Roberto Stracca, Corriere della Sera 5/9/2007, 5 settembre 2007
MILANO
Giovanni Cobolli Gigli rispetta il voto «ma spera che non sia la vittoria di Masaniello». Adriano Galliani parla di «governo che va avanti a colpi di maggioranza». Ernesto Paolillo recita il ruolo della Cassandra: «Alla lunga salterà tutto il calcio italiano». Sono quasi le 15 quando i rappresentanti di Juve, Milan e Inter lasciano l’assemblea della Lega Calcio. Con loro scendono anche Roma ( Rosella Sensi) e Napoli (Pier Paolo Marino). C’è chi parla di impegni precedentemente presi, ma è una sorta di Aventino.
Le cinque grandi se ne vanno. O meglio se ne stanno per andare. Sono, infatti, pronte alla scissione e stanno studiando la fondazione di una loro SuperLega, decisa a vendere i propri diritti televisivi. Il casus belli è l’elezione di un nuovo consigliere della Lega Calcio. Ma, in realtà, c’è il problema di tutte le importanti decisioni da prendere.
In special modo del prossimo accordo sui diritti televisivi. Con il nuovo regolamento che prevede la maggioranza semplice e non qualificata (tre quarti) per approvare le decisioni, le «piccole » possono fare la voce grossa. E ieri, in una prima conta, hanno mostrato i muscoli. O, meglio, i numeri.
Il presidente della Juve, Giovanni Cobolli Gigli – l’anno scorso nel consiglio come rappresentante della B, decaduto e sostituito con Stefano Fantinel (Triestina) – vuole, infatti, essere promosso anche qui in serie A, dove c’è da eleggere un nuovo consigliere dopo che il regolamento li ha portati da cinque (Cairo, Lotito, Pozzo, Ruggeri e Spinelli) a sei. Le cinque grandi (Inter, Milan, Juve, Roma e Napoli) – «in Lega le maggioranze sono variabili», malignerà qualcuno poi in via Rosellini – fanno blocco e lo vogliono come loro rappresentante nel consiglio visto che la Sensi come vicepresidente vicario non ha diritto di voto e Moratti e Galliani, consiglieri federali, possono partecipare, ma anche loro senza poter votare. La Fiorentina appoggia le cinque grandi. Anche Antonio Matarrese ritiene giusta la pretesa, ma viene rimproverato da Cellino. Si vota due volte. Il secondo scrutinio dice: 11 voti per Ghirardi (presidente dl Parma), 8 per Cobolli Gigli (gli ultimi due da Empoli e Siena), 1 assente (Catania). Tommaso Ghirardi, entrato in conclave cardinale, esce Papa e parla ecumenicamente: «La Lega è una sola. Lavorerò per tutti e 20 i club. Ci sono i grandi ed i piccoli: gli uni hanno bisogno degli altri».
Non la pensano così i club sconfitti. Adriano Galliani, a.d. del Milan, è determinato. «Ci aspettavamo, visto che le grandi non hanno rappresentanti in consiglio, una maggior sensibilità da parte dell’assemblea. Così saremo sempre in minoranza. Il 16% dei tifosi sono rappresentati da 15 società, l’84% da noi cinque, che perderanno sempre. Anche se c’è da cambiare lo zerbino...», annota caustico ma non rassegnato: «Non assisteremo impotenti: abbiamo già pensato cosa fare». Ernesto Paolillo, a.d. dell’Inter, rincara la dose. «Non c’è stato dibattito. A loro basta portar via il patrimonio. Oggi (ieri, ndr) hanno voluto mandarci un segnale molto chiaro: possiamo e vogliamo fare a meno di voi». Giovanni Cobolli Gigli punta al cuore del problema. «La democrazia è la democrazia, ma la Juventus è la società che ha il maggior numero di tifosi e poteva dare il suo contributo in questo momento di decisioni importanti come i diritti televisivi» Le risposte non si fanno attendere. Ivan Ruggeri, presidente dell’Atalanta, afferma che «c’è un regolamento e che se ora non sono rappresentati, noi non lo siamo stati per vent’anni». Massimo Cellino, numero uno del Cagliar, è ancor più duro. «La questione è che sono abituati ad ottenere sempre quello che vogliono. Se si sono arrabbiati mi fa piacere perché vuole dire che le cose stanno cambiando». Maurizio Zamparini, presidente del Palermo, rappresentato ieri, anche da lontano tuona: «Della riunione non me ne frega niente perché questo consiglio era ed è delegittimato » Il presidente Antonio Matarrese, accompagnato e supportato da Marco Brunelli da ieri direttore generale della Lega, prova a mediare. «Capisco l’amarezza. Diamogli tempo di calmarsi. Nonostante la sconfitta il Milan resta il Milan e la Juve resta la Juve. Ma pensate che si possano decidere le sorti del calcio senza i grandi club?». Gli domandano: e se i cinque decidessero di andar da soli? «C’è una legge che ci obbliga a stare insieme, quella sui diritti televisivi ». Ma c’è chi non la pensa così. Ed ha già cominciato ad uscire sbattendo la porta.