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 2007  settembre 05 Mercoledì calendario

CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 5/9/2007

DAL NOSTRO INVIATO ROBERTO RIZZO
TREVISO – Presi. Due albanesi, pregiudicati (uno uscito l’anno scorso dal carcere per indulto), entrambi già colpiti da provvedimento di espulsione, e un romeno incensurato sono gli assassini di Guido e Lucia Pellicciardi, i coniugi massacrati il 21 agosto a Gorgo al Monticano, in provincia di Treviso, nella villa di cui erano i custodi. I tre sono in stato di fermo dall’altro ieri notte ma a loro carico «ci sono indizi ed elementi inoppugnabili», dicono gli inquirenti.
A due settimane dal tentativo di rapina finito con un duplice omicidio il caso sembra chiuso. L’accusa per Artur Llhesi e Naim Stafa, i due albanesi, entrambi di 33 anni, è di omicidio pluriaggravato e tentata rapina. Sono loro, sotto l’effetto della cocaina, ad avere prima torturato a sangue (sui cadaveri c’erano numerosi tagli di pochi centimetri ed altre macabre sevizie, la donna è stata anche stuprata) e poi ucciso i Pellicciardi. Volevano le chiavi della villa che i custodi non avevano. A nulla sono valse le loro implorazioni: Guido è stato ammazzato torcendogli il collo, Lucia con una sprangata in fronte.
B.A.G., queste le iniziali del ragazzo romeno, 20 anni, sarebbe il basista. Avrebbe fornito le informazioni necessarie per il colpo, ma non era presente durante l’aggressione (per lui l’accusa è concorso anomalo in omicidio). In quel momento era al lavoro, come operaio, alla Inipress, l’azienda che produce materie plastiche della famiglia Durante, i proprietari della villa di Gorgo. Così ha raccontato ai carabinieri che l’altro ieri lo avevano convocato in caserma per interrogarlo di nuovo (era già stato sentito assieme agli altri dipendenti stranieri della Inipress). Interrogatorio trasformato in fermo quando il ragazzo ha confessato dimostrando di essere l’anello debole di questa piccola ma feroce banda. Per questo i carabinieri proteggono le sue generalità: «Temiamo vendette contro di lui e i suoi familiari, anche in Romania». Segno che i due albanesi sono professionisti del crimine con agganci in Italia e all’estero.
Sembrava un caso di difficile soluzione quello di Gorgo al Monticano, montava l’emozione popolare dei trevigiani che non si sentono più sicuri in casa propria. Il presidente della provincia Leonardo Muraro, pochi giorni fa, aveva messo una taglia di 10 mila euro per chi avesse fornito informazioni utili a far arrestare i colpevoli, invitando i cittadini a fare versamenti volontari per aumentare la somma. Invece «due giorni dopo il delitto avevamo già il profilo del Dna di uno degli assassini », dice il colonnello Paolo Nardone, comandante provinciale dei carabinieri di Treviso, riferendosi ad alcune tracce di sangue, non appartenenti alla coppia uccisa, rinvenute nella dependance della villa dove vivevano i Pellicciardi e analizzate dai Ris. «Da subito – prosegue – abbiamo iniziato a lavorare a 360 gradi ma, tra le tante, la pista di un basista è sembrata la più convincente». Nei giorni successivi all’omicidio, nel canale Monticano a Motta di Livenza, dove abita il romeno, i sommozzatori dei carabinieri hanno recuperato la borsa di Lucia Pellicciardi contenente orologi e gioielli frutto dalla rapina e uno scalpello, oggetto «compatibile con l’arma usata per torturare e uccidere la donna». Inoltre, la stessa notte del massacro, gli assassini hanno utilizzato il bancomat dei Pellicciardi per un prelievo allo sportello automatico dell’ufficio postale di Motta di Livenza: 20 euro, limite massimo consentito dalla disponibilità delle vittime.
Le intercettazioni telefoniche sono iniziate subito, prima a tappeto su una serie di possibili sospetti, poi restringendo il cerchio. I due albanesi sono stati pedinati «notte e giorno» in tutti i loro spostamenti. stata chiesta la collaborazione della polizia albanese e degli uomini dell’Interpol che lavorano a Tirana. Poi i fermi. «C’era la seria preoccupazione che stessero per lasciare la zona e siamo intervenuti», dicono gli investigatori.
Naim Stafa nei giorni successivi all’omicidio si era spostato da Treviso verso il sud. Tappa a Firenze, poi a Roma, meta la Campania, la zona del Casertano dove ha vissuto ed evidentemente può contare su appoggi e amicizie (le indagini sono in corso). stato fermato a San Donà di Piave, appena sceso da un pullman proveniente da Venezia. Artur Llhesi, invece, è stato catturato mentre camminava lungo la statale Pontebbana. I due si erano conosciuti in carcere a Caserta. Llhesi era dentro per rapina e violenza sessuale (nel ’98 ha sequestrato e violentato una connazionale per convincerla a prostituirsi e ha aggredito dei poliziotti), è stato scarcerato un anno fa grazie all’indulto. Stafa, che risulta «cittadino sgradito nell’area Schengen», dunque colpito da provvedimento di espulsione in tutta l’Ue, ha precedenti per rapina. Per un periodo ha condiviso un appartamento con B.A.G. alle porte di Treviso. L’idea della rapina nella villa di Gorgo sarebbe maturata durante la convivenza e quei due custodi di una certa età non rappresentavano un ostacolo che potesse impedire il loro piano. Nelle due settimane successive all’omicidio Artur Llhesi avrebbe tenuto un comportamento normale, cercando anche di trovarsi un lavoro e ottenendo ospitalità presso la casa di una donna romena vicino a Treviso. Naim Stafa, invece, avrebbe mantenuto i contatti con il ragazzo romeno, facendo pressioni su di lui perché non si tradisse con i carabinieri. Tra loro hanno sempre parlato in italiano, facilitando le intercettazioni.
Mentre il colonnello Nardone ringrazia «i cittadini che in questi giorni ci hanno chiamato o scritto lettere, anche anonime, per fornirci segnalazioni utili alle indagini» e il procuratore capo di Treviso Antonio Fojadelli ironizza sull’inutilità dei provvedimenti d’espulsione, riferendosi a due assassini che non avrebbero dovuto trovarsi in Italia (« acqua fresca »), Cristina Marin, moglie di Daniele Pellicciardi, il figlio delle vittime, dice: «Per queste belve nessun perdono». Interrogati per tutta la giornata di ieri, nel tardo pomeriggio i due albanesi sono stati portati nel carcere di Santa Bona. Ad aspettarli, fuori dalla caserma dei carabinieri, c’era una piccola folla. Urlavano: «Uccideteli, maledetti assassini! Pena di morte, altro che indulto: bastardi!».

TREVISO – «Lo giuro, non potevo sapere che fossero così crudeli, non lo immaginavo. Sapevo che avevano dei precedenti, per un anno ho vissuto nello stesso appartamento con Naim Stafa, sapevo che lui e Artur Llhesi erano stati in carcere. Rapina? Sì, me l’avevano detto, ma uccidere una persona è un’altra cosa». Sono queste le prime dichiarazioni di B.A.G, il ragazzo romeno di 20 anni, basista per la rapina nella villa di Gorgo al Monticano, verbalizzate dai carabinieri. B.A.G. («Un bravo ragazzo, grande lavoratore », dicono i suoi colleghi all’Inipress, l’azienda di componenti in plastica per cucine dove ha lavorato fino a due giorni fa) era già stato interrogato alcuni giorni fa come tutti i dipendenti stranieri della ditta che appartiene ai Durante, i proprietari della villa di Gorgo al Monticano. «Una sera siamo passati di lì, io e Stafa – ha dichiarato B.A.G. agli inquirenti ”. Gli ho detto: "Questa è la villa del mio titolare, guarda che ricco che è"». In quell’occasione sarebbe maturata l’idea della rapina.
Lunedì sera il giovane è stato convocato di nuovo in caserma. arrivato tranquillo, mostrando sicurezza. Ha retto la parte per un po’ ed è stato solo quando, nel cuore della notte, gli hanno fatto vedere i tabulati delle intercettazioni telefoniche, il quadro dei suoi spostamenti registrati dalla cellula a cui si è agganciato il suo telefonino, che è crollato facendo i nomi dei complici. Prima non c’era riuscito: «Se avessi parlato, mi avrebbero ammazzato. Mi minacciavano, avevo paura di loro», si legge nel verbale.
Ieri è arrivata anche la confessione di uno dei due albanesi, Artur Lleshi, uscito di prigione l’anno scorso grazie all’indulto. Ha ammesso le sue responsabilità, ma ha voluto che i carabinieri verbalizzassero questa frase: «Eravamo strafatti di coca. Non ci siamo resi conto di quello che stavamo facendo».


A.MA.
MILANO – La prima proposta arriva dal vertice trevigiano di Forze dell’ordine e magistrati perché «diventi legge nazionale»: «Ci vorrebbe una banca dati che contenga i segni distintivi di tutti i novantamila stranieri che vivono a Treviso e provincia: Dna e impronte digitali», ha detto il questore di Treviso Filippo Lapi. La seconda, invece, dai palazzi del governo veneto: «Invocare la pena capitale non è certo fuori luogo, anzi, potrebbe essere questo uno di quei casi in cui andrebbe ripristinata», ha affermato il vicepresidente della Regione, il leghista Luca Zaia.
Il giorno dell’arresto degli assassini di Gorgo Monticano c’è poco spazio per la soddisfazione. Perché in terra veneta, dopo il dolore, è arrivato il momento della rabbia e del dito puntato contro la criminalità importata. Perché, come dice, il vicegovernatore Zaia, «oggi abbiamo la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che nel nostro territorio si muovono clandestini, in questo caso due albanesi e un romeno (da notare che il romeno è a tutti gli effetti un cittadino europeo) che torturano e compiono atti bestiali».
Il ministro Amato si è congratulato: «Le rapine in villa sono un reato odioso sul quale la polizia e i carabinieri sono particolarmente impegnati. Il fenomeno resta preoccupante, ma particolarmente efficace è risultata l’attività di contrasto». Quindi aggiunge: «Questi criminali devono sapere che i loro delitti non restano impuniti».
Nessuna invocazione alla pena di morte, ma dal governatore Giancarlo Galan arrivano parole dure: «Punire i criminali di Gorgo non basta. Dobbiamo liberarci di chi svuota le carceri o di chi non applica per davvero le leggi». E aggiunge: «I cittadini del Veneto non potranno sopportare nient’altro che non sia l’ergastolo più duro. Un ergastolo senza buonismi o perdonismi di alcun genere. Perdono per noi significa ergastolo, una pena cioè da subire in un carcere che sia un carcere e non un albergo a 5 stelle».
Impiccagione o linciaggio chiede invece il prosindaco di Treviso Giancarlo «Genty» Gentilini: «Ora serve una punizione esemplare – dice il sindaco-sceriffo ”. Che questi qui siano impiccati o lasciati nelle mani dei cittadini.
Vox populi, vox dei. Io do il sapone e preparo la corda». Mentre il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro chiede un «segnale forte» alla magistratura: «Ancora una volta sono stranieri dell’Est i fermati del delitto di Gorgo, avvenuto con una modalità estremamente efferata. E ancora una volta chiedo alla magistratura di non avere pietà per chi viene a casa nostra, uccide, stupra e rapina. Ci vogliono leggi più severe e misure estreme se necessarie ». Parole sante anche per il consigliere regionale di An Raffaele Zanon: «C’è solo da augurarsi che la magistratura faccia a pieno il suo dovere comminando le pene più severe. Per barbari di questo tipo, la pena capitale potrebbe apparire uno sconto. Meglio i lavori forzati». E l’azzurro Maurizio Sacconi aggiunge: «Lo Stato ha saputo reagire ma ora occorre anche una più ampia reazione politica».
Compatto il fronte della Lega. «Bene, ora questi bastardi marciscano in galera o finiscano prima la loro maledetta vita terrena», afferma il senatore della Lega Piergiorgio Stiffoni. Il consigliere regionale Federico Caner invoca invece il linciaggio: «Appendiamoli in piazza, si vada alla gogna pubblica. Processo per direttissima, poi pena capitale». Mentre il capogruppo in Consiglio regionale chiede: «Fuori i nomi dei parlamentari veneti che hanno votato l’indulto, poi sarà la gente a giudicare». Dal centrosinistra interviene la senatrice della Margherita Simonetta Rubinato: «Gli arresti confermano che lo Stato c’è». Con lei il segretario regionale dei ds Alessandro Naccarato, che però aggiunge: «Ora processo subito e pene molto severe».