Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 05 Mercoledì calendario

L’ostacolo che non era riuscita a valicare, nonostante i trionfi, era l’ostilità di Arturo Toscanini

L’ostacolo che non era riuscita a valicare, nonostante i trionfi, era l’ostilità di Arturo Toscanini. Alla Scala i suoi fan a ogni rappresentazione sgominavano la fazione opposta dei sostenitori di Renata Tebaldi, «voce d’angelo»; intellettuali d’avanguardia si convertivano fervidi al teatro d’opera catturati dalla qualità «totale» delle sue esibizioni (e il giovane Alberto Arbasino ne racconterà gli incantamenti nel romanzo epistolare Il ragazzo perduto, pubblicato nel 1959 e poi ripubblicato col titolo L’anonimo lombardo), l’arroccata buona società milanese si schiudeva per riceverla, ma il maestro non mollava: una «vociaccia», a parer suo, quella della Meneghini Callas (il doppio cognome durò per quasi tutti gli anni Cinquanta, gli anni di Milano e della Scala, gli anni pre-Onassis). Ma lei, la Meneghini Callas, un giudizio così non era disposta ad accettarlo. «E infatti, tramite la figlia Wally, di cui era diventata amica, riuscì a fargli cambiare idea», informa Italo Moscati, autore del documentario Non solo voce. Trent’anni dalla morte di Maria Callas (andrà in onda domenica 16 settembre su Rai 1, alle undici e un quarto di sera). Cambiare idea? Di più. Dopo averle sentito cantare dei brani dal Macbeth di Verdi, l’implacabile maestro apparve del tutto conquistato. Si sbilanciò addirittura: «Finalmente ho trovato la mia Lady Macbeth!». A riferirgli l’episodio (fonte: la biografia callasiana del giornalista Renzo Allegri, consultata con mille altri documenti da Moscati), Franco Zeffirelli si mette a ridere: « vero, andò proprio così. Ma non significa che Toscanini avesse mutato opinione sulla ”voce di vetro di questa greca, aspra, sovvertitrice di tutti i parametri”. Anzi, era una conferma». Una conferma? «Le spiego. Quando Toscanini accettò di ascoltare la Callas – lei, probabilmente tramite Wally, ora non rammento, gli aveva chiesto una vera e propria audizione, come una principiante, ed era già al vertice, una prova di umiltà straordinaria! – quando Toscanini l’ascoltò, dicevo, le fece cantare una parte per cui la voce ”aspra” ci voleva (l’aveva chiesta espressamente Verdi. ”Per carità, non mandatemi una che canta Il Trovatore, s’era raccomandato all’epoca del debutto). Così Toscanini si cavò la soddisfazione sardonica di complimentare la Callas e, insieme, confermare il proprio giudizio. ”Ha esattamente la voce ”brutta” che Verdi voleva per Lady Macbeth”, fece sapere in giro». La diffidenza di Toscanini non fu l’unica ombra del periodo milanese di Maria Callas. Anche il rapporto con il sovrintendente scaligero Antonio Ghiringhelli, toscaninian-tebaldiano d’animo e formazione, fu sempre teso, dall’esordio nel 1951 allo scontro finale nel 1958. Ma finché qualcosa non si logorò irrimediabilmente nella sua prodigiosa macchina teatrale e canora, e accadde, appunto, alla fine degli anni Cinquanta, fu a Milano che il fenomeno Callas continuò a crescere, non solo l’artista, la cantante, ma l’essere umano, la donna ambiziosa e timida che voleva uscire da un involucro di grasso e di provincialismo. Quando aveva sposato Giambattista Meneghini, nel 1949, la sorella di lui, Pia, l’aveva giudicata «ciabattona, cicciona, inguardabile». Ma se chiedete oggi come fosse la Callas a chi l’ha conosciuta dopo il 1954 (quando, persi misteriosamente 30 chili in pochi mesi, s’affidò alle cure della famosa sarta Biki, dicendole semplicemente: «M’insegni a vestirmi»), il ritratto è opposto. Gioia Falck crede di averla incontrata per la prima volta a casa di Fosca Crespi: «Era bella, una bella pelle, begli occhi. Nelle foto sembra grossa d’ossa; dal vivo era più fine. Molto gentile, per quello che ricordo. Nel 1960, a un ballo a Napoli, si fermò apposta per salutarmi; mi parlò della sua nostalgia per gli anni alla Scala. Sa una cosa buffa che aveva? L’accento. Parlava italiano con l’accento veneto, anzi, veronese, come quello del marito. Una parlata strascicata che non andava d’accordo col suo personaggio». Timida, incerta, «andava spesso in depressione», racconta Camilla Cederna in un’intervista che rivedremo nel programma di Moscati. E però tenace, disposta all’impossibile. «Nel periodo in cui era grassissima teneva in camerino una foto di Audrey Hepburn, pensi!», si stupisce ancor oggi Zeffirelli. «Era a lei che voleva somigliare». Più tardi, molto più tardi, l’insicurezza sull’aspetto, l’abbigliamento, il gusto scomparve. Le lezioni milanesi avevano avuto il loro effetto. Alain Renaud, il genero-stilista di Biki che aveva «costruito» quello che oggi chiameremmo il look della Callas, continuò a mandarle schizzi di modelli anche dopo che s’era trasferita a Parigi. Jaques Renaud, il figlio, ne conserva alcuni, con le risposte di lei. Decise. «Bello, tranne il colore». Oppure: «Sì, va bene così». Ma anche: «No, non sono d’accordo». La timidezza era passata. L’incertezza pure. La depressione no. La depressione l’accompagnò fino alla fine. Stampa Articolo