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 2007  settembre 06 Giovedì calendario

Il pizzo e la collusione Il direttivo regionale siciliano di Confindustria ha deciso che: «Gli imprenditori che non si ribelleranno al racket delle estorsioni, pagheranno il pizzo o in qualunque forma "collaboreranno" con la mafia saranno espulsi da Confindustria»

Il pizzo e la collusione Il direttivo regionale siciliano di Confindustria ha deciso che: «Gli imprenditori che non si ribelleranno al racket delle estorsioni, pagheranno il pizzo o in qualunque forma "collaboreranno" con la mafia saranno espulsi da Confindustria». Tutti i quotidiani e i giornali tv hanno riportato la notizia e il presidente del Consiglio Prodi ha manifestato la propria soddisfazione per la presa di posizione degli industriali. Se però andiamo a vedere la cosa da vicino, ritengo che la decisione di Confindustria non sia l’atto migliore per contrastare la mafia, ma forse, in un certo modo, la rafforza. Un fatto è la «collusione» con la mafia e quindi un accordo consenziente, cioè non imposto, che favorisce l’attività illecita della criminalità. bene quindi prevenire e punire questo fatto in qualsiasi modo, e su ciò la posizione di Confindustria è encomiabile. Altra cosa è pagare «il pizzo» alla mafia, poiché si tratta non di un accordo consenziente, ma di una indiretta complicità imposta con la forza o con minacce. In pratica la maggioranza degli imprenditori che con la forza, il ricatto o le minacce si sentono chiedere il pizzo fanno l’immediata considerazione che lo Stato non li tutela sufficientemente e che quindi devono decidere se pagare e stare tranquilli, però essere allontanati da Confindustria, oppure non pagare, rimanere in Confindustria, ma rischiare l’incendio della loro attività imprenditoriale. Confindustria, in questo caso, mette in croce l’imprenditore che, se paga e salva l’azienda, viene allontanato ed emarginato dai suoi e, nel futuro, resta ancor più solo di come era prima e quindi più vulnerabile. Così si fa il gioco della malavita, o forse è proprio quello che la criminalità vuole. certa Confindustria di fare l’interesse dei propri aderenti? O non è forse meglio che Confindustria, con l’intervento dello Stato, senza alcuna platealità, ponga in atto azioni di vero contrasto alla mafia, senza creare ulteriori problemi agli associati? UGO CORTESI Effettivamente, le decisioni di Confindustria mi avevano lasciato in uno stato di dubbio. La sua lettera mi conferma di non essere sola. Non capisco infatti perché punire gli imprenditori: ma il pizzo non era frutto di un ricatto, di una violenza? E allora perché punire le vittime? Caso diverso, lei dice, è la «collusione»: ma esiste questa collusione? Quale imprenditore paga di sua spontanea volontà una parte dei suoi guadagni alla mafia? A meno che i guadagni non siano divisi con la mafia perché la mafia li ha procurati. Ma in questo caso si tratta di affari mafiosi, che andrebbero direttamente denunciati, senza nemmeno preoccuparsi di espulsione. Come vede, lei ha ragione: le facce di questa vicenda sono molte e la sua lettera è arrivata molto a proposito. Speriamo di ricevere altri chiarimenti. Stampa Articolo