Corrado Sannucci, la Repubblica 6/9/2007, 6 settembre 2007
Presidente Cobolli Gigli, come si sente dopo essere stato impallinato dalle piccole del calcio italiano? «Sono ancora vivo e vegeto
Presidente Cobolli Gigli, come si sente dopo essere stato impallinato dalle piccole del calcio italiano? «Sono ancora vivo e vegeto. Mi rammarico solo che come Juventus non saremo nel consiglio mentre si discuteranno argomenti vitali per il calcio italiano». Forse è proprio per questo che non l´hanno voluta. «Ho letto proprio su "Repubblica" Cellino parlare di sconfitta dell´arroganza. E´ un uomo intelligente e simpatico, forse un poco umorale, ma si ispira al passato, a vecchie delusioni. Una volta mi ha detto che nel sottoscala della Juve c´è ancora Moggi: sono andato a controllare ma non l´ho trovato». Il bilancio finale è che non ci saranno le grandi nel consiglio. «Un segnale preciso che hanno voluto dare le altre società. Però questa sconfitta ha in realtà rinforzato il legame tra le grandi che si sono sentite escluse e ho sentito forte la solidarietà dei miei colleghi». Potevate forse preparare meglio la votazione. «Ma io non ho fatto campagna elettorale. Ero nel Consiglio di Lega di serie B, con la promozione si era prospettato un certo automatismo per l´elezione nel sesto posto di A. Chissà, forse è stato un giudizio non positivo nei miei confronti del mio lavoro». Adesso comunque bisognerà trovare un accordo. «Non so se augurarmi un accordo o aspettare che la Melandri ci spieghi come dobbiamo dividere i diritti tv. Non so dove ci sia maggiore saggezza». Hanno accusato la Juve e le altre grandi di voler essere le padrone del calcio. «Io non sono un padrone. Cellino è un padrone e può perdere un milione di euro di tasca sua. Io devo rispondere ai 40mila piccoli azionisti». Ma perché le grandi non riescono a cancellare la sensazione di voler prevaricare sulle piccole? «Ma è così dovunque nel mondo, in qualsiasi attività. Ci sono i grandi che prevaricano e i piccoli pieni di rancori». Quale può essere la base di un accordo futuro sui diritti? «L´esistenza di accordi pregressi ci obbliga a lavorare su due periodi: uno fino al 2010, che porterà solo a modificazioni marginali, l´altro con la centralizzazione dei diritti in Lega. La filosofia di base non può essere quella di dare meno alle grandi o di riparare a torti passati». E´ possibile la formula inglese, il 50% diviso tra tutti e l´altro 50% secondo i meriti? «Uno schema che al momento è inapplicabile. Potrà funzionare, in futuro, solo se i proventi dei diritti tv cresceranno, allora sì potremo dare la metà a tutti: il che vuol dire non tanto di meno ai grandi e molto di più ai piccoli. Ma per ora non potrà essere che il 30%, il 35%. Non posso andare dai miei azionisti e dire loro: ci hanno tolto ”x´ milioni». Ma la Lega è attrezzata per accrescere la torta dei diritti? «No, manca completamente di capacità di marketing, non l´ha mai fatto. La Lega si deve svegliare. Si perde in un milione di piccole cose e non si accorge che il 2010 è vicino». Che farà invece? «Ho due obiettivi: tornare a essere grandi per entrare in Champions League e lavorare ugualmente per creare il sistema secondo i consigli della Melandri». La sensazione che lei dà è di preferire la sponda con il governo all´accordo con le altre società. «Ma quando noi parliamo con la Melandri e gli altri, il meccanismo della gradualità ce l´hanno ben chiaro e che la quota per tutti può aumentare quando entreranno più soldi. Credo che il ministro abbia più buon senso dei signori in Lega». Galliani è tornato a minacciare uno scisma con una Lega dei grandi club. «Non mi faccia fare fantascienza. Lo scopo di noi cinque, Milan, Inter, Juve, Roma e Napoli, è di stare tranquilli e tutelare i nostri interessi». Matarrese ha dato il suo avallo alla rivolta dei piccoli club. «Ma in assemblea aveva invocato che nel Consiglio ci fossero le diverse anime delle società. L´hanno zittito, accusandolo di tirare la volata alla Juve. Allora si è limitato a fare, bene, il presidente dell´assemblea. Quando parla dopo, si lascia trascinare dall´impeto». Ma c´è una questione della sua rappresentatività nei vostri confronti? «A lui interessa fare il presidente che, mi creda, è un mestiere difficile. E che noi siamo fuori non è un problema suo, ma un problema della Juve». Non le sembrano sconfortanti queste diatribe di Lega? «In Italia non ci sono molte cose confortanti. Ma io sono un neofita e credo che anche dallo scontro possa nascere il dialogo».