Matteo Collura, Corriere della Sera 5/9/2007, 5 settembre 2007
«Mi ci romperò la testa», dice, alla fine del Giorno della civetta, il capitano Bellodi. Intendendo che tornerà in Sicilia per tentare cocciutamente di capire, di afferrare il senso di quella terra «incredibile» che lo ha giocato, al pari di tanti altri benintenzionati funzionari dello Stato calati dal Nord, ma che lo ha anche svezzato, reso più maturo e corazzato contro le insidie delle sirene meridionali
«Mi ci romperò la testa», dice, alla fine del Giorno della civetta, il capitano Bellodi. Intendendo che tornerà in Sicilia per tentare cocciutamente di capire, di afferrare il senso di quella terra «incredibile» che lo ha giocato, al pari di tanti altri benintenzionati funzionari dello Stato calati dal Nord, ma che lo ha anche svezzato, reso più maturo e corazzato contro le insidie delle sirene meridionali. «Mi ci romperò la testa»: qualcosa di simile, anche se con motivazioni del tutto diverse, mi viene da pensare a proposito dell’epitaffio inciso sulla tomba di Leonardo Sciascia: «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta ». Passati tanti anni dalla sua morte, possiamo dire ormai con chiarezza che un epitaffio sulla tomba di Sciascia (qualunque epitaffio) appare non in sintonia con il personaggio, così sobrio, riservato, così discreto da avere voluto i funerali in chiesa per non creare scandalo (così, credenti e non credenti, si moriva a Racalmuto, il suo paese; così, secondo tradizione, volle fare lui). Sulla tomba di Pirandello, un masso scultoreo contenente non si sa bene quanto delle sue ceneri, non c’è alcuno scritto che lo ricordi secondo l’uso cimiteriale. Soltanto una formella in bronzo raffigurante due maschere teatrali dell’antica Grecia con inciso un brano delle ultime volontà del drammaturgo insignito del Nobel («Sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra della campagna di Girgenti, dove nacqui»). Niente epitaffi, niente di niente sulla tomba di Eugenio Montale, per fare un esempio quasi a caso, o su quella di Franz Kafka, a Praga. Tuttavia è un fatto che, poco prima di morire, Sciascia aveva in mano quel foglietto con trascritta quella frase di Villiers de l’Isle-Adam, una frase che forse – e di tutto cuore vorremmo che così sia stato – gli sarà servita da conforto. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta»: un’espressione di rimpianto, certo, con quel «ce ne ricorderemo» a lasciar intendere che, chissà in quale forma e in quale tempo, il ricordo dell’essere stati vivi sulla terra, di esserne stati parte, ci si manifesterà. La memoria come una sorta d’immortalità, a dispetto di tutte le teorie scientifiche alla base della «teologia dell’ateismo» che la modernità ha diffuso e inculcato. Da questo punto di vista, ma soltanto da questo, Villiers de l’Isle-Adam, nemico della modernità progressista e dei suoi miti positivisti, è scrittore indicato da citare in un epitaffio. Ma cosa c’entra tutto questo con Sciascia? Cosa c’entra con uno scrittore come Villiers de l’Isle-Adam l’intellettuale siciliano che in ogni opera, in ogni singolo scritto, in opposizione all’irrazionalità vera o presunta della sua isola, ha lasciato un riconoscibilissimo segno, una inequivocabile cifra, quella dell’Illuminismo? Se la frase scelta come proprio epitaffio viene dal «crudele» autore francese, è del tutto credibile che non a lui Sciascia pensasse quando la trascrisse per farne una delle sue ultime volontà, ma al suo significato: un concetto che ci sfugge ogniqualvolta ci sembra di essere vicini al suo completo svelamento. Lo scrittore si era imbattuto in quella frase in anni giovanili. Essendo lettore assiduo di Leo Longanesi, essa non gli era certo sfuggita, incastonata tra le pagine di Parliamo dell’elefante, un diario triste degli anni della guerra apparso nel 1947, quando Sciascia aveva ventisei anni: «Usciamo. Nella piazza deserta stride una civetta e i nostri passi risuonano sul selciato come quelli di un’antica ronda. La luce dell’osteria si spegne e nelle larghe pozzanghere la luna lascia riflessi d’argento. " triste il mondo, signori miei", disse Stefano. "Non so chi, ma qualcuno ha detto: Ci ricorderemo di questo pianeta. Sì, ce ne ricorderemo!"». sensato ritenere che l’autore del Giorno della civetta abbia trascritto la frase che sarebbe diventata il suo epitaffio proprio durante quella lettura. E del resto l’anticonformista Sciascia aveva tratto dall’anticonformista Longanesi l’epigrafe che apriva il suo primo libro, Favole della dittatura; né è un caso che quella frase sia stata estrapolata proprio da Parliamo dell’elefante. Nell’Italia degli intellettuali schieratamente e spesso comodamente militanti, l’eccentrico estro culturale del «borghese» Longanesi fece subito presa sul giovane Sciascia, precoce lettore di Omnibus e anche lui – forse più dello stesso Longanesi – mosso, nella sua ispirazione, dal rimpianto per la vecchia borghesia scomparsa, soppiantata da una società ben inquadrata in una democrazia consumistica governata dalle imposture ideologiche, a partire dal calcolato antifascismo dei più irriducibili fascisti. L’anticonformismo e la libertaria diffidenza di Leo Longanesi furono un solido riferimento per Sciascia fino all’ultimo, e ne è prova un articolo da lui scritto poco prima della morte e dedicato proprio al rotocalco frondista Omnibus. Tuttavia questo suo interesse per Longanesi, per quanto possa essere stato forte, sembra poco collegabile all’epitaffio che si può leggere sulla tomba nel cimitero di Racalmuto. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta» non rimanda in nessun modo a qualcosa che direttamente o indirettamente abbia a che fare con il giornalista e lo scrittore toscano. Molto probabilmente, quella frase letta da Sciascia nel libro di Longanesi gli rimase nella memoria, e di tanto in tanto, e in occasioni diverse, la usò. Come Borges, Sciascia era cultore delle coincidenze, con una particolare attenzione anche per le incidenze. E non sappiamo quanto egli abbia voluto rivestire questa forma di superstizione con l’ironia e il distacco scettico. Sul «Secolo XIX», in una rubrica intitolata per l’appunto «Le coincidenze », nel 1981 scriveva: «In questo nostro pianeta ("ce ne ricorderemo di questo pianeta", De l’Isle Adam) le coincidenze cominciano a diventare troppe». In quella nota il nome dello scrittore francese è trascritto senza il trattino; inoltre, la frase «ce ne ricorderemo di questo pianeta» non ha la virgola, e il senso cambia, anche se di poco. il caso di soffermarsi su queste sviste o errori di poco conto perché dimostrano come Sciascia, quella frase, se la sia tenuta nel cassetto e l’abbia tirata fuori ogni volta che se ne presentava l’occasione: indipendentemente dall’autore. E difatti, in un paio di appunti manoscritti conservati dalla famiglia, si legge: «Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Rouget de l’Isle Adam: "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta". E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano».