Ennio Caretto, Corriere della Sera 7/9/2007, 7 settembre 2007
DAL NOSTRO INVIATO
SYDNEY – Perché George W. Bush, alle prese con la guerra in Iraq, sia venuto all’Apec, l’Asia Pacific Economic Cooperation, invece di mandarvi il suo vice Dick Cheney, lo si è capito ieri, al vertice con il presidente cinese Hu Jintao a margine dei lavori. Dopo le tensioni con «l’amico» Vladimir Putin (con cui oggi terrà un summit che spera riparatore), Bush non voleva perdere anche il suo più importante interlocutore in Asia. E al vertice ha fatto di tutto per riuscirci, accettando l’invito ad assistere alle Olimpiadi a Pechino l’anno prossimo, ringraziandolo della mediazione con la Corea del Nord, e appoggiandone la politica su Taiwan che, ha ammonito, non deve alterare lo «status quo» con un referendum, ossia causare una crisi con la Cina.
Ma Hu non è stato altrettanto disponibile: in cambio, gli ha fatto un’unica concessione, più controlli e una task force internazionale sui prodotti tossici cinesi. Le altre richieste di George W. le ha respinte: sul clima, sulla rivalutazione dello yuan, sui dissidenti, sul Darfur, in particolare sull’Iran. Il vertice ha giovato probabilmente più all’immagine di Hu che a quella di Bush. I due leader sono in competizione per la supremazia in Asia, e alla vigilia George W. aveva dovuto smentire che questo fosse «il primo Apec cinese».
Ma Hu è uscito dal summit vincente soprattutto per l’entusiasmo dimostrato da Bush per le Olimpiadi, che si preannunciano come la vetrina del regime: «Vi andrò con entusiasmo – ha dichiarato il presidente americano – con la first lady Laura e con i miei altri familiari».
George W. non sembra avere posto condizioni per la sua presenza ai Giochi, da un maggior rispetto dei diritti civili in Cina a un appoggio più netto di Hu all’Onu nel braccio di ferro con Teheran sull’atomica e sul conflitto iracheno.
Il colloquio tra Bush e Hu è durato più del previsto, un’ora e mezzo, e al termine i due leader lo hanno commentato brevemente. Con calore Bush: «Un dialogo molto costruttivo e agevole, gli ho espresso le mie preoccupazioni sulla libertà e democrazia in Cina». Asetticamente Hu: «Un dialogo franco e amichevole, entrambi vogliamo accrescere i nostri rapporti economici, ma per risolvere i problemi occorre più collaborazione internazionale ». Due valutazioni diverse, che hanno spinto la Casa Bianca a intervenire. Non è affatto vero che il colloquio sia stato freddo e inconcludente, hanno affermato i portavoce, si è discusso per esempio di installare un telefono rosso tra le nostre capitali per una maggiore trasparenza militare. E il «sì» del presidente all’invito alle Olimpiadi non va giudicato male, non è una resa alla repressione interna di Hu (un’accusa mossa a Bush dai democratici): «Ha un significato sportivo», hanno sostenuto i portavoce, «non politico ».
In pratica, tuttavia, Bush ha ottenuto da Hu soltanto la ferma rassicurazione di una maggiore sorveglianza sul «made in China» con nuove procedure e nuove leggi e tramite un nuovo organismo dell’Apec, il «cooperation forum», presieduto da australiani e cinesi. Sul clima, Hu ha contestato la leadership americana, insistendo che le misure «devono essere prese all’Onu e addossare responsabilità differenti ai Paesi ricchi e a quelli in via di sviluppo». Sullo yuan si è limitato a osservare che «il ruolo dei mercati aumenterà» mentre Bush aveva chiesto che la moneta cinese fosse rivalutata. Nella crisi del Darfur, inoltre, Hu non ha preso le distanze dal Sudan e non ha aderito alla «strategia più aggressiva» verso l’Iran sollecitata da Bush. Hu infine ha ignorato le pressioni su libertà di religione e di parola in Cina.