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 2007  settembre 05 Mercoledì calendario

2 ARTICOLI

VERCELLI. Senza più l’aiuto delle badanti si è sentita perduta, troppo gravoso per lei era diventato l’impegno di accudire da sola la madre inferma da molti anni. Così piuttosto che farla ricoverare in una casa di riposo ha preferito ucciderla stringendole una calza di nylon al collo. Un dramma familiare che ha per protagoniste Eliana Centrella, 65 anni, conosciutissima insegnante di scienze del liceo scientifico, e la madre Carla Bosio, 93 anni, da lungo tempo bloccata a letto, incapace di parlare e di muoversi a causa di due ictus e dell’Alzheimer.

Da quaranta anni la professoressa si era annullata per la madre rimasta vedova tanto che aveva deciso di non sposarsi per non lasciarla sola. Pochissime e selezionate le amiche, rari i momenti di svago che si concedeva. Per sè si ritagliava solo un paio d’ore al termine delle lezioni quando, andati a casa colleghi e studenti, lo Scientifico si svuotava e lei poteva stare un po’ tranquilla in quell’aula di scienze che era la sua creazione. Poi c’erano solo la casa e la mamma. Arrivata nel 1998 la pensione anche quella valvola di sfogo era venuta meno e la madre, le cui condizioni di salute peggioravano con l’avanzare dell’età, era diventata la sua unica ragione di vita. Con forza respingeva l’ipotesi di farla ricoverare in una casa di riposo che le veniva suggerita da chi la vedeva sempre più stanca e preoccupata.

Da sette anni la aiutavano due badanti, ma qualche giorno or sono il rapporto si è interrotto. Opposte le versioni: secondo la professoressa avevano chiesto un aumento dei compensi e lei non poteva darglielo, secondo le interessate sarebbe stata la donna prima a dire di non poterle più pagare e in seguito di non avere più necessità in quanto la madre sarebbe andata in una casa di riposo. Trovatasi da sola ha capito di non farcela. La scorsa settimana aveva preso contatti con la Piccola Opera Caritas concordando il ricovero per lunedì prossimo. Così ha trascorso questi ultimi giorni combattuta tra il dolore per questa decisione e il sollievo di aver trovato una soluzione che per il suo mondo era comunque dirompente. Nel frattempo, almeno di giorno, era riuscita a trovare una nuova badante.

Sabato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la madre è caduta dal letto mentre la figlia - reduce da una piccola operazione chirurgica - la stava lavando. A quel punto è scattato qualcosa, forse Eliana Centrella ha creduto di non essere più capace di fare quello che aveva fatto ogni giorno per trent’anni. Forse «l’ospizio» è tornato ad essere una decisione insopportabili. Così lunedì ha deciso che la misura era colma, ha preso una calza e ha strangolato la madre incapace di difendersi. Alle 23,30 ha telefonato in lacrime ai carabinieri: «Sono Eliana Centrella, abito in corso Abbiate 134. Venite, ho ucciso mia mamma».
FRANCO COTTINI, MARCO FERRANDO


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VERCELLI. «Gli animali non si dividono, si distinguono: si divide solo il salame». Era una delle frasi che la professoressa Eliana Centrella ripeteva più spesso ai suoi studenti, alle prese con una materia, scienze, che chiede rigore anche nel linguaggio. In pensione da nove anni, ne aveva passati 30 tra le mura dell’Avogadro: «qui è ancora di casa», dice il preside, Giuseppino Donetti, che ieri era visibilmente scosso. «L’ho avuta come professoressa, alla fine degli anni Sessanta - racconta - era il suo primo incarico, era poco più vecchia di noi: la ricordo aperta e serena, rigida come doveva essere per gestire una classe di quasi coetanei». «Ha passato tutta la vita tra queste pareti - aggiunge -: curava personalmente il laboratorio e il museo. Anche l’attività scientifica del corso tecnologico era stata avviata da lei e tutti, ex alunni ed ex colleghi, la ricordano con piacere e con affetto». Come Paoletta Picco e Carla D’Inverno, ieri a scuola per una riunione: « una collega che rimpiango - la professoressa D’Inverno, accanto a lei per anni -. Aveva un senso del dovere e di responsabilità rari e preziosi, anche nel rapporto con gli altri docenti. Poi era capace di un grande contatto umano con i suoi ragazzi». «A me ha insegnato un metodo - aggiunge Paoletta Picco -, mi ha fatto capire che nella vita il rigore e la puntualità sono fondamentali».

«Severa ma buona». Sconvolto anche Gianni Mentigazzi, ex assessore alla Cultura e collega per molti anni allo Scientifico: «Era professionale, coscienziosa. Preparava benissimo i suoi allievi. Con loro aveva un ottimo rapporto, anche se era severa». Chi aveva poca familiarità con le scienze la considerava «terribile», ma era uno di quei «titoli» che si assegnano ai propri insegnanti senza malizia, quasi con affetto: «Era severa ma buona, viveva per la scuola e per i suoi allievi, passava le vacanze e ogni momento libero nel laboratorio - ricorda il soprano Simona Zambruno, ex allieva illustre -. Il liceo e la madre erano tutta la sua vita: non avrebbe mai potuto farle del male consapevolmente, era tutta la sua famiglia, e la adorava».

Raggiunto telefonicamente e ancora all’oscuro di tutto, l’ex insegnante di educazione fisica Domenico Conturbia è incredulo e sconvolto. «Siamo stati colleghi per alcuni anni, ed è stata insegnante dei miei figli, che me ne hanno parlato come di un’ottima persona, preparata e votata al lavoro. Ricordo la dedizione con cui faceva svolgere ai suoi ragazzi vari esperimenti di chimica e biologia, coinvolgendoli in esperimenti interessanti».

Proiettata sull’università.Una delle sue ultime classi è stata quella del corso C Tecnologico che si è diplomata nel ’99. Tra i banchi c’era anche il ventisettenne Marco Vaccarone: « di sicuro la prof che mi ha insegnato di più - confessa -. Attenta a farci studiare con rigore e seguendo il metodo universitario, mi ricordo che durante le interrogazioni esigeva che si portasse anche il quaderno completo degli appunti. Molto scrupolosa e rigida, non tollerava che si usassero termini impropri e non scientifici.

Ne conserva un ricordo piacevole anche Carlo Facelli, maestro di sci uscito dall’Avogadro nel ”75: «Dura e severa, ma capace di scherzare, ogni tanto urlava ma poi tutto finiva lì».
GLORIA POZZO, FILIPPO SIMONETTI