Piero Ottone, la Repubblica 6/9/2007, 6 settembre 2007
Sono di passaggio ad Amburgo, ho un appuntamento col direttore della Zeit, che è il più importante settimanale tedesco
Sono di passaggio ad Amburgo, ho un appuntamento col direttore della Zeit, che è il più importante settimanale tedesco. La sede della pubblicazione è in centro, a poca distanza dalla stazione: un edificio moderno, asettico, che potrebbe ospitare la direzione di una grande banca. Nessun essere umano a pianterreno: prendo uno degli ascensori, salgo al quarto piano. Bionde segretarie longilinee, tutte vestite impeccabilmente allo stesso modo, blusa bianca e jeans, mi accolgono con cortesia professionale, e alle 16,30 in punto, l´ora prestabilita, mi introducono nella stanza del direttore. Tutto prevedibile. Tranne il fatto che il direttore è un italiano. Giovanni di Lorenzo, che dirige la Zeit dall´agosto del 2004, è proprio italiano, di nascita e di passaporto. Nato nel 1959, ha trascorso l´infanzia e ha frequentato le elementari a Roma. All´età di undici anni (con mamma tedesca) si è trasferito a Hannover, dove ha fatto le scuole medie e l´università (tesi di laurea, le televisioni commerciali in Italia). Attratto dal giornalismo, di carta stampata e televisivo, perfettamente bilingue, poteva scegliere per la sua carriera, finita l´università, l´Italia o la Germania. Ha scelto la Germania. In breve tempo ha collaborato alla Süddeutsche Zeitung, quotidiano fra i più importanti, prima come inviato, poi come responsabile della terza pagina. Nel 1999 è andato a dirigere un quotidiano di Berlino, il Tagesspiegel. E tre anni fa è diventato direttore della Zeit. Conduce anche, con successo, un programma alla televisione. Il settimanale che dirige è forse, per dimensioni e strutture, unico al mondo. E´ di grande formato, come i quotidiani del passato. E´ stampato (con impaginazione moderna) su carta di giornale, non patinata. Ed è suddiviso in numerosi fascicoli, dedicati alla politica, all´economia, alla scienza, alla letteratura, ai viaggi, e ad altro ancora, tutti facilmente individuabili grazie a uno splendido indice che occupa una pagina intera. Fu fondato nel 1946, ispirandosi ai principii «di libertà, democrazia, socialità», quando la Germania era occupata, ridotta a un cumulo di rovine. Da allora ebbe successo, continuò a crescere: oggi vende 480.000 copie ogni settimana. Esce il giovedì e per la sua lettura, dice con teutonica precisione l´editore, occorrono mediamente tre ore. La sua figura più rappresentativa, attraverso gli anni, fu Marion Dönhoff, emblematicamente chiamata die Gräfin, la «contessa» (ai tempi dell´università era «la contessa rossa»), che lo diresse per vari anni: nata in una famiglia prussiana di solida nobiltà, figlia di una dama di compagnia dell´imperatrice Augusta Vittoria, partecipò a una cospirazione contro Hitler, e diventò famosa, fra le tante imprese, anche per una fuga a cavallo che durò sette settimane. Morì nel 2002, all´età di novantadue anni. Oggi, il nume tutelare della pubblicazione è Helmut Schmidt, già cancelliere della Repubblica federale. E si può ben dire che questo settimanale famoso, diretto attualmente, vedi caso, da un italiano, rappresenta la Germania di oggi, profondamente diversa da quella del passato. C´era nell´Ottocento la Germania di Bismarck, di impronta imperiale e prussiana, governata da una nobiltà di proprietari terrieri e di militari: due sconfitte sui campi di battaglia la distrussero, la Prussia fu incorporata nell´impero sovietico. Negli anni successivi alla guerra ero corrispondente a Bonn, ho visto le città in macerie: sembrava la fine. Dalle rovine è invece emersa una Germania totalmente diversa, rappresentata dalla borghesia renana, di cui Adenauer fu il leader: una specie di grande Svezia o di grande Svizzera, risoluta a vivere in pace e a godere la vita, con discrezione. La attraverso tutti gli anni, e ho l´impressione di muovermi in un giardino fiorito, ordinato, accogliente. La Zeit è lo specchio di questa Germania dei nostri tempi, moderna, elegante, capace di ironia e di un certo distacco: la Atene del Duemila. Una ricerca demoscopica del settimanale indica che il paese si muove verso sinistra, perché predomina fra i cittadini il desiderio di sicurezza: pensioni generose, certezza del posto di lavoro, reddito fisso, assistenza sociale. Ma è giusto considerare di sinistra queste aspirazioni? O non rispecchiano piuttosto il desiderio, semplicemente, di vivere in pace, senza ambizioni, in una civiltà giunta allo stadio finale, forse un po´ senile, aliena dalle avventure, infinitamente saggia? Affaccio l´idea nella conversazione con di Lorenzo, ed è inevitabile un cenno a Spengler, col suo tramonto della civiltà: un tramonto che può essere dolce, oraziano, piuttosto che apocalittico. Quando poi di Lorenzo mi accompagnerà all´ascensore, incontreremo per caso una persona alla quale sarò presentato: una persona che porta, vedi caso, il nome di Spengler, un suo lontano parente. In Germania può succedere. Parliamo di giornali, naturalmente. La Zeit è costantemente in crescita, contro tendenza, perché oggidì la maggior parte dei giornali, in Germania e fuori, è in difficoltà. Ha un avvenire la carta stampata? Di Lorenzo pensa di sì, come me: purché segua nuove strade, tenendo conto di un pubblico che ha altre esigenze, e ricordando che è sempre più importante la componente femminile. E l´Italia? Di Lorenzo non dimentica di essere italiano, in Italia ha i familiari, ci viene tutti gli anni. Che impressione fa dunque, questo nostro paese, su un connazionale che ha successo in terra straniera? Che impressione fanno, su un giornalista che lavora ad Amburgo, i nostri giornali? Anche lui, come me, come tutti, ha l´impressione che attraversiamo un periodo poco felice, di scarsa reattività, di rassegnazione: cita come esempio episodi recenti, la reazione fiacca agli incendi dei boschi, ai soprusi nella raccolta dell´immondizia. Ma è discreto, non infierisce nei giudizi. Forse condivide, come tanti altri nella sua patria di adozione, un debole per l´Italia.