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 2007  settembre 05 Mercoledì calendario

Per gran parte della storia americana, il Congresso ha svolto un ruolo passivo nel plasmare la politica estera del Paese

Per gran parte della storia americana, il Congresso ha svolto un ruolo passivo nel plasmare la politica estera del Paese. Di regola, il ramo esecutivo lancia le iniziative e il Congresso subentra per introdurre piccole correzioni, in virtù dei suoi poteri di vigilanza e controllo finanziario, come pure per la sua autorità nel ratificare i trattati e confermare i diplomatici di più alto grado. Nei casi in cui il Congresso ha lasciato un’impronta durevole sulla politica estera degli Stati Uniti, lo ha fatto quasi sempre nelle vesti del guastafeste. Dopo la Prima guerra mondiale, il Senato vietò la partecipazione americana alla Lega delle Nazioni e i legislatori abbracciarono l’isolazionismo. Durante la guerra del Vietnam, il Congresso finì col ricorrere ai suoi poteri in materia di controllo della spesa pubblica per varare il mandato di ritiro delle truppe americane. Oggi, però, con l’esercito americano impantanato in Iraq e il governo Bush tuttora convinto che la forza sia uno strumento politico più efficace della diplomazia, non è sufficiente che il Congresso si limiti a un ruolo moderatore nella gestione degli affari esteri. I legislatori congressuali devono calarsi nella mischia per riportare equilibrio e finalità ben chiare a una politica estera che ha così tragicamente perso la rotta. Certo, il Congresso americano farebbe un passo straordinario se dovesse intraprendere un ruolo decisamente attivo in diplomazia. Ma l’emergenza in Iraq rende effettivamente necessario un intervento straordinario da parte delle istituzioni rappresentative del Paese. Una correzione strategica non può essere rimandata fino all’arrivo di un nuovo presidente nel gennaio del 2009. L’amministrazione Bush non è stata del tutto cieca ai fallimenti del suo unilateralismo borioso del primo mandato. Dopo la rielezione, Bush ha dovuto constatare che il suo Paese non solo era finito in una situazione di stallo in Iraq, ma era anche isolato globalmente. Durante il secondo mandato, l’amministrazione ha chiesto aiuto all’Europa e compiuto notevoli progressi nel ricostruire le relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico. Benché certamente positivi, questi aggiustamenti tattici non hanno fatto nulla per porre rimedio al disastro in Iraq. Anzi, il governo Bush continua a darsi da fare con l’illusione che la forza bruta riuscirà ad avere la meglio. La Casa Bianca insiste che l’incremento di truppe basterà a pacificare l’Iraq e consentirà a un governo unitario a spuntarla sulle divisioni settarie. Ma è un sogno. Allo stesso modo, il governo Bush ha proposto massicci pacchetti di armamenti agli Stati del Golfo persico, e in assenza di una strategia diplomatica è da dubitare che una simile offerta possa forgiare una coalizione regionale capace di risollevare l’Iraq o di far ragionare l’Iran. Se il ramo esecutivo abdica alla responsabilità di indirizzare la diplomazia, che cosa può fare il Congresso per colmare questa lacuna? Tanto per cominciare, potrebbe partecipare al gioco e alcuni senatori si sono già lanciati in questa impresa. Di recente, dopo una visita in Iraq, il senatore Carl Levin ha invocato le dimissioni del primo ministro Nuri al-Maliki, affermando che si è dimostrato incapace di superare le divisioni settarie dell’Iraq. La senatrice Hillary Clinton ha seguito la stessa strada pochi giorni dopo. Finalmente, il Congresso comincia a interrogare il governo Bush sul discutibile sostegno accordato al cosiddetto governo iracheno. Mentre viaggiano all’estero per incontrare i capi di Stato esteri e svolgere le loro inchieste, i membri del Congresso dovranno continuare a esprimere liberamente la propria opinione. Forse non hanno l’autorità costituzionale per condurre azioni diplomatiche, ma oggi che il governo Bush annaspa senza una direzione precisa, essi hanno il diritto – anzi, il dovere – di favorire ogni canale di comunicazione con amici e nemici indifferentemente. Quando la speaker della camera, Nancy Pelosi, è andata in Siria la primavera scorsa, è stata aspramente criticata per aver oltrepassato i suoi poteri istituzionali. Ma diversi membri del Congresso, sia repubblicani che democratici, hanno spesso fatto visita a Damasco, e dovrebbero continuare a farlo. Queste visite contribuiscono a mantenere aperti i canali di comunicazione, anche se non possono sostituirsi alla diplomazia ufficiale. Questo dialogo informale, tuttavia, è prezioso in un momento in cui si avvicina la scadenza elettorale per una Casa Bianca che già da molto tempo ha dilapidato tutta la sua credibilità all’estero. Il Congresso, a maggioranza democratica, dovrebbe inoltre modificare la sua strategia per influenzare la conduzione della guerra in Iraq da parte del governo in carica. I democratici non hanno i numeri per forzare la mano a Bush. Invece di introdurre disegni di legge per richiamare l’esercito americano dall’Iraq, i democratici dovrebbero delineare un programma che preveda un parziale ritiro, sì, ma lasciando in Iraq una buona presenza residua. Le forze americane a quel punto potrebbero districarsi dalla guerra civile irachena e la maggior parte delle divisioni farebbe rientro in patria. Ma almeno tre brigate da combattimento – per un totale di circa 30.000 uomini – resterebbero a combattere Al Qaeda in Iraq, sia per prevenire un allargamento del conflitto, sia per contenere l’espandersi della violenza settaria. Se i democratici adotteranno questo approccio, molti repubblicani saranno disposti a seguirli. Per i democratici, questa mossa potrebbe rappresentare una buona politica, nonché una buona strategia. Con il frammentarsi dell’Iraq, gli Stati Uniti non possono permettersi di ritirarsi del tutto, per scongiurare il rischio reale di un più vasto conflitto regionale. Il presidente Bush è il comandante in capo fino alle prossime elezioni. Ma nel frattempo, il Congresso dovrà usare tutti i poteri a sua disposizione per aiutare a raddrizzare la rotta del Paese.