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 2007  settembre 05 Mercoledì calendario

Martedì sera alle 22.30 è morto d’infarto, a 54 anni, Gigi Sabani. Il conduttore, che era a casa della sorella Isabella a Roma nel quartiere Prenestino, per tutto il giorno aveva avuto un dolore al braccio sinistro e un malessere diffuso e intorno alle 20 era stato visitato da un medico: «Aveva accertato che non c’era niente di grave

Martedì sera alle 22.30 è morto d’infarto, a 54 anni, Gigi Sabani. Il conduttore, che era a casa della sorella Isabella a Roma nel quartiere Prenestino, per tutto il giorno aveva avuto un dolore al braccio sinistro e un malessere diffuso e intorno alle 20 era stato visitato da un medico: «Aveva accertato che non c’era niente di grave ... gli ha detto che il cuore era a posto», ha raccontato la sorella. In serata l’infarto, come hanno accertato al loro arrivo i medici del 118 che hanno tentato di rianimarlo inutilmente. Ma come è possibile che il malessere di Sabani non abbia allarmato il medico che lo ha visitato? Ne parliamo col professor Carlo Marcelletti, direttore dell’Unità Operativa di Cardiochirurgia Pediatrica dell’Ospedale civico di Palermo, primo in Italia a effettuare un trapianto di cuore su un bambino. «Bisogna sempre allarmarsi di fronte a una precoldialgia, il classico dolore che si estende dal petto verso il collo o il braccio sinistro. Vuol dire che è in atto una crisi ischemica, cioè il cuore non riceve un quantità sufficiente di sangue. Quando l’ossigeno non gli basta, il cuore ci avverte con il dolore. Troppe volte, però, l’ischemia viene confusa con un disturbo gastrico, con una cattiva digestione. Ero bambino quando a un mio zio che morì d’infarto prescrissero del bicarbonato. Perché spesso la crisi ischemica si manifesta con un bruciore alla – bocca dello stomaco”: se il paziente sente delle ”puncicature”, non c’è da allarmarsi. Ma se il dolore è di tipo ”gravitativo”, ossia il paziente ha la sensazione di qualcosa che gli comprime il petto, allora bisogna preoccuparsi, specie se ci sono fattori di rischio. I fattori di rischio dell’infarto sono: dislipedemia (ossia il colesterolo alto), tabagismo, diabete, ipertensione arteriosa, e oggi, abuso di sostanze stufacenti come amfetamine e cocaina. Io ho incontrato Sabani un paio di volte. Dal colorito e dalla tipologia di pelle, mi ero fatto l’idea che potesse avere una dislipidemia ». Che succede quando l’ischemia evolve in infarto? «Le cellule, non ricevendo più ossigeno, muoiono. Se l’estensione dell’infarto supera il 40 per cento della massa cardiaca, interviene lo choc cardiaco e il decesso». Se l’allarme scatta in tempo si può evitare la morte? Senz’altro sì. E infatti giovedì scorso il professor Giovanni Ruvolo, Ordinario di Chirurgia Cardiaca presso il Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, prima di operare due paziente al cuore ha sentito un dolore in petto. L’ecocardiogramma ha dato esito negativo (perché svela l’infarto, non la crisi ischemica), ma l’elettrocardiogramma dava i segni di un’ischemia in atto. Lui ha operato i due pazienti e poi si è fatto fare una coronografia. Risultato: ostruzione del 70 per cento di una vaso che porta il sangue al cuore. Venerdì mattina gli hanno impiantato uno stent - un perfezionamento della tecnica di dilatazione delle arterie occluse (rivascolarizzazione) eseguita con il famoso ”palloncino” (l’angioplastica) - e di lunedì era di nuovo al lavoro: «Ho fatto quello che avrebbero fatto molti altri chirurghi. I miei pazienti avevano patologie molto delicate mentre il mio cuore poteva aspettare» (Giovanni Ruvolo). Come mai gli esami di Ruvolo davano esiti negativi? «Perché avevo un’angina, non un infarto. In caso di angina non sempre gli esami strumentali base del cuore risultano anomali. Spesso solo la coronografia rivela con chiarezza i punti delle coronarie dove il sangue fluisce non difficoltà o non fluisce affatto. La coronografia è l’esame che avrebbe dovuto fare Sabani, senza tante chiacchiere. Non ne ho la certezza, ma immagino che il conduttore abbia avuto un’occlusione progressiva al ramo coronarico maggiore (il discendente anteriore) perché in questi casi la morte più probabile è veloce». Alcuni dicono che la coronografia è un esame a rischio. «Bugia. Ormai un bravo cardiologo la esegue in quindici minuti: si entra con un catetere nelle coronarie, si inietta liquido di contrasto e si vede con estrema chiarezza dove il sangue fluisce con difficoltà». Quindi cosa deve fare un paziente che teme un principio d’infarto? «Il medico deve mandarlo in un’unità coronarica, dove si procede con accertamenti sempre più approfonditi. Ci sono tre metodi per risolvere l’ostruzione di un’arteria. Prima si tenta con i farmaci, se i farmaci non funzionano si esegue la coronografia e si impianta lo stent. Altrimenti si va in sala operatoria e si esegue la rivascolarizzazione chirurgica». Quante sono le probabilità di vivere bene dopo un’infarto? «Se si interviene entro sei ore dall’evento acuto, si può ripristinare una buona funzionalità del miocardio». Oltre ad evitare i fattori di rischio, quali regole di vita bisogna seguire per evitare l’infarto? «E’ importante l’attività fisica, senza esagerare: perfetta una corsa di trenta minuti per 3-4 chilometri al giorno. E poi non bisogna mai mettersi a dormire con una digestione pesante in atto. La digestione è uno sforzo cardiocircolatorio enorme. La maggior parte degli infarti si svolge di notte dopo un lauto pasto. L’ideale sarebbe cenare verso le 19.30 e andare a dormire verso le 11. Lo stress fa male al cuore? «Lo stress, paradossalmente, se non è unito ad altri fattori di rischio, fa bene. Perché mantiene attiva la circolazione coronarica». Chi l’ha provato dice che il dolore anginoso è indimenticabile… «Un tempo lo chiamavano ”la malattia delle vetrine”. Perché chi lo avvertiva passeggiando in strada, magari in compagnia di una dama, in attesa che il dolore passasse si fermava fingendo di guardare una vetrina. In effetti se il paziente sta immobile il dolore può passare, ma resta pur sempre il segnale della catastrofe». Altre cose su infarto. L’infarto e l’ictus cerebrale sono tre volte più frequenti dei tumori. E’ il dato diffuso da Vincenzo Branca, primario di neuroradiologia, e dal professor Pier Mannuccio Mannucci, entrambi dell’Ospedale Maggiore di Milano, nella prima di tre conferenze organizzate dall’istituto milanese su temi di stretta attualità (dato del 2003) . Ogni tre minuti un italiano viene colpito da infarto, ogni anno le malattie cardiovascolari uccidono 235 mila persone, cioè 4.24 per ogni 1000 abitanti, quasi il doppio dei 2.73 decessi su 1000 per tumore. Fonte: ìLa Stampaî, 9/10/2002, pagina 21 Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la principale causa di morte nel nostro paese, essendo responsabili del 44 per cento di tutti i decessi. In particolare la cardiopatia ischemica è la prima causa di morte in Italia, rendendo conto del 28 per cento di tutte le morti, mentre gli accidenti cerebrovascolari sono al terzo posto con il 13 per cento, dopo i tumori. Considerando gli anni potenziali di vita perduti, cioè gli anni che ciascun deceduto avrebbe vissuto se fosse morto a una età pari a quella della sua speranza di vita, le malattie cardiovascolari tolgono ogni anno oltre 300.000 anni di vita alle persone con meno di 65 anni, 240.000 negli uomini e 68.000 nelle donne (dati Istat del 2002). Il 23,5 per cento della spesa farmaceutica italiana (pari all’1,34 del prodotto interno lordo), è destinata a farmaci per il sistema cardiovascolare (Relazione sullo stato sanitario del Paese, 2000). Su Macchina dle Tempo, ottobre 2005. Gli ultimi dati dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (Anmco) mostrano che negli ultimi trent’anni la mortalità da infarto s’è dimezzata negli uomini ed è scesa del 55 per cento nelle donne. Adesso i morti per infarto sono ogni anno in Italia 37 mila (22 mila uomini, 15 mila donne) su un totale di 243 mila persone che soffrono di cuore. Le patologie cardiache sono ancora oggi la prima causa di morte (Gianna Milano, Panorama 4/11/04). Il dottor Peter March del Social Issues Research Center di Oxford ha compilato una statistica sulle cause di morte in Europa. Al primo posto ci sono cancro e infarto (una possibilità su 4). E’ più probabile morire avvelenati (una possibilità su 3060) che morire per Aids (una su 23.600). Una pioggia di meteoriti è più pericolosa del morbo della mucca pazza (c’è una possibilità su 25.000 di essere colpiti da un asteroide, contro una su 4.402.985 di mangiare una bistecca infetta) e abbiamo una sola possibilità su 97 di morire di semplice vecchiaia (Paolo Passarini su La Stampa del 17/1/01). In Italia si verifica un infarto ogni 4 minuti con 160.000 casi l’anno e 47.000 morti. I due terzi dei decessi avvengono fuori dall’ospedale, ’’nella maggior parte dei casi a due ore dall’esordio dei primi sintomi’’ (Antonio Pesenti, coordinatore del Dipartimento emergenza-urgenza dell’ospedale San Gerardo di Monza). Solo 80mila persone l’anno colpite da attacco cardiaco riescono ad arrivare in ospedale. E il 13% vi giunge troppo tardi, spesso oltre 12 ore dopo i primi sintomi. Numeri diffusi alla presentazione del progetto ’Contrattacco cardiaco’, avviato dall’ospedale San Gerardo di Monza e dal 118 Brianza. Prima dei 50 anni la probabilità per un uomo di morire d’infarto è sei volte più alta che in una donna. Con il progredire dell’età questa differenza si riduce, per annullarsi quando si raggiungono gli 80 anni. «Queste statistiche riguardano soprattutto il passato. Forse oggi con la parità dei sessi e, quindi, anche degli impegni e degli stress il divario tra uomini e donne in fatto di mortalità per malattie cardiache potrebbe essersi ridotta considerevolmente» osserva Attilio Maseri, direttore Dipartimento cardio-torace-vascolare del San Raffaele di Milano. I fattori di rischio sono infatti legati allo stile di vita (quindi la terna fumo, sovrappeso e sedentarietà è sempre sotto accusa), anche se per i colpiti prima dei 60 anni è spesso presente anche una componente genetica. «Aspettiamo e vediamo se passa». Questo il ’mantra’ di molti, troppi infartuati, secondo i cardiologi e gli esperti di medicina d’urgenza riuniti a Milano per presentare il progetto ’Contrattacco cardiaco’, sviluppato dall’Ospedale San Gerardo di Monza e dal 118 Brianza. ’’E le piu’ a rischio, quelle che impiegano piu’ tempo prima di decidere di chiamare il servizio di emergenza, sono proprio le donne - sottolinea Patrick Goldstein, specialista in medicina d’urgenza e direttore della Divisione di pronto soccorso della Clinica Universitaria di Lille (Francia) - convinte ancora di essere in qualche modo protette contro l’infarto’’. Negli ultimi cinque anni il numero di ospedalizzazioni in seguito a scompenso cardiaco sono cresciute del 40 per cento e circa un terzo dei pazienti muore entro un anno dal ricovero. Il numero dei malati aumenta con gli anni: 1 per cento fino a 60 anni, 2 per cento tra 60 e 70, 5 per cento tra 70 e 80, oltre 10 per cento dopo gli 80. Tuttavia sono quasi 300 mila gli under 60 che ogni anno hanno uno scompenso cardiaco. Dati da un’indagine condotta da Shape (Study on Heart failure Awareness and Perception in Europe), un gruppo di studio sulla percezione e la valutazione dello scompenso cardiaco in Europa. Infarto. Necrosi del muscolo cardiaco, dovuta all’occlusione di una coronaria. Per prevenirlo: vita igienica, attività fisica regolare e serena, non fumare, evitare la «dislipidemia», cioè l’eccesso di grassi. «Tutto ciò che rende la vita facile e felice fa bene al cuore, compreso il sesso, ma non nei cardiopatici», che non devono superare la propria riserva coronarica, cioè la capacità che ha il cuore di fornire sangue e ossigeno in risposta a uno stress psicofisico (prof. Franco Romeo, titolare del dipartimento di cardiologia dell’Università Tor Vergata di Roma).