Marco Zatterin, La Stampa 6/9/2007, 6 settembre 2007
I cinesi danno segni di nervosismo. A metà luglio l’ex direttore dell’Agenzia per la sicurezza dei prodotti alimentari, tale Zheng Xiaoyum, è stato condannato per corruzione e giustiziato all’istante
I cinesi danno segni di nervosismo. A metà luglio l’ex direttore dell’Agenzia per la sicurezza dei prodotti alimentari, tale Zheng Xiaoyum, è stato condannato per corruzione e giustiziato all’istante. Da questa parte del mondo è sembrata una misura chiara (ed eccessiva) dell’aria che tira nell’ex celeste impero, dove i mandarini della politica sono impegnati in un’offensiva senza quartiere per limitare gli effetti della terribile estate del "made in China". Meglena Kuneva, responsabile Ue per i consumatori, se n’è accorta nel viaggio a Pechino di fine luglio. "C’è in effetti una diffusa preoccupazione - ammette la commissaria bulgara - Sanno che la perdita di fiducia dei consumatori occidentali è una minaccia grave e reale". Il terzo ritiro di giocattoli annunciato ieri dalla Mattel ha fatto tremare le fondamenta della fiducia nei prodotti del Dragone. Ora spariscono dai negozi alcuni Fisher-Price e un buon numero di accessori della Barbie, centinaia di migliaia di pezzi colorati con vernici troppo ricche di piombo. Dopo i solventi industriali trovati nei dentifrici, le dosi equine di formaldeide nelle coperte, i pomodori dalle modifiche genetiche non autorizzate, la micidiale serie nera non si arresta. I singoli casi fanno il giro del mondo alla pazza velocità dall’informazione globale, alimentando un diffuso scetticismo nei confronti delle merci cinesi. La gente inizia ad aver paura. Una fonte della Commissione rispolvera l’immagine del fiocco di neve che origina la valanga e prevede guai grossi. "Il problema della qualità potrebbe avere risvolti sull’export cinese - prevede Jim Murray, direttore del Beuc, l’ufficio europeo per i consumatori -. Se la paura dovesse crescere, alla lunga i cittadini potrebbero boicottare le merci importate". Con due conseguenze: l’aumento dei controlli sull’import e quello dei costi al dettaglio. "Fra i nostri iscritti noto un’attenzione sospettosa in alcuni settori, l’alimentare ad esempio", chiosa Luca Mantellassi, presidente della Camera di Commercio di Firenze. Non è un atteggiamento di "discontinuità completa - precisa -, però la diffidenza sta provocando una maggiore selettività". Se avesse torto, il viceministro cinese per il commercio Gao Hucheng non si sarebbe affrettato a certificare che i giocatoli ritirati quest’anno rappresentano solo lo 0,3% dei 6,2 miliardi di pezzi che la Cina ha venduto nel 2006 nei soli Stati Uniti. Il suo capo, il ministro Bo Xilai, ha scritto in agosto al responsabile Ue per le relazioni commerciali, Peter Mandelson, chiedendo "sostegno perché le ambasce sulla sicurezza dei prodotti non influenzino un sistema di relazioni molto buono". Il governo cinese, si sottolinea a Bruxelles, "è chiaramente in apprensione" per i danni che la sua reputazione potrebbe subire. "Se vogliono continuare a crescere la fiducia è prioritaria", ci dice Mandelson. Pechino è il secondo partner del vecchio continente, il numero uno per quanto riguarda l’import, voce che nel 2006 pesava 191 miliardi, il 21%in più rispetto all’anno precedente. L’export Ue s’è invece fermato a 63 miliardi, crescendo del 22,5 per cento. Nel complesso l’interscambio vale 250 miliardi, 60 volte di più rispetto a trent’anni fa. "Le irregolarità sono esagerate da alcuni media - insiste l’apocalittico Hu Cheng -. Se "il made in China" è danneggiato, allora tutti i Paesi del mondo lo saranno in un certo senso. Soprattutto se la responsabilità è del protezionismo occidentale". Mandelson nega le accuse: "Chi afferma che l’azione di alcune società europee contro i prodotti cinesi è ispirata da motivazioni politiche dice il falso. E’ una questione sanitaria, non commerciale". Mantellassi prova a leggere nella disputa un segnale positivo. "Tutta questa pressione potrebbe riallineare i rapporti", suggerisce. Dagli incidenti potrebbe insomma scaturire "un nuovo e diverso sistema di simmetrie". Forse anche per questo nel quartiere generale della Kuneva non si esclude l’ipotesi di interdire l’importazione dei prodotti cinesi non sicuri. "Nessun compromesso sarà mai fatto sulla sicurezza dei consumatori, a nessun tipo di livello", giura la commissaria bulgara, mentre nei mercati rionali cominciano a vedersi i primi cartelli, minacciosi e ironici, che recitano "not made in China". Stampa Articolo