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 2007  agosto 31 Venerdì calendario

«In Iraq troppi obiettivi mancati». Il Sole 24 Ore 31 agosto 2007. Ancora segnali poco incoraggianti per l’amministrazione Bush

«In Iraq troppi obiettivi mancati». Il Sole 24 Ore 31 agosto 2007. Ancora segnali poco incoraggianti per l’amministrazione Bush. La bozza di un rapporto chiave del Congresso, il cui contenuto è stato anticipato ieri dal Washington Post, sostiene che in Iraq sono stati centrati solo tre dei 18 obiettivi, i cosiddetti benchmark, fissati da Washington e ritenuti fondamentali riscontri di una reale stabilizzazione politica e di un miglioramento dei livelli di sicurezza. Le valutazioni del Government accountability office (Gao), in pratica il braccio investigativo del Congresso, fanno a pugni con quelle più rosee esposte dalla Casa Bianca a luglio: l’amministrazione affermava di aver raggiunto ben otto benchmark su 18. Il report - decisamente negativo secondo il Post - verrà presentato al Congresso martedì prossimo, alla vigilia di quello cruciale illustrato dal generale David Petraeus, capo delle forze americane in Iraq, a metà settembre. Cruciale perché dovrà riferire sui successi o gli insuccessi dell’aumento temporaneo dei soldati impegnati nella missione (saliti di 30mila unità). Una strategia decisa dal Pentagono per arginare le violenze settarie e aspramente contestata dai democratici, che invocano un graduale disimpegno. Il ministro degli Esteri iracheno Hoshiyar Zebari, che non si attende dal rapporto Petraeus «formule magiche per risolvere la crisi», ma d’altro canto scongiura un ritiro americano in tempi brevi che, dice, scatenerebbe un bagno di sangue», si è difeso dalle critiche del Congresso, spiegando che si sono registrati «progressi significativi» sul piano della sicurezza. E su quello politico non va sottovalutato, per Zebari, l’accordo siglato domenica scorsa dai principali leader sciiti, sunniti e curdi, i cui punti principali sono il graduale reinserimento nella pubblica amministrazione e nelle forze armate dei sunniti ex baathisti legati all’ex presidente Saddam Hussein, l’organizzazione di elezioni regionali e il rilascio di detenuti che sono in carcere senza alcuna incriminazione formale. Gli scettici però temono che quell’intesa resti lettera morta, alla luce dell’evidente debolezza del Governo guidato dallo sciita Nouri al-Maliki. E dei voltafaccia di leader inaffidabili e riottosi, come il radicale sciita Moqtada al-Sadr. Due giorni fa aveva sbandierato la sospensione per sei mesi delle attività del suo esercito personale, quello del Mahdi, ieri ha già cambiato idea, minacciando di riattivare le sue milizie se non verranno archiviati gli arresti dei suoi uomini da parte delle forze americane e irachene. I controversi progressi del Governo iracheno, sia pure con indubbie attenuanti, e i contestati benchmark raggiunti, non sono le sole grane da risolvere per Bush, che oggi incontrerà i capi dei diversi reparti delle forze armate per fare il punto della situazione. Ora riemerge anche un’imbarazzante storia di armi americane finite nelle mani sbagliate, in quelle degli indipendentisti curdi del Pkk (che gli Stati Uniti classificano come organizzazione terroristica), invece che in quelle della polizia irachena. Il ministro della Difesa americano Robert Gates, dopo le sollecitazioni delle autorità turche in merito, ha escluso l’ipotesi avanzata da Ankara: «Non trattiamo con i terroristi. E certamente non ci sogniamo neppure di armarli». Ma ha anche assicurato di voler vedere chiaro nella faccenda. Così ha inviato in Iraq un team di 18 persone guidato dal generale Claude Kicklighter per appurare la quantità degli armamenti scomparsi. Kicklighter segue la vicenda da gennaio e nel rapporto del 31 luglio aveva parlato di 190mila armi affidate alle forze di sicurezza irachena e subito svanite nel nulla. Intanto, mentre anche ieri due soldati americani hanno perso la vita in diversi attacchi della guerriglia, un’altra ferita imbarazzante della missione americana in Iraq si è riaperta. Quella di Abu Ghraib, una galleria degli orrori in cui i prigionieri iracheni venivano torturati dai marines. Orrori per i quali erano stati condannati undici soldati. Ieri l’unico ufficiale che ha dovuto affrontare la corte marziale per il caso, il colonnello Steven Jordan, è stato assolto. Jordan ha detto che qualcuno voleva usarlo come capro espiatorio, ma lui non c’entrava nulla con gli abusi e con i detenuti nudi inseguiti dai cani. La sentenza di assoluzione ha sollevato le aspre critiche degli attivisti per i diritti umani. Damiano Beltrami