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 2007  settembre 06 Giovedì calendario

Settembre 1968: Hillary Diane Rodham, giovane dal comportamento esemplare e presidentessa dell´organo direttivo studentesco, illustra vari metodi di protesta alle ragazze matricole del Wellesley College

Settembre 1968: Hillary Diane Rodham, giovane dal comportamento esemplare e presidentessa dell´organo direttivo studentesco, illustra vari metodi di protesta alle ragazze matricole del Wellesley College. Si tratta di un argomento davvero scottante nell´anno in cui divampa, nelle sue parole, «la politica dello scontro da Chicago alla Cecoslovacchia». I suoi appunti redatti a mano - custoditi negli archivi del Wellesley - abbondano di abbreviazioni, cancellature, aggiunte, come se fossero stati scritti in tutta fretta. Eppure le parole sono scelte con cura, prudenti, sempre attente a non superare confini precisi e limitati: a "rimanere entro le linee", anche quando nel 1968 queste si spostavano bruscamente. Mentre i leader studenteschi di alcuni campus andavano sulle barricate, Hillary Rodham presiedeva dibattiti, riunioni del gruppo dirigente, comitati direttivi, prediligendo una "politica del confronto" più tranquilla. Negli anni in cui l´America esplodeva per il Vietnam, i diritti civili e gli assassini di due leader carismatici (Martin Luther King e Bob Kennedy, ndr), lei compiva una radicale svolta intellettuale, politica e stilistica. A Wellesley era entrata a 18 anni, da repubblicana, e nel dormitorio aveva sistemato il trattato di destra di Barry Goldwater, «La coscienza di un conservatore». Qualche anno dopo sarebbe uscita dal college nelle vesti della democratica contraria alla guerra. Di più: la sua pubblica accusa a un senatore repubblicano contenuta nel discorso di laurea avrebbe destato tanta attenzione da essere pubblicato sulla rivista Life come pensiero di tutta la sua generazione. La strada di Hillary Rodham Clinton è stata tracciata, per buona parte, durante il caldo 1968. Il suo percorso politico è un viaggio nelle contraddizioni giovanili. stata forse l´unica ventenne ad aver lavorato nell´arco di un anno, prima alla campagna presidenziale contro la guerra del senatore Eugene McCarthy, e poi per il repubblicano Melvin Laird, il falco di Washington; ad aver partecipato sia alla Convention dei repubblicani a Miami, sia al parapiglia dei democratici a Chicago. Il giorno dopo l´assassinio di Martin Luther King Jr, tornò da una dimostrazione a Boston con una fascia nera sul braccio. Ripercorrendo il passato, è facile vedere come quell´ambiziosa laureata in scienze politiche sarebbe diventata la futura First Lady, poi senatrice degli Stati Uniti e oggi candidata alla presidenza. Nelle elezioni studentesche era meticolosa e seria: faceva campagna elettorale passando di porta in porta, di dormitorio in dormitorio. Hillary Rodham era arrivata al college di Wellesley nell´autunno 1965: una Girl scout carica di onorificenze, la cocca dei professori, di una famiglia di vocazione repubblicana della periferia di Park Ridge, a Chicago. Ben presto iniziò la svolta verso la sinistra: contro la guerra del Vietnam e in aperto contrasto col padre, il conservatore Hugh Rodham. In giro per il campus Hillary Rodham indossava occhiali con montatura pesante e lenti spesse, e l´uniforme di quei tempi: scarponi rumorosi, jeans stracciati, giaccone blu e dolcevita, felpe e camicie da lavoro. Non provò mai droghe illecite, almeno così assicura lei. Si faceva vedere alle partite di football di Harvard (spesso con un libro in mano, ricorda un´amica) e per una sua compagna di camera, Johanna Branson, organizzò una festa di addio al nubilato a base di fragole e panna in cima al campanile del Wellesley. L´assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile 1968 sul balcone di un albergo di Memphis, la sconvolse. Entrò singhiozzando nel dormitorio e scagliò la borsa dei libri contro il muro. Qualche anno prima, nel 1962, aveva incontrato King di persona: lei preferiva il suo approccio ai cambiamenti sociali, rispetto ai metodi a suo avviso aggressivi di gruppi quali l´Sncc (Student Non-Violent Coordinating Committee). La morte di King scatenò insurrezioni e sommosse nelle città e nei campus: fu allora che Hillary Rodham, nel timore che i manifestanti avrebbero fatto chiudere Wellesley (il che non sarebbe stato costruttivo), contribuì più pragmaticamente a organizzare uno sciopero di due giorni, lavorando a stretto contatto con i pochi studenti neri di Wellesley (soltanto sei su 401 del loro corso), per ottenere qualcosa di realistico e moderato, per esempio aprire l´accesso a un numero maggiore di studenti di colore e a docenti neri. Quell´inverno la futura First Lady si era recata parecchie volte nel New Hampshire per collaborare da volontaria alla campagna del democratico McCarthy, che sfidava il presidente Johnson per la nomination democratica. Alla giovane studentessa piacque molto il messaggio di McCarthy - il movimento contro la guerra doveva agire nell´ambito del sistema, non per le strade. Non a caso ha più volte ricordato lo choc alla vista della brutalità degli scontri fra agenti di polizia e manifestanti in quei giorni attorno alla Convention democratica. Nonostante l´evoluzione a sinistra, Hillary Rodham restava legata al partito repubblicano e quell´estate lavorò come stagista al Campidoglio a Washington, coi repubblicani guidati da Laird, futuro segretario alla Difesa del presidente Nixon. «La ricordo bene, era brillante, aggressiva e non molto repubblicana», dice Ed Feulner, che quell´anno controllava gli stagisti. Molto diligente, fece un «lavoro eccellente», ricorda Laird, citando un suo discorso ben preparato e documentato sui finanziamenti della guerra del Vietnam. Insieme ad altri giovani, diede una mano alla campagna elettorale del governatore Nelson Rockefeller, che intendeva battere Nixon e ottenere la nomination repubblicana. Alla Convention di partito di Miami incontrò Frank Sinatra, prese l´ascensore con John Wayne, e decise di lasciare il partito repubblicano una volta per tutte. Hillary Cinton ricorda quel raduno così: «All´improvviso mi resi conto che tutti quei messaggi velati che ricevevo erano razzisti». Quell´autunno, di ritorno a Wellesley, la giovane si immerse nelle faccende del campus: nel ruolo di presidente dell´organo direttivo studentesco, che le garantiva la visibilità e l´apprezzamento sociale che le stavano tanto a cuore. Infine s´impegnò in una dissertazione di 92 pagine su Saul Alinsky, militante comunitario e protagonista di una crociata contro la povertà. Quella tesi fa luce anche sull´autrice. La conquista del potere, affermava Hillary Rodham già in quelle pagine, è l´obiettivo centrale di un valido attivismo. Citando lo stesso Alinsky, lei concludeva: «Il potere è l´essenza stessa della vita, il suo motore». (Copyright New York Times/La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)