Giuseppe Zaccaria, La Stampa 5/9/2007, 5 settembre 2007
Continuano a parlarci del grande scontro fra civiltà e ad ogni giorno che passa sprofondiamo in un conflitto fra ignoranze
Continuano a parlarci del grande scontro fra civiltà e ad ogni giorno che passa sprofondiamo in un conflitto fra ignoranze. L’ultimo fattaccio nella villa del Trevigiano scatena l’inevitabile canea, il vicepresidente del Veneto auspica un ripristino della pena di morte, qualche «tg» continua a parlare degli assassini come «banda di slavi» e se lo spettro di Al Qaeda appare lontano ormai la sagoma dell’ultimo ceffo all’angolo di casa ci mette angoscia. In realtà i banditi di Treviso appartengono alle sole popolazioni non slave dei Balcani, albanese e rumena, ma chi non va troppo per il sottile vede soltanto macellai calati dall’Est anche se si tratta di poveri idioti. Erano corsi in Italia pensando di trovarci ricchi come in televisione e poi si sono ridotti a rapinare le ville usando l’unica risorsa che si ritrovano, la ferocia. Il fenomeno però continua a montare e trascurarlo sarebbe da stupidi: l’immigrato, il poveraccio, l’alieno comincia a farci paura. Le statistiche non sarebbero allarmanti, i reati commessi da stranieri sono aumentati in misura enormemente inferiore ai tassi di immigrazione eppure la ferocia medievale di certi fatti di sangue fa scattare reazioni di pancia. Qualche tempo fa l’intera sezione italiana dell’Interpol si è scatenata nella caccia a due criminali che come «zombies» sembravano essere riemersi dalle sentine della storia. Nei dintorni di Milano due macrò albanesi avevano convocato una ragazza che voleva smettere di prostituirsi, prima con un tubo di ferro le avevano fracassato le giunture di fronte alle colleghe e poi le avevano amputato le gambe con una sega elettrica. I due macellai furono catturati grazie alle impronte sul manico dell’attrezzo, però la notizia non venne fatta circolare troppo. Avrebbe rischiato di aumentare la paura verso lo straniero. «Come al solito l’attenzione verso fenomeni epocali si sveglia solo quando il problema atterra sul vostro marciapiede». L’ufficiale della «Politia Romana» che ci sta parlando si è occupato da sempre di bande criminali e con semplicità lui enuncia una verità sconcertante. «I banditi che rapinano le ville sono gli ultimi arrivati, i peones, gli imbecilli, quelli che giunti in Italia hanno trovato tutti gli spazi occupati da chi era qui prima di loro. Stiamo diventando terreno di caccia delle mafie straniere e ancora non lo sappiamo. A farci più paura non dovrebbero essere neanche i rumeni dato che il «palmares» italiano del banditismo vede al primo posto gli albanesi, al secondo i marocchini e i recentissimi cugini europei soltanto al terzo. «Potrei spiegarle ancora qualche differenza - continua l’ufficiale rumeno. «Mentre la mafia albanese tratta droga ad alti livelli e si basa sulla tribù, sul villaggio sempre in dipendenza da un vertice rimasto in Albania o Kosovo, i gruppi rumeni sono autonomi, si occupano di prostituzione e frodi informatiche e all’estero si ”rifondano”». Vista con l’occhio dello straniero insomma la nostra paura è spiegabile, certo, ma in qualche modo si lega agli incubi infantili legati al mito dell’Uomo Nero. «Quando poi arrivano qui, di fronte a una polizia bene organizzata e a mercati già presi da organizzazioni potenti questi straccioni pensano che la loro unica risorsa consista nel rispolverare un’atavica ferocia. Sono macellai, certo, ma credo che come italiani dovreste spaventarvi più degli altri, quelli che lavorano in silenzio su grandi affari come il traffico di droga». Stampa Articolo