VARI 6/9/2007, 6 settembre 2007
DANIELA DANIELE
ROMA
Era in pensione la professoressa Eliana Centrella di Vercelli. Sessantatrè anni, una vita per la scuola, né marito né figli. Solo la mamma Carla Bosio, 95 anni, malata di Alzheimer. Poi l’angoscia di non poterla assistere da sola, il dramma di doverla ricoverare in un ospizio. Infine, la disperazione che l’ha trasformata in assassina. Un caso che illustra bene quale sia la vera emergenza sanitaria.
Nasce, per paradosso, da un dato positivo: la vita si allunga. Ma spesso diventa malattia cronica. Si potrebbe salvarne la qualità, però l’organizzazione sociale non tiene il passo. Così accade che anziani siano lasciati soli a doversi prendere cura di parenti più anziani. E con l’incubo di vedere nei congiunti il proprio destino. Non è raro, lo dicono le cronache, che il disagio si trasformi in tragedia.
Mario Falconi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, da sempre si batte per l’assistenza domiciliare. Riferisce che, ogni anno, 350 mila famiglie italiane, con redditi medio bassi e con un anziano malato a carico, finiscono nella fascia di povertà. «Badanti - spiega -, che pure ancora non hanno costi proibitivi, e spese sanitarie, se non ci sono redditi consistenti mettono in ginocchio l’economia familiare».
Un modo di vivere disperante che, particolarmente, colpisce i vecchi. «Ho molti casi del genere tra i miei pazienti - aggiunge Falconi -: per esempio, la signora ultrasettantenne che da una ventina d’anni assiste il marito malato di Alzheimer. E’ una reclusa, può uscire solo una volta a settimana, se uno dei figli le dà il cambio». C’è poi la coppia; lei 88 e affetta dallo stesso morbo, assistita da lui, 90, che tira avanti come può, tra grandi difficoltà. «La vera emergenza del nostro Paese - conclude -, non sono i posti letto per malati acuti, ma l’assistenza domiciliare».
Il logoramento psicofisico di chi, ventiquattr’ore su ventiquattro, deve sostenere una persona cara, combattendo contro difficoltà economiche, momenti di totale rifiuto alternati a sensi di colpa e al dolore di avere sotto gli occhi una sofferenza che non sa come alleviare, è enorme. «La sintesi è una grande solitudine tra la folla», osserva Gioia Longo, ordinario di Antropologia culturale a La Sapienza. «Una stanchezza senza fine, una fatica fisica e psichica. Saltano i ritmi biologici e gli orari. Spesso non si dorme la notte e sappiamo che significa perdere il sonno».
I servizi sono carenti. «Così solitudine, stress e una vita diventata prigione - commenta l’antropologa - non giustificano un omicidio, ma di sicuro ne spiegano l’origine». In altri Paesi occidentali l’assistenza domiciliare è praticata da anni. Noi siamo in coda, secondo Longo, e inoltre «vecchiaia e malattia non sono accettate dalla nostra società».
Le vittime sono almeno due: chi è malato e il familiare che cerca di gestirlo. Lo sa bene Anna Galuccio, assistente sociale all’ospedale romano San Giovanni: «Se poi, alla demenza senile si aggiunge una caduta, con frattura del femore come spesso accade, la situazione si complica. Il disorientamento e l’abbandono, dopo il ricovero e il ritorno a casa, sono totali. E se non si può pagare un badante, si fa domanda alle case di riposo dei municipi, a compartecipazione di spesa. Ma le attese sono anche di un anno». Benedetti i badanti, dunque. Però, ammesso che ci si possa permettere di pagarli, anche in questo campo non sono tutte rose e fiori. La Struttura complessa di medicina preventiva della migrazione, all’ospedale San Gallicano organizza corsi per loro. «E’ necessario - conferma Irai De Almeida Faria, mediatrice culturale dell’istituto -. Molti si improvvisano in questo ruolo, non sanno da dove iniziare. Vengono da esperienze diverse. Io stessa ho seguito un signore che si proponeva come badante e per trent’anni ha guidato treni in Bulgaria. Non aveva mai fatto assistenza prima d’allora...». Anche la vita di queste persone non è facile. Devono essere addestrate a trattare con anziani che «spesso pretendono di farle mangiare poco, proprio perché hanno difficoltà economiche», a volte «dormono nello stesso letto della persona assistita». Non si resiste a lungo. E la famiglia si ritrova presto sola.
LA STAMPA, GIOVEDì 6/9/2007
Eliana Centrella, la professoressa di 65 anni che a Vercelli ha ucciso l’anziana madre, ha lasciato ieri pomeriggio il carcere. Al termine dell’udienza di convalida dell’arresto le sono stati concessi gli arresti domiciliari.
FRANCO COTTINI
Credete che la mamma potrà mai perdonarmi?». Una domanda straziante e ossessiva a cui è difficile dare una risposta che possa alleviare il dolore di Eliana Centrella, stimata e irreprensibile professoressa di liceo che ha stretto una calza di nylon attorno al collo della madre ultranovantenne immobilizzata a letto e incapace anche solo di parlare a causa di due ictus e dell’Alzheimer.
«Da molti anni la accudivo, la imboccavo, la lavavo e la vestivo come una bambina - racconta -. Tutti mi consigliavano di ricoverarla in una casa di riposo, ma non ho avuto la forza d’animo, lei non avrebbe voluto. "L’ospizio no" mi ripeteva sempre la mamma quando ancora era in grado di parlare e io ho fatto di tutto per accontentarla, fino all’ultimo, fino a quando ho avuto un briciolo di forza».
Per amore della madre, rimasta vedova in giovane età, si era completamente annullata. Aveva rinunciato a farsi una famiglia, ad avere una vita privata, aveva anche chiesto e ottenuto di andare in pensione anticipatamente.
Usciva di casa soltanto per andare a scuola. «Al termine delle lezioni, quando il liceo si svuotava di colleghi e studenti, mi concedevo un paio d’ore da sola nel laboratorio di scienze e nel museo naturalistico, lavoravo, mettevo a posto reperti e materiale, studiavo». Era quello l’unico momento che aveva tutto per sé. Poi di nuovo dalla mamma, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro in una casa che invecchiava con loro. Un peso che lunedì sera è diventato troppo pesante. «Non so che cosa mi sia successo - mormora -. Sono stati giorni difficili».
Parla dell’ultima settimana come se fosse l’unica davvero importante. Una settimana scadita da tre episodi chiave. Le badanti che la aiutano di notte e per qualche ora di giorno se ne vanno. «A giugno - racconta - ho subito un piccolo intervento chirurgico, è stato uno stress forse più psicologico che fisico. Di notte potevo fare da sola, ho chiesto di cambiare l’orario e allungare l’assistenza diurna. Mi hanno detto che non riuscivano, avevano già la giornata piena. Avrei fatto qualche sacrificio in più, ho insistito, ma non è servito».
Così alla fine si interrompe il rapporto. «Ho chiesto che almeno mi concedessero qualche giorno di tempo per trovare una sostituta, non c’è stato nulla da fare. Da un giorno all’altro mi sono sentita sola, abbandonata da tutti».
Poi c’è stata la visita a una casa di riposo che lunedì prossimo avrebbe accolto l’anziana. Ricorda: «Un posto buio e triste come quasi tutti gli ospizi. Mi ha fatto impressione. Sapevo che non c’era più altra soluzione, ma nelle orecchie avevo sempre la voce della mamma che mi ripeteva "l’ospizio no". Come avrebbe fatto lei senza di me? E come avrei fatto io senza di lei?». Chi l’ha incontrata quel giorno la descrive come una donna sconvolta e provata nel morale. Infine sabato scorso un piccolo incidente. «La mamma - continua Eliana Centrella - è scivolata a terra mentre la stavo lavando. Nulla di particolarmente grave, ma allora ho capito davvero che non ero più capace di fare quello che per anni avevo fatto per lei. Allora mi sono sentita disperata».
Sola e disperata, la professoressa che ha cresciuto generazioni di ragazzi nel rispetto assoluto e rigoroso delle regole e del dovere ha vissuto quel momento come un fallimento, forse anche come un’umiliazione più per sé che per la madre, ed è stato il panico.
Racconta: «E’ stato come vivere un incubo. Quando ho telefonato ai carabinieri non ero neppure sicura di aver fatto quello che ho fatto, anzi nello stesso momento in cui chiedevo aiuto ero quasi certa che non fosse successo nulla, che fosse tutto frutto della mia fantasia. Invece...Crede che la mamma mi avrà perdonato?».
LA STAMPA, GIOVEDì 6/9/2007
FLAVIA AMABILE
Le badanti? Una delle poche mansioni in crescita costante in Italia. Uno dei pochi lavori dove è difficile rimanere senza stipendio troppo a lungo perché l’Italia invecchia e c’è sempre più necessità di persone che si occupino degli anziani. Ecco che arrivano loro, le badanti, sempre definite al femminile perché i maschi che svolgono questo lavoro sono una ristrettissima minoranza.
Quante sono? Le cifre ufficiali in un settore in cui prevale il lavoro nero sono quasi prive di senso. Almeno un milione e trecentomila secondo una valutazione del 2005 del Centro ricerche Cergas-Bocconi, e solo poco più della metà (745 mila) registrate regolarmente all’Inps a fine 2006. All’80% circa sono straniere: ucraine, moldave, filippine, rumene. Almeno il 20% si concentra in Lombardia, una su 5 ha il permesso ma lavora in nero, una su due ha permesso e contratto ma in una versione «light», con un numero di ore dichiarate decisamente inferiore alle effettive.
Un esercito, che però non basta. L’Italia ne ha un bisogno disperato, la domanda supera di gran lunga l’offerta. Al punto che si scatenano paure, voci incontrollate, come quella che alcuni Paesi - soprattutto quelli dell’Est - stiano frenando la concessione di visti per evitare questa forma di emigrazione di massa delle loro donne verso l’Italia. «Non abbiamo conferme dirette - spiega Teresa Benvenuto, segretario nazionale dell’Assindatcolf, che rappresenta colf e badanti - ma sappiamo che si parla di questo timore».
La voce gira e ingrossa ancora di più il racket delle badanti. Almeno una su quattro arriva in Italia senza seguire vie ufficiali e senza avere i visti necessari. Paga una cifra esorbitante, quattromila euro per il kit chiavi-in-mano: passaggio in auto, attraversamento della frontiera e contatto con la famiglia alla ricerca della badante. Il pagamento avviene a missione conclusa, con l’ingresso della badante in famiglia: è a questo punto che il mediatore trattiene quattro o cinque mesi di stipendio.
Se la voce gira, il mercato cresce a dismisura. In quattro anni gli immigrati utilizzati come badanti o per mansioni di assistenza medica sono aumentati del 300 per cento. Le cifre più impressionanti sono forse quelle degli arrivi dall’Ucraina. Sono giunti in 120 mila, per l’85% donne, con un aumento del 750 per cento in quattro anni fino a diventare la quarta comunità in Italia.
Gli stipendi invece sono cresciuti negli ultimi anni. Se agli inizi guadagnavano pochi spiccioli, ora vanno dai 700 ai mille euro mensili, anche se le giornate di lavoro sono anche di 15 ore, con mansioni che diventano spesso omnicomprensive: si occupano di anziani ma anche di lavori domestici. «Ma queste sono solo le cifre minime e ufficiali, a cui vanno aggiunti comunque i contributi e le tredicesime. E che non tengono conto invece di quello che viene pagato in nero», precisa Teresa Benvenuto.
Se alcuni Paesi dovessero davvero frenare l’esodo, altri sono pronti a dare il loro contributo. Si segnalano i primi arrivi di donne sole dal Marocco, Paese poco avvezzo alle emigrazioni femminili. Mentre il sommerso è pronto a inventare sempre nuovi trucchi per soddisfare la domanda. Le straniere possono arrivare con permessi turistici di tre mesi. Alla scadenza si fanno sostituire da un’amica o una parente per qualche settimana poi tornano e riprendono il lavoro.
Il mercato tira così tanto che nelle Regioni proliferano corsi di formazione. «Il problema delle badanti straniere è che spesso arrivano senza conoscere una parola di italiano, senza avere conoscenze specifiche delle malattie - spiega Teresa Benvenuto - Sarebbe bello che le donne italiane che non trovano lavoro potessero avvicinarsi a quest’attività senza più pensare che non sia un lavoro gratificante. Il consiglio che mi viene spontaneo dare loro è di seguire un percorso formativo - uno dei corsi qualificati organizzati dalle Regioni - e nel frattempo iniziare a lavorare. Può essere questo il primo passo per inserirsi nel mondo dell’assistenza».
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