Augusto Minzolini, La Stampa 6/9/2007, 6 settembre 2007
La foto opportunity che ritrae i tre leader del centro-destra che si sorridono sotto il pergolato di casa Bossi ha egemonizzato i media nazionali
La foto opportunity che ritrae i tre leader del centro-destra che si sorridono sotto il pergolato di casa Bossi ha egemonizzato i media nazionali. Per cui l’operazione di immagine sulla compattezza della Cdl è riuscita. Era quello che contava se a primavera si andrà a votare. La proposta elettorale uscita dal vertice di Gemonio resta, invece, generica. E’ più o meno la stessa vaghezza che si riscontra sull’altro versante, quello di centro-sinistra, nelle rassicurazioni che i vari capi dell’Unione danno a Romano Prodi sul futuro: nei fatti nel giro di una settimana prima Clemente Mastella, poi Vannino Chiti infine Antonio Di Pietro hanno dichiarato pubblicamente che questa legislatura non arriverà alla fine. E anche il presidente del Senato non offre garanzie sulla durata. In altre parole il tema del voto anticipato è all’ordine del giorno anche della maggioranza. Senza contare che il nuovo leader del Pd, Walter Veltroni, ha assunto un atteggiamento più da campagna elettorale che non da primarie di partito: usa argomenti come le tasse che lo pongono quasi all’opposizione dell’attuale governo. Con questa idea fissa in testa o, a seconda degli orientamenti, con questa paura addosso, è evidente che la politica si trasforma in una sorta di stanza degli specchi: gli argomenti vengono distorti, viene proposta una cosa ma in realtà se ne pensa un’altra. Ad esempio, l’accordo sulla legge elettorale nel centro-destra è pieno di punti interrogativi: difesa del bipolarismo, indicazione del premier, proporzionale e sbarramento sono solo enunciazioni. Il «sistema tedesco» non c’è più, ma nella genericità della proposta l’ipotesi di un «terzo polo», centrista o neo-dc, gettato dalla finestra rischia di rientrare dalla porta. La questione principale è quella del «premio» di maggioranza. Nel vertice di Gemonio ognuno dei tre leader ha pensato di salvaguardare l’argomento che più gli premeva: Berlusconi l’unità dello schieramento; Bossi la disponibilità ad una nuova legge elettorale per scongiurare il referendum; Fini lo «sbarramento» per esorcizzare il nuovo partito di Storace. Con la testa a questi argomenti per i tre leader la difesa del bipolarismo alla fine è restata un’enunciazione astratta: il «premio» di maggioranza, infatti, non è stato più considerato una pregiudiziale e un sistema proporzionale privato del «premio» non offre nessuna garanzia di bipolarismo. «E’ come tentare - parola del professor D’Alimonte - la quadratura del cerchio». Anche i partecipanti al vertice ne sono consapevoli. «Il sistema tedesco - spiega uno dei commensali di Gemonio, Roberto Calderoli - non c’è più. Come dice Bossi va bene per la Germania che è uno stato federale, non per l’Italia che non lo è. Il premio di maggioranza? Alla fine si tornerà alla mia proposta. L’indicazione del premier e della coalizione non bastano come garanzie. Dovrebbero essere inserite in Costituzione e ci vuole del tempo. E comunque non scongiurano il rischio che si presentino tre candidati a premier Berlusconi, Casini e Veltroni. Che Berlusconi prenda più voti di tutti, ma che abbia meno seggi della somma di quelli di Casini e di Veltroni. A quel punto sarebbe fottuto. L’unico modo per risolvere questo inconveniente è il premio». Ragionamento che non fa una grinza e che riprende anche Maurizio Gasparri: «Finora i nostri capi non ci hanno spiegato come vogliono difendere il biporalismo in un sistema proporzionale senza premio». «Questi - ironizza il segretario della nuova Dc, Rotondi - per sbarazzarsi con lo sbarramento dei piccoli partiti, si sono dimenticati del problema principale». Una dimenticanza che, se è tale, potrebbe rivelarsi fatale. Basta guardare all’atteggiamento che c’è sull’altro versante. Piero Fassino ha cominciato la sua campagna autunnale sullo slogan «dobbiamo liberarci dalla schiavitù del premio di maggioranza». Pier Ferdinando Casini lo considera l’ostacolo al dispiegarsi di una politica «terzo polista». E Paolo Cirino Pomicino, uno degli ingegneri del polo centrista, è quantomai esplicito: «L’indicazione del premier o delle coalizioni sono solo parole. Chi se ne frega. Se ripropongono il «premio», invece, faccio un quarantotto». Ma se questa è la posta in gioco perché il Cavaliere si è limitato ad un’intesa così generica? Il personaggio è cosciente del pericolo: «Io - continua a ripetere - non darò a Casini un sistema elettorale che gli consenta di destrutturare l’attuale bipolarismo. E’ un ”no” al tedesco ma anche a sistemi affini». E allora? E’ probabile che per Berlusconi la priorità ora è salvaguardare l’unità del centro-destra, convinto che saranno gli eventi ad evitare questo pericolo: «La prossima primavera si vota. Ci sono operazioni politiche in corso che coinvolgono partiti o partiti che stanno per nascere». E se la situazione precipiterà è evidente che potranno essere apportate solo modifiche marginali all’attuale legge elettorale. Magari l’introduzione di un premio al Senato su base nazionale. «E’ quello che ho sempre immaginato» si limita a chiosare l’ex-premier. E l’aprire un dialogo con la maggioranza serve ad individuare una sede per dare questo suggerimento se, come Berlusconi spera, il tavolo salterà. Il paradosso è che Prodi ha preso al balzo la disponibilità del centro-destra per il motivo opposto: per sopravvivere è convinto che deve dare al governo un programma ampio che riguardi anche le riforme istituzionali e, soprattutto, deve garantire chi nell’Unione ha il terrore del referendum (Mastella), offrendogli una legge elettorale che lo scongiuri. «Se apriamo una stagione istituzionale ci salviamo - ha spiegato ai suoi il premier -. Le assicurazioni che vengono dalla maggioranza servono a poco. Questi un giorno sì e uno no accorciano la legislatura. Per cui la sopravvivenza ce la dobbiamo guadagnare da soli. Chi apre una crisi deve assumersi un’enorme responsabilità». Stampa Articolo