di dimostrare che senza il Pci non si poteva governare. Così chiese le mie dimissioni, ma il suo vero obiettivo era escludere dalla maggioranza di governo il Psi di Craxi. Annunciò una raccolta di firme per la mia incriminazione, e mandò il suo portavoce Tonino Tatò dal mio, Luigi Zanda, con un messaggio: se mi fossi dimesso, la campagna contro di me sarebbe finita».
E lei si dimise.
«Rifiutai di scaricare la responsabilità su Rognoni o sul capo della polizia. E rifiutai di scaricare Donat-Cattin, come mi chiese ancora Berlinguer, con un’ultima offerta».
Come andò?
«Enrico organizzò una cena a casa di Ugo Pecchioli, mio ”omologo” nel Pci quand’ero ministro dell’Interno».
L’uomo che le aveva detto, dopo il sequestro di Moro e le prime lettere del prigioniero: ”Da questo momento Moro è per noi politicamente morto”?
«Lui. Sul caso Donat-Cattin, Pecchioli si era schierato dalla mia parte. Come Ingrao. E Pajetta, che sostenne: ”Non so cosa Cossiga abbia veramente detto a Donat- Cattin; ma so che ha detto né più né meno di quanto avrebbe detto a ciascuno di noi qui dentro, se avessimo un figlio nelle stesse condizioni».
E Berlinguer?
«Mi offrì una cena parca, a base di minestrone, e una via di uscita. Potevo restare a Palazzo Chigi. Ma avrei dovuto chiedere la testa di Donat-Cattin, dicendo che il padre di un terrorista non può fare il vicesegretario della Dc».
Elei?
«Lo mandai affanculo».
Prego?
«Dissi proprio: ”Enri’, siamo uomini di partito tutti e due; vaffanculo! Lui non fece una piega. Del resto, era un uomo freddissimo, tranne che con i suoi figli. Si alzò, mi porse la mano, ci congedammo».
Lei però racconta di aver trovato altre volte accordi riservati con Berlinguer.
«Dica pure segreti. Fu anche grazie a Berlinguer se potemmo installare in Italia gli euromissili rivolti contro Mosca. L’accordo prevedeva che i comunisti avrebbero fatto un’opposizione dura in Parlamento, ma non in piazza. In cambio, io non avrei posto la fiducia, e avrei affidato la decisione al voto segreto».
Cinque anni dopo, nel 1985, i comunisti non le fecero mancare i loro voti per il Quirinale.
«Andreotti diede il via libera con la motivazione che nella Dc non contavo nulla, e non avrei influito sui rapporti di forza dentro il partito. De Mita puntava su Leopoldo Elia e Forlani. Ma erano nomi che avrebbero spaccato la Dc e allarmato i comunisti».
vero che qualche tempo dopo le fu chiesto di liberare il posto?
«Fabiano Fabiani fu il primo a spiegarmi quale doveva essere, dal punto di vista di De Mita, il mio ruolo di presidente: far fuori Craxi, o andarmene. Tempo dopo, lo stesso messaggio mi fu portato da Giuseppe Gargani. Al che io convocai la direzione della Dc al Quirinale e dissi: se volete che mi dimetta, ditelo chiaramente; chiamo Ortona, il capufficio stampa, e do l’annuncio. Ad alzarsi e dirmi di non farlo fu Bodrato: torinese, falso e cortese ».
Per De Mita, nel libro lei non ha parole lusinghiere.
«Gli riconosco grandi capacità di analisi. Peccato gli manchi la sintesi. E si sia dimostrato anche piuttosto maldestro».
Di D’Alema invece lei scrive che ”era l’uomo politico che la storia chiedeva all’Italia nel difficile passaggio del ”98”.
«E’ così. Prodi, pacifista cattolico affascinato dall’estrema sinistra, non avrebbe mai fatto la guerra del Kosovo. Il disegno politico di Prodi è la realizzazione dei sogni di Dossetti. E ricordiamoci che Dossetti votò contro l’adesione dell’Italia alla Nato».
Lei sostiene che nel ’98 non ci fu alcun ”complotto” contro Prodi.
«Se c’è stato un complotto, è stato quello che due anni dopo ha defenestrato D’Alema; a cominciare dalla candidatura di Ciampi al Quirinale, ideata da Veltroni e Prodi per mettere in difficoltà il governo. Quanto al ’98, è vero il contrario: D’Alema a Palazzo Chigi non voleva assolutamente andare. Proprio come ha fatto ora Veltroni, anche D’Alema a suo tempo aveva detto che non sarebbe andato al governo senza un passaggio elettorale. E non voleva saperne di smentirsi ».
Fu lei a convincerlo?
«Sì. Con un argomento semplice ma inattaccabile: ”Il fatto che tu abbia detto una cazzata non significa che debba anche farla”. D’Alema recalcitrò comunque sino all’ultima ora. Come Scalfaro. Non a caso chiesi e ottenni di essere consultato per ultimo, in aperta violazione del cerimoniale. Scalfaro mi disse: ”Ti rendi conto che il 40% degli italiani pensa ancora che i comunisti mangiano i bambini, e un altro 40% ha ancora in casa l’altarino di Stalin?”».
REPLICHE DEL GIORNO DOPO
CORRIERE DELLA SERA, 8/9/2007
L’intervista a Francesco Cossiga, pubblicata ieri sul Corriere della Sera, nella quale si anticipa il libro del presidente emerito Italiani sono sempre gli altri, e in particolare viene rievocato come lo stesso Cossiga avvertì Donat-Cattin che «il figlio Marco era un terrorista», ha suscitato diverse reazioni. Alcuni protagonisti di quelle vicende intervengono per chiarire il loro punto di vista sulla ricostruzione fatta dall’allora presidente del Consiglio. Si tratta di Virginio Rognoni, all’epoca ministro dell’Interno; Gian Carlo Caselli, allora giudice istruttore a Torino; Gerardo Bianco, in quegli anni capogruppo della Dc in Parlamento; e infine lo stesso ex presidente della Repubblica, puntualizza gli episodi riferiti nell’intervista.
Caro Direttore, il Corriere mi chiede di intervenire sull’intervista di Cossiga pubblicata ieri: la ringrazio. Da tempo, però, ho deciso di non interloquire pubblicamente con lui, consentendo o dissentendo. A maggior ragione ora, dopo che un anno fa egli, per lettera, mi chiese «perdono por le inutili e ingiuste cattiverie » dette nei miei confronti. Questo proposito vale anche per il «caso» Donat-Cattin, sul quale, peraltro, tutto quello che dovevo dire, l’ho detto in sede parlamentare e nel libro «Intervista sul terrorismo» (Laterza, 1989).
C’è, però, ancora una piccola cattiveria nel qualificarmi ironicamente (leggo su la Repubblica di oggi) un «gigante di coraggio ». Ricordo solo che accettare l’eredità del ministero dell’Interno, dopo la tragedia di Moro, non è stato certamente l’atto di un uomo pavido e scarso di coraggio.
Cordiali saluti Virginio Rognoni
Gentile Direttore, l’intervista di Aldo Cazzullo al senatore Francesco Cossiga che il suo giornale ha pubblicato ieri contiene tra l’altro affermazioni circa un presunto arresto segreto di Roberto Sandalo che sarebbe poi stato rimesso in libertà a seguito di un accordo fra il sottoscritto e la polizia, con l’obiettivo di usarlo per incastrare Donat- Cattin. Tali affermazioni non sono soltanto «un’enormità », come lo stesso intervistatore osserva: sono ovviamente destituite di qualsivoglia fondamento. Cordiali saluti Gian Carlo Caselli
Caro Direttore, nella intervista del presidente Cossiga sul Corriere di ieri si sostiene che egli avrebbe concordato con Enrico Berlinguer di non porre la questione di fiducia sulla mozione che autorizzava il dispiegamento degli euromissili in Italia.
Non posso escludere che sia avvenuta una qualche intesa con il leader del Pci, ma la decisione di non apporre la fiducia fu assunta quasi all’alba nello studio dell’allora presidente del Consiglio Cossiga, alla presenza anche di Zaccagnini e di Piccoli.
Si discusse a lungo sul problema con pareri diversi. Il presidente Cossiga mi investì, nella mia funzione di capogruppo, di indicare la soluzione da adottare. Proposi di ricorrere al voto segreto anche per ottenere l’adesione dei socialisti garantita da Craxi nei colloqui in corso, mentre il voto di fiducia lo avrebbe impedito. Si era peraltro negoziato sulla cosiddetta clausola di «dissolvenza».
Non credo, personalmente, che fosse politicamente nell’interesse del Pci l’adozione del voto segreto, che avrebbe ancor più divaricato il rapporto del partito con il Psi. questo il mio ricordo, peraltro annotato in una agenda.
Gerardo Bianco
Caro Direttore, la linea telefonica disturbata e la mia evidente stanchezza mentale dovuta al fatto che ho compiuto ben settantanove anni e sono malandato in salute, hanno indotto il Corriere nella inesattezza di scrivere che Piccoli e Rognoni mi avessero incaricato di informare Carlo Donat-Cattin che il figlio Marco era «ricercato». Fino a quel momento né essi né il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il quale poi mi consultai, erano al corrente di ciò, ma soltanto che il pentito Peci – che «saltò il fosso» per un’abile operazione diretta dal sottosegretario di Stato all’intelligence e security Franco Mazzola e per iniziativa di un abile maresciallo dell’allora Corpo delle guardie di custodia, prima gestita dal Sisde e poi dai reparti speciali interforze del generale Dalla Chiesa – non aveva detto nulla dei reati compiuti da Marco, ma solo che era «vicino all’aria eversiva»: di ciò fu informato il ministro dell’Interno che ne informò a sua volta il segretario della Dc che chiesero a me, allora presidente del Consiglio dei ministri di informarne.
Mi assunsi io il compito di farlo perché Gingio Rognoni mi disse che egli non poteva farlo perché «non era in buoni rapporti con Carlo». Questo dissi io a Carlo quando egli, di sua iniziativa, ripeto di sua iniziativa, mi chiese in un colloquio tenuto prima della mia partenza per Londra per uno dei soliti colloqui bilaterali con il primo ministro Margaret Thatcher, colloquio, quello con Donat-Cattin, che aveva come oggetto le nomine in alcuni istituti previdenziali. Carlo scoppiò a piangere, accettò il mio consiglio di far presentare Marco ai carabinieri o ai magistrati per chiarire la sua posizione, e poi, una volta che questa fosse stata chiarita, di mandarlo all’estero: egli mi disse che pensava di mandarlo in Inghilterra, presso dei parenti, per allontanarlo dal brutto ambiente italiano. Aggiunse che da tempo non lo vedeva, ma che si sarebbe rivolto a un certo Sandalo, «bravo ragazzo che aveva tolto dal cattivo ambiente dell’autonomia, facendogli prima fare l’ufficiale degli alpini e poi facendolo assumere dall’amministrazione provinciale di Torino, ignorando che nel frattempo questi era passato alle Brigate rosse! Il Sandalo incontrò Donat-Cattin e poi riferì al ben noto giudice Caselli che «scatenò la bufera ». Mai io dissi, prima che tutto si risolvesse per il meglio, che erano stati Rognoni e Piccoli ad informarmi e a chiedermi di informare Carlo Donat-Cattin.
Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, cui ero legato da antica e strettissima amicizia e che io consolavo quando si lamentava con parole addolorate e aspre, come con altri, del figlio «movimentista» (il senatore è pregato di non interloquire perché di cazzate sul padre ne ha già dette abbastanza anche in questi giorni!), ritenne sempre che la magistratura con la complicità degli investigatori della polizia di Torino, ci avessero «aperto una trappola»,mandando il Sandalo a casa di Donat-Cattin in veste di «provocatore», facendolo uscire dal carcere nel quale era astretto per essere stato già segretamente arrestato. E questo è il motivo per il quale io non volli avere da allora nessun contatto con l’allora capo della polizia, benché, anzi proprio perché sardo: un sardo quale sono io pretende la lealtà da tutti, ma soprattutto dai sardi!
Di tutto questo io informai personalmente Enrico Berlinguer. Il primo atteggiamento del Pci fu quello di considerare tutto questo una «provocazione terrorista nei confronti di un campione dell’antiterrorismo »! Poi Enrico pensò che questo episodio poteva servire a far saltare il governo cui partecipavano i socialisti, e decise di usarlo! Ed io mai gliene ebbi, perché Enrico era un onesto comunista marxista-leninista e doveva sempre optare per il «fattibile », in questo caso il rovesciamento del governo, anche contro il «fatto», la verità, dovendo essere in politica la «verità», «utilmente » funzionale al «fattibile».
CORRIERE DELLA SERA, 9/9/2007
Egregio direttore, come sai, in questi anni, abbiamo, fin quando possibile, evitato di intervenire su questioni relative alla vita pubblica di Enrico Berlinguer. Anche questa volta abbiamo esitato, ma di fronte a una ricostruzione infondata non possiamo tacere. La versione della «vicenda Donat-Cattin» e del ruolo svolto in essa da Enrico Berlinguer, fatta dal senatore a vita Francesco Cossiga, non coincide in alcun modo e in alcun punto, circostanza o dettaglio con quella allora resa pubblica, documentata da cronisti e storici e raccontata a noi da Enrico all’epoca dei fatti, e poi ribadita successivamente nei mesi e negli anni successivi. L’obiettivo del Pci era quello di sanzionare politicamente l’operato dell’allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga: in quanto egli aveva mancato ai propri doveri istituzionali, fornendo al ministro Donat- Cattin informazioni riservate relative al figlio Marco. Da qui la richiesta di dimissioni del presidente del consiglio da parte del Pci. Questo e solo questo era l’intento del segretario del partito comunista. A questo e solo a questo egli si attenne in quei giorni drammatici. Su ciò le persone citate da Cossiga (Tatò, Pecchioli, Paietta) non possono rendere testimonianza perché decedute nel frattempo. E questo consente al senatore a vita di fornire una versione dei fatti totalmente diversa e inconciliabile con quella ricostruita da Enrico.
Letizia, Bianca e Maria Berlinguer
Caro direttore, nella sua lettera di ieri al Corriere l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dando la propria personale versione del ruolo da lui avuto nella vicenda di Marco Donat-Cattin, mi tira inopinatamente in ballo. Ricordando la sua «antica e strettissima amicizia» con mio padre e aggiungendo che quest’ultimo «si lamentava con parole addolorate e aspre del figlio movimentista», mi invita a «non interloquire » perché (testuale) «di cazzate sul padre ne ha già dette abbastanza anche in questi giorni». Un improviso lampo di chiarezza in una prosa oscura e macchinosa. Be’, io invece interloquisco eccome. Perché l’uso reiterato di parole dette o di cose fatte dai morti, ma che hanno come unica prova la propria privatissima memoria, non può spingersi fino a deformare la realtà e a offendere i sentimenti più sacri delle persone. Nel caso specifico, perché dovrei dire il contrario?, mio padre non era certo entusiasta delle mie idee politiche. Ma ciò non gli impedì – proprio per il rispetto e l’amore che sempre ebbe per i giovani – di voler dialogare, capire. E le nostre divergenze di idee si espressero sempre secondo il più classico canone del confronto generazionale, mai incrinando lo spirito di una famiglia profondamente unita. Quello che mio padre pensava di me lo dicono, molto più credibilmente di Francesco Cossiga, i suoi diari, del tutto genuini e cristallini, perché scritti sotto forma di lettere immaginarie a mia madre morta. Non trascrivo nemmeno, qui, quei giudizi per non sporcare l’amore di un padre per un figlio con una polemica di conio tanto volgare. E’ sufficiente ricordare che al mio primo figlio, nato nel ’78, ossia negli anni a cui Cossiga fa riferimento, venne dato il nome di Carlo Alberto. E ricordo bene, io sì ricordo bene, la felicità e l’orgoglio di mio padre quando ebbe la notizia. Quanto all’«antica e strettissima amicizia» dell’ex presidente con il generale dell’antiterrorismo, non c’è dubbio che Cossiga ne abbia date ripetute dimostrazioni. Per esempio inventando la panzana che dall’elenco della P2 sia stata stracciata ad arte una pagina, quella con l’iscrizione di mio padre, al fine di «salvarlo» (chi la stracciò? I giudici Colombo e Turone? La P2 che avrebbe avuto tutto l’interesse ad annoverarlo tra i suoi adepti?). Oppure, come fa nella stessa lettera di ieri, sottraendo il merito del «pentimento» di Peci a mio padre per darlo ai servizi segreti dell’epoca; andando contro la testimonianza dello stesso Peci e il fatto incontestabile che mio padre volle evitare invece in ogni modo che la vicenda venisse gestita dai servizi.
Un’ultima osservazione vorrei fare, che appare formale ma che per me, forse per l’educazione che ho ricevuto, ha un valore profondo e sostanziale. Ma se un ex presidente della Repubblica (per quanto uscito da tale ruolo con poco luminose dimissioni) usa per iscritto certi termini sul più istituzionale dei quotidiani italiani, quale linguaggio si sentiranno autorizzati a usare nelle loro scuole i ragazzini di Quarto Oggiaro o dei Quartieri Spagnoli? Alla fine, in questo cerchio che ha motivazioni per me inesplorabili, dall’uso dei morti all’offesa ai sentimenti all’esemplarità del linguaggio, tutto si tiene.
Nando Dalla Chiesa
Egregio direttore, come le è noto, non rientra nel nostro costume intervenire in merito a polemiche relative ad indagini e processi (presenti, passati e futuri) in cui siamo stati o siamo o saremo impegnati. Ma le strabilianti dichiarazioni del senatore Cossiga (cui ha già esaurientemente risposto il collega Giancarlo Caselli, con cui – unitamente a molti altri – abbiamo svolto quelle inchieste) ci impongono un paio di riflessioni.
Prima: che sofferenza vedere citati coloro che non possono smentire.
Seconda: che tristezza che, in questo folcloristico Paese, ciò avvenga a opera di un Uomo che è stato presidente del Consiglio e Capo dello Stato italiano. Grazie per l’ospitalità.
Continuano le reazioni all’intervista al senatore a vita Francesco Cossiga, pubblicata dal Corriere della Sera, nella quale si anticipava il contenuto del suo libro: «Italiani sono sempre gli altri ». Reazioni che, in particolare, riguardano la ricostruzione fatta da Cossiga, all’epoca presidente del Consiglio, di come avvertì Carlo Donat- Cattin, che rivestiva la carica di vicesegretario della Democrazia cristiana, che «il figlio Marco era un terrorista» e di come avrebbe gestito l’intera vicenda «informando personalmente» anche il leader del Pci, Enrico Berlinguer.
***
Caro direttore, non avrei mai pensato che il modesto libriccino scritto da un ex-presidente che sarà nei libri di storia solo nelle tavole cronologiche, potesse suscitare tante polemiche. Esse costituiscono per me una grave tentazione proprio nei campi nei quali sono più debole: la vanità, l’orgoglio, la presunzione, facendomi credere di «essere stato» o di «essere ancora qualcuno». Rispondo in un’unica lettera, a chi le ha scritto per contestare le affermazioni da me fatte e contenute nella bella intervista di Aldo Cazzullo e nella mia successiva lettera di precisazione e integrazione.
Rispondo prima di tutto a Donna Letizia, a Donna Bianca e a Donna Maria Berlinguer, con tutta la trepidazione che mi deriva dal non far parte della nobiltà sarda d’origine catalana, ma da parte paterna soltanto da un famiglia di pastori, e da parte materna dalla piccola borghesia commerciale sassarese approdata solo al termine alla piccola libera professione: un abisso di rango e di prestigio che solo la bellezza di zia Maria Loriga indusse un giovine di quella casata, bello, intelligente, affascinante a mischiare il suo sangue blu con il plebeo sangue rossissimo dei Zanfarino-Loriga!
Quello che più mi dispiace è che, invece di scrivere una pubblica e non veritiera lettera su avvenimenti che mi hanno profondamente segnato, Donna Bianca non mi abbia chiamato al telefono, come aveva fatto già due volte: la prima per dirmi che non mi avrebbe più fatto entrare in casa sua se mi avesse sentito ripetere che ero amico (il che è vero, e lo sono tutt’ora!) di «quel mascalzone di Armando Cossutta»! La seconda volta mi chiamò per chiedermi di «difendere la famiglia » da quello che lei riteneva una ingiusta profonda critica della figura del padre contenuta nel libro scritta su di lui da un certo Pons, borghese «chic» ma non aristocratico, credo vicepresidente della Fondazione Gramsci. Hanno poi provveduto i Democratici di Sinistra a togliere Enrico dal loro Pantheon, sostituendolo con Kennedy, Clinton e Don Milani. E io lo feci, per obbedienza di «inferiore» a «superiora» (dopo tutto lei è: «Donna», mentre io sono al massimo «babbai»!), ma anche per convinzione, con un articolo molto duro sul Riformista.
Ma per venire ai fatti: io raccontai tutto all’on. Berlinguer, forse anche perché cugino, dimenticandomi che era comunista e che un comunista, come egli disse a Giulio Andreotti che intercedeva presso di me, «con i parenti si mangia l’agnello, la politica è un’altra cosa!». Non appena la notizia della bella impresa del giudice Caselli, («sotto la bianca chioma, nulla!», come lo chiamavano i suoi colleghi di Torino), il «persecutore» di Giulio Andreotti, fu nota, Antonio Tatò, il portavoce dell’on. Berlinguer, mi disse che si trattava di una «provocazione terrorista»: e Antonio nulla diceva e faceva se non per mandato del suo «Capo », salvo, a sentire Donna Bianca, quando si recò da Armando Cossutta a chiedergli di adoperarsi per trovare dal Pcus finanziamenti per Paese Sera, anche se ufficialmente i rapporti di finanziamento tra il Pci e la centrale sovietica erano stati interrotti per volontà e decisione (?) dell’on. Berlinguer! Ma poi l’on. Berlinguer ci ripensò, e dato che io ero presidente del Consiglio dei mini-stri, e comprese che se io fossi stato incriminato, il governo sarebbe caduto e sarebbe stata interrotta la marcia del Psi di Craxi verso il potere. L’on. Berlinguer era un vero comunista da Terza Internazionale: disprezzava i socialisti e considerava Bettino Craxi un pericolo «morale e politico» per le istituzioni e per la vita del Paese, come mi disse quando volle incontrare me, allora presidente del Senato, alle tre di pomeriggio a Palazzo Giustiniani, accompagnato dal suo fido Antonio Tatò, per chiedermi di «fare qualcosa contro»: ci pensarono poi la «magistratura militante» e gli americani. Egli tardivamente convinse poi a questa tesi il giovane Bobo Craxi, che nulla poté fare contro il padre vivo, ma molto fece e fa contro il padre morto. Non comprendo la reazione dei nobili Berlinguer! Nulla io ho detto contro il Padre. L’on. Enrico Berlinguer o, se esse preferiscono, Don Enrico Berlinguer, cavaliere ereditario con diritto al trattamento di «Don», patrizio sardo e catalano e generoso, era marxista-leninista. E la filosofia e l’etica del marxismo-leninismo sono la filosofia e l’etica non più dell’essere o del fatto, ma del fattibile. Alessandro Natta mi raccontò come era andata nella segreteria quando Don Enrico Berlinguer portò la questione del mio impeachment, lui, Natta, mi difese, mettendo in guardia dall’ilarità che avrebbe sollevato il formulare l’accusa che «Kossiga» con la k, l’«Assassigo», il «Kossiga boia» fosse complice di un terrorista. Quando Don Enrico disse che io avevo almeno una «responsabilità oggettiva», Ingrao insorse contro questa «enormità». E Giancarlo Paietta, che mi era amico, disse: «Non so che cosa di preciso Cossiga abbia detto a Carlo Donat-Cattin, ma di una cosa sono certo: che non gli ha detto niente di meno o di più di quello che avrebbe detto a un membro di questa segreteria che si fosse trovato nella stessa situazione». Non chiamo a mia difesa il fatto che poi Don Enrico appoggiò la mia elezione a presidente del Senato, non significa «ripensamento» o «pentimento», perché sulla base dell’assioma marxista-leninista (comune al giacobinismo e al nazionalsocialismo): «non è giusto quel che è giusto, ma quel che è utile», pur di sbarrare la strada alla rielezione di Amintore Fanfani, si poteva anche eleggere me! E cosi termina «la cobula sassarese» della mia parentela con la nobile schiatta sardo-catalana dei signori Berlinguer. E poi certi parenti, alla resa dei conti, meglio perderli che tenerseli!
Al tristo e triste signor Maddalena, che crede di essere «l’unto del Signore», e il simpatico Laudi (mi ricordo i vertici della Corte di Cassazione che quando sedevamo in Consiglio Superiore della Magistratura mi dicevano: «E’ un comunista infiltrato in Magistratura Indipendente!». Ed io risposi: «Ah, è comunista? A me va bene, perché vuol dire che è una persona seria!») voglio far notare due cose: chi mi disse che era molto probabile che la magistratura avesse aperto una «trappola» a Carlo Donat Cattin e a me, fu il generale Carlo Alberto Della Chiesa che si era riservato di meglio accertare il fatto; ma poi egli fu assassinato dalla mafia, mentre il «menestrello dell’Antimafia », il dott. Caselli, è vivo! E meno male che si è riusciti a evitare che diventasse Capo della Direzione Antimafia, il posto nel quale lui e i suoi «amichetti» impedirono andasse l’amico Falcone. Proprio in questi giorni ho riletto con disgusto e rabbia il verbale della seduta del Consiglio superiore della magistratura nel quale Giovanni fu tragicamente umiliato. E poi: «La magistratura non fa queste cose!». Sono nella vita delle istituzioni dal 1958: e ho visto fare alla magistratura cose peggiori di queste, anche in combutta con me, ministro dell’Interno!.
Non intendo sprecare tempo con il senatore Della Chiesa. Premetto che ho sempre considerato lo «scandalo P2» una «bufala», e forse anche il risultato di una abile azione di «disinformazione» dei servizi di intelligence dell’Est, e che non mi scandalizzerebbe il fatto che Carlo Alberto fosse ascritto alla Loggia P2, dato che anche il padre e il fratello erano entrambi massoni, come un tempo la maggior parte dei generali dei carabinieri lo erano, lo invito a leggere la relazione della Commissione d’inchiesta sulla P2 e, se gliene danno copia, la relazione segreta della commissione interna d’inchiesta del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. E con questa mia lettera pongo fine alla incomprensibile querelle!
Francesco Cossiga
P.S. Delle critiche formulate dalle Nobili Donne Berlinguer e di quelle della lobby giudiziaria non m’importa un bel nulla! Mi è molto dispiaciuta invece la critica svolta sulla
Stampa contro il nostro libro dal prof. Vassalli, già ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale, verso il quale ho nutrito, nutro e nutrirò sempre una profonda ammirazione e rispetto.
Il senatore a vita Francesco Cossiga replica alle lettere di precisazione e contestazione sul caso Donat-Cattin. Caso aperto da Cossiga stesso con le rivelazioni al Corriere della Sera, in un’intervista pubblicata lo scorso 7 settembre nella quale si anticipavano i contenuti del suo libro Italiani sono sempre gli altri. Le contestazioni riguardano la sua ricostruzione dei fatti del 1980 quando il figlio dell’allora vicesegretario della Democrazia cristiana, Carlo Donat-Cattin, venne arrestato perché appartenente al gruppo terroristico di Prima Linea. Cossiga venne accusato dai pm di aver informato Donat-Cattin di quanto stava accadendo. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer con il ministro dell’Interno Francesco Cossiga (a destra) nel 1977 (foto d’archivio). Nel 1980, all’epoca dell’arresto di Marco Donat-Cattin, Cossiga era presidente del Consiglio mentre suo cugino Berlinguer era sempre leader del Pci. Oggi il senatore a vita ribadisce di aver raccontato tutto del caso Donat-Cattin a Berlinguer, «forse anche perché cugino, dimenticandomi che era comunista»
CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 12/9/2007
Gentile direttore, il senatore Cossiga, in un’intervista al Suo giornale, ha scagliato conto me ed altri (in merito ai profili investigativo-giudiziari del «caso » Donat-Cattin) accuse strabilianti. Ho risposto con poche righe, per puntualizzare l’ovvio e cioè che si tratta di accuse destituite di qualsivoglia fondamento. Ma le poche righe sono state sommerse da un’alluvione di lettere del senatore. Mi sconcerta un po’ lo spazio che così si dà al nulla. Perché nelle sue polemiche astiose il senatore Cossiga si affida all’immaginario e agli insulti gratuiti. Al vuoto degli argomenti si può solo rispondere col silenzio.
C’è però un punto su cui non posso assolutamente tacere: secondo il senatore io – coi miei «amichetti » – sarei stato... contro Giovanni Falcone. Nulla di più falso! Incredibilmente falso! infatti notorio (se mai ve ne fosse bisogno, i verbali del Csm di cui ho fatto parte dal 1986 al 1990 lo provano a chiunque abbia occhi per vedere: eccezion fatta per chi sia in malafede), è infatti notorio che io sono
sempre intervenuto e ho sempre votato a favore di Giovanni Falcone, spesso assumendo posizioni in contrasto di altri magistrati del mio gruppo consiliare.
Dopo le stragi mafiose di Capaci e via d’Amelio che stroncarono la vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino chiesi di poter lavorare alla procura di Palermo per provare a raccogliere (pur consapevole dei miei limiti) la loro scomoda eredità. L’ho fatto per quasi sette anni, insieme ad un’infinità di colleghi, poliziotti e carabinieri: perché il sacrificio delle vittime della mafia fosse almeno in parte riscattato dal rinnovato impegno di servire lealmente il Paese. Senza compromessi.
Questo il mio rapporto con Giovanni Falcone, prima e dopo la sua morte. Stravolgerlo con astiose invenzioni significa mancare di rispetto anche a lui, oltreché alla verità.
Giancarlo Caselli
P. S.
A Palermo, nel mio lavoro di Procuratore capo, mi sono anche ispirato agli insegnamenti del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che nella sua lettera del 2.04.82 al Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, fece capire che una volta nominato Prefetto di Palermo non sarebbe venuto meno ai suoi doveri anche a fronte della «famiglia politica più inquinata» dell’isola. E se sono ancora vivo dopo la mia esperienza antimafia a Palermo (cosa di cui il senatore Cossiga – con leggiadra eleganza – si duole) lo devo ai coraggiosi poliziotti che per anni, giorno e notte, hanno rischiato la vita per proteggermi, riuscendo a sventare vari attentati.
Sarò loro sempre grato. Come lo sono al ministro degli Interni di allora, responsabile della mia sicurezza.