Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera 5/9/2007, 5 settembre 2007
CASABLANCA
Minuto e in camicia bianca di buon taglio, una vaga somiglianza fisica con Ahmadinejad, Saad Eddine Othmani è accolto nella brutta ex bidonville di Hay Hassani fuori Casablanca da fedelissimi esultanti. Giovani uomini (pochi barbuti), donne (molte con hijab), tantissimi ragazzini, tutti si mettono in marcia dietro di lui, incuranti di averlo atteso per ore. «Giustizia e sviluppo», urlano, «Libertà islamica». Ma anche: «Non vendete il voto, non comprate il voto».
«Succederà ancora venerdì prossimo. Anche se queste elezioni saranno più trasparenti e per la prima volta avremo osservatori internazionali, qualche partito pagherà la gente, è una vecchia abitudine», spiega Othmani al Corriere in un’intervista itinerante, tra slogan e strette di mano. «Ma anche così, e anche se la partecipazione sarà bassa, tra il 45 e il 50% temo, saremo il primo partito del Marocco».
Psichiatra e teologo, berbero del Sud trapiantato a Casablanca, il 51enne Othmani è dal 2004 a capo di Giustizia e Sviluppo (Pjd nella sigla francese). Nome uguale al «fratello» turco Akp («con cui abbiamo frequenti contatti, programmi simili e lo stesso simbolo, la luce, ma noi siamo venuti prima»), il suo è il più importante partito islamico del Marocco. E come sostiene Othmani – non smentito da analisti che pur non lo amano e da sondaggi fatti anche dagli americani – alle elezioni per il rinnovo dei 325 seggi del Parlamento avrà la maggioranza relativa, come l’Akp. «Almeno un milione di voti e 70 deputati, forse 75. Nel 2002 siamo stati terzi per seggi, con 42, ma perché ci siamo presentati nel 60% dei collegi», dice il capo del Pjd, che ora corre nell’intero Paese. E che imputa al sistema elettorale, che attribuisce molti seggi alle campagne dove il partito è debole, il fatto che la presenza in Parlamento non sarà più alta.
«Potremmo comunque entrare nel governo, anche chi dice ora di non volerci come alleato poi valuterà in base ai voti: noi, comunque, accetteremo di partecipare solo a una coalizione forte, o faremo un’opposizione altrettanto forte», dice Othmani, che sa bene di non poter ambire «almeno per questa volta» alla carica di primo ministro. In Marocco, una «monarchia esecutiva», è infatti il re a decidere: la scelta del premier e dei ministri spetta al giovane Mohammad VI, discendente del profeta, riformista e amato, ma pur sempre unico arbitro. Oggi, per suo volere, sono i socialisti dell’Usfp con i nazionalisti dell’Istiqlal e quattro partiti minori a formare l’esecutivo. «In troppi e con orientamenti contradditori, per questo hanno fallito. Noi siamo di centro e accetteremo solo pochi alleati con programmi simili».
Già ma quale programma, per questo partito che non fa (troppa) paura all’Occidente americani compresi, che piace (abbastanza) al Palazzo, che si dichiara comunque islamico? «Non islamico né tanto meno islamista, ma solo di "ispirazione islamica", come i democratici cristiani europei noi ci ispiriamo ai nostri valori religiosi ma abbiamo priorità politiche – spiega Othmani ”. Ovvero: completamento della riforma democratica, con una Costituzione che dia più poteri a parlamento, governo e premier. Lotta alla corruzione. Più giustizia ». Sono questi i temi che catalizzano i giovani e i ceti medi urbani intorno al Pjd, oltre al fatto che il partito è nuovo, attivo nel sociale e soprattutto non corrotto.
Ma per molti dell’intellighenzia marocchina il partito resta comunque una «minaccia oscurantista», è per lo meno «ambiguo». Parte della base (e dei vertici) è ben più esplicita di Othmani nel chiedere che la Sharia diventi la prima fonte di legge, nel tuonare contro i festival di musica, nel voler proibire l’alcol e calibrare le riforme pro-donna. «Nessun oscurantismo, quello viene dal terrorismo e dall’integralismo che noi combattiamo – assicura Othmani ”. Abbiamo approvato la riforma della legge di famiglia di Sua Maestà, non vogliamo imporre il velo, vogliamo democrazia e giustizia. Abbiamo molte donne candidate, anche non velate, e ho perfino offerto a cittadini ebrei di entrare nel partito. Come psicologo poi, posso dire che la crisi del mondo arabo, ma tutto il mondo mi sembra impazzito, è dovuta a una fase di transizione, creata dalla modernizzazione forzata. Per questo vogliamo conciliare società e Stato, tradizione e apertura, cosa che lo Stato non è riuscito a fare. La religione può dare valori, l’Islam è la soluzione». Una frase, quest’ultima, che facciamo notare come sia da tempo lo slogan dei Fratelli Musulmani. «Non facciamo confusione, non c’entriamo niente», risponde allarmato Othmani. «Noi siamo moderati, riformisti, democratici, politici. E solo di "ispirazione islamica" ».