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 2007  settembre 05 Mercoledì calendario

Paolo, quest’anno ci siamo: sei passato di ruolo». Paolo, di cognome fa Guaccia, di mestiere fa il professore di economia aziendale negli istituti tecnici e professionali e queste parole le ha attese per 24 anni

Paolo, quest’anno ci siamo: sei passato di ruolo». Paolo, di cognome fa Guaccia, di mestiere fa il professore di economia aziendale negli istituti tecnici e professionali e queste parole le ha attese per 24 anni. Un quarto di secolo trascorso a inseguire il miraggio della cattedra. Ora ha 54 anni, è un signore magro, stempiato, con una voce gentile, lo sguardo mite dietro gli occhiali. Ce l’ha fatta a conquistare la sua cattedra e si prepara ad occuparla con lo stesso entusiasmo di un professore agli inizi. «Chissà quali saranno le emozioni del primo giorno di scuola, non vedo l’ora di sedermi dietro alla cattedra», si lascia sfuggire senza timore di lasciar intravedere quel che prova. E però 24 anni sono tanti. Chissà se esiste un limite oltre il quale una persona può pretendere di non farsi schiacciare dalle storture di un mercato del lavoro che invece di assorbire chi ha le carte in regola può finire per stritolarlo. Paolo Guaccia quel limite lo ha di sicuro superato. Quando ha iniziato era un giovane di trent’anni, laureato in Economia e Commercio. Era il 1983, sperava di andare avanti con le supplenze per un po’ e poi di sistemarsi, conoscere una donna, innamorarsi, mettere su famiglia. E’ andata in tutt’altro modo. Senza rendersene bene conto nemmeno lui, aspettando di anno in anno la telefonata decisiva, la precarietà gli ha mangiato la vita. Gli ha chiuso davanti le porte del matrimonio, e persino quelle di andare a vivere da solo. «E’ stata una condizione che ha pesato molto, non avere una sicurezza, non sapere se sarei stato riconfermato o meno l’anno successivo, non me la sono sentita di assumermi la responsabilità di una famiglia», racconta. E così continua a tornare ogni sera nella casa dove era nato e cresciuto, nella zona di viale Certosa a Milano, la casa dei suoi, due ottantenni per la prima volta da qualche giorno sollevati dall’ansia per questo figlio che proprio non riusciva a sistemarsi. «Quando si è stabilmente precari si finisce col condizionare la vita di chi ti sta al fianco», ammette Paolo. La precarietà ha divorato le sue estati. La stagione delle vacanze, del sole, dell’allegria, si trasformava nel periodo più buio di tutto l’anno. Ogni giugno, quando chiudevano le scuole, per lui voleva dire andare in apnea, vivere sospeso. «Non avevo più lo stipendio, e non avevo più pensieri se non aspettare la fine di agosto. Erano mesi terribili, di ansia, di tensione, non sapevo se mi avrebbero ripreso, dove mi avrebbero mandato, poteva accadere di tutto», ricorda. Viveva con l’indennità di disoccupazione, un migliaio di euro per l’intera estate, da cui detrarre le tasse. E aspettava. Ogni anno la telefonata arrivava. Mai quella definitiva. «Sono stato ovunque: a Milano, Cesano Maderno, Sesto San Giovanni, Parabiago, Paderno Dugnano, Cologno Monzese, Gorgonzola, Legnano». Niente auto: ogni anno, a seconda della destinazione, usciva di casa alle cinque e mezza o alle sei o poco più tardi. «Non è stato un bel vivere», dice. Il miraggio stava per diventare realtà tre anni fa, nel 2004. «Fu un sindacalista a chiamarmi. Questo è l’anno buono, non ci saranno problemi. Invece mi passarono davanti altre persone». Dove è che il meccanismo si inceppa e si diventa stabilmente precari? «Le graduatorie erano ferme. Nessuno andava in pensione o faceva domanda di trasferimento, quindi eravamo troppi insegnanti rispetto agli alunni». L’anno scorso era titolare a tempo determinato in una scuola, gli hanno chiesto il favore di andare a sostituire il «professor M», l’insegnante super-assenteista dell’istituto Moreschi di Milano al centro delle cronache e di due indagini da parte della Procura della Repubblica. Ha preparato gli studenti. «Un anno tragico», lo definisce. «Alla fine non potevano che darmi il posto». In realtà quest’anno a chiedere di andare in pensione sono stati in tanti. E alla fine il ruolo è arrivato davvero. «Questo ruolo me lo sono conquistato. Non devo dire grazie a nessuno, non ho avuto aiuti. Ora non avrò più lo stipendio bloccato a 1200 euro al mese, mi daranno un aumento». Quanto? «Un centinaio di euro penso». La sua nuova scuola in realtà è una delle tante dove è già stato, è l’istituto tecnico Pareto di Milano. Potrà uscire di casa alle sette del mattino o giù di lì quindi. E scoprire per la prima volta la gratificazione di portare avanti una classe, insegnare costruendo un rapporto con i suoi alunni. Ora che non è più precario ai tanti che lascia indietro e ai giovani dà un consiglio amaro come la sua esperienza: «Dovete lavorare con gusto e professionalità, ma dovete anche avere molta pazienza, essere disponibili e non aspettarvi gratificazioni. La nostra è una missione. Onori e carriera si cercano in altri modi». Stampa Articolo