Niall Ferguson, Corriere della Sera 4/9/2007, 4 settembre 2007
E’ difficilissimo prevedere l’esatta portata di una crisi durante la sua fase acuta. In retrospettiva, abbiamo la tendenza a etichettare le crisi – siano esse finanziarie o geopolitiche’ come fenomeni eccezionali di brevissima durata: basti pensare al «lunedì nero», la crisi dei mercati azionari del 19 ottobre 1987, o all’«11 settembre», gli attacchi terroristici di sei anni fa
E’ difficilissimo prevedere l’esatta portata di una crisi durante la sua fase acuta. In retrospettiva, abbiamo la tendenza a etichettare le crisi – siano esse finanziarie o geopolitiche’ come fenomeni eccezionali di brevissima durata: basti pensare al «lunedì nero», la crisi dei mercati azionari del 19 ottobre 1987, o all’«11 settembre», gli attacchi terroristici di sei anni fa. Questa nozione di tremendi, ma brevi, scossoni rispecchia accuratamente la nostra tendenza umana a vivere nell’attimo presente. Eppure le vere, grandi crisi della storia si sono sviluppate nell’arco di mesi e anni, non in giorni. A mio avviso, in questo periodo stiamo vivendo una crisi prolungata o, per essere più precisi, due crisi. Una parola di incoraggiamento da parte del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, è bastata a convincere gli investitori che la crisi dei mutui ad alto rischio ( subprime) sta per esaurirsi e che presto tornerà il sereno. Ma io non ne sono tanto sicuro. Temo infatti che la strada della ripresa sarà ancora lunga. Per maggior chiarezza, pensiamo alla crisi asiatica del 1997-98, che ebbe inizio il 2 luglio del 1997 con l’assalto speculativo alla valuta tailandese baht e che terminò solo con l’intervento di salvataggio messo in atto dalla gestione di capitali a lungo termine (23 settembre 1998) e dai tre tagli successivi ai tassi di interesse effettuati dalla Fed il 29 settembre, 15 ottobre e 17 novembre. Si può tranquillamente affermare che quella crisi è durata, complessivamente, 503 giorni. Persino il crac del 1987 non si risolse certamente in 24 ore. Ci vollero 651 giorni prima che l’indice Dow Jones tornasse ai valori massimi anteriori alla crisi. Oggi mi chiedo, che cosa vedremo nei prossimi cinque o seicento giorni? Al momento, gli esperti concordano nell’affermare che le perdite complessive dovute alla crisi del mercato immobiliare Usa potrebbero ammontare a 100 miliardi di dollari, che derivano direttamente dalle inadempienze dei clienti senza garanzie che hanno chiesto prestiti e mutui, e ad altri 100 miliardi o giù di lì, che derivano indirettamente dai Cdo, obbligazioni garantite da prestiti e mutui. Tuttavia, non si riesce ancora a identificare con certezza chi sia stato maggiormente danneggiato da queste perdite. Nelle prossime settimane, con ogni probabilità vedremo una corsa alle vendite, man mano che gli investitori cercheranno di riscattare i fondi investiti negli hedge fund sospetti. Questo, a sua volta, potrebbe inasprire la pressione sulle banche che fungono da prime broker degli hedge fund. Ben Bernanke si era mostrato disposto ad aiutare temporaneamente le banche a corto di liquidità, aprendo uno sportello sconti alla Fed. E’ comunque assai improbabile che sia pronto a salvare una banca insolvente e ancor meno un hedge fund fallito. Quando si sono diffuse nel sistema finanziario, le onde d’urto della crisi hanno provocato la perdita di posti di lavoro. E’ importante ricordare quanto siano più importanti i servizi finanziari oggi rispetto a vent’anni fa. Nel frattempo, in America il mercato immobiliare sta assistendo NIDASIO a qualcosa che è accaduto solo poche volte dagli anni Sessanta in poi: i prezzi medi delle case stanno scendendo. Gli esperti prevedono che i prezzi delle abitazioni scenderanno almeno del 10% prima della fine della crisi. Si annunciano inoltre molti pignoramenti nei prossimi diciotto mesi, man mano che i mutui per un valore di circa un trilione di dollari verranno ricollocati a tassi più elevati. La combinazione di stretta creditizia, la perdita di posti di lavoro nei servizi finanziari e immobiliari e un crescente pessimismo tra i consumatori potrebbero rivelarsi un cocktail più velenoso di quanto non siano disposti a immaginare molti investitori. Ho passato giovedì al New York Stock Exchange, la Borsa più grande del mondo. L’atmosfera della vigilia di festa del Labor Day era serena, quasi a voler sdrammatizzare il volume eccezionale di scambi effettuati nell’ultimo mese. La volatilità è tornata, più pericolosa di prima, con un mercato altalenante a giorni alterni. Ma la tendenza al ribasso sarà ancora più marcata se la gente comincia a credere che negli Stati Uniti la recessione è dietro l’angolo. Né i dolori saranno confinati all’America del Nord. Malgrado tutti i discorsi incoraggianti sullo «sganciamento » dell’Asia dagli Stati Uniti, i prossimi diciotto mesi potrebbero svelare le debolezze della regione asiatica, la cui economia fa sempre affidamento alle esportazioni verso il mercato americano. La crisi geopolitica odierna si svolge lungo un arco temporale altrettanto esteso. Dall’invio dei rinforzi americani, la sicurezza in Iraq ha fatto indubbiamente molti progressi, come conferma anche l’ultimo rapporto della Brookings Institution sul tasso di perdite civili in Iraq, ammirevole per la sua imparzialità. Eppure il tasso mensile di mortalità non ci dice nulla sulle immediate prospettive di pace. Si stima che 655 civili iracheni abbiano perso la vita il mese scorso negli attacchi suicidi. Settantacinque soldati americani sono morti e 402 sono stati feriti. Nel frattempo, le prospettive per una soluzione politica duratura e pacifica al conflitto che divide sciiti, sunniti e curdi sembrano assai remote. In patria, la fiducia dei cittadini nella strategia del presidente Bush ha toccato il punto più basso. Sotto questo punto di vista, il presidente Bush ha forse visto giusto nel tracciare un parallelo tra l’Iraq e il Vietnam. L’America cominciò a interrogarsi sulla guerra del Vietnam dal giorno dell’offensiva Tet, che iniziò alla fine del gennaio 1968. Dall’ottobre 1968 in poi, dai sondaggi risultava che una netta maggioranza di americani considerava ormai la guerra un errore. In quel periodo, erano già stati avviati i negoziati di pace di Parigi tra gli Stati Uniti e il Vietnam del Nord, ma si arrivò alla firma solo il 27 gennaio del 1973. In altre parole, l’agonia della guerra del Vietnam si protrasse per oltre 1.800 giorni. Né fu quello il capitolo conclusivo della storia. Saigon fu espugnata solo il 30 aprile del 1975 e l’ultimo ambasciatore americano del Vietnam del Sud venne prelevato in elicottero dal tetto dell’ambasciata. Allo stesso modo, la conclusione dell’intervento americano in Iraq sarà decisa non a Bagdad, bensì a Washington, anche se l’epilogo della tragedia sarà di nuovo un ponte aereo, stavolta dalla Zona Verde. Prima o poi, questo presidente o il suo successore si troverà ad affrontare una pressione pubblica insostenibile e sarà costretto a ordinare il ritiro dei soldati americani dall’Iraq. E questo accadrà, come in Vietnam, prima che la situazione nel Paese abbandonato sia stata veramente stabilizzata. Ed è altrettanto prevedibile che la fine di un Iraq unito, ricalcando il destino del Vietnam del Sud, sarà altrettanto sanguinosa. La grande crisi della politica estera americana, di pari passo con la crisi finanziaria a combustione lenta che stiamo attraversando, si dipanerà nell’arco di centinaia, forse migliaia di giorni. Per tutto questo tempo, leggeremo nei comunicati stampa che l’invio di truppe supplementari ha dato i risultati sperati e che i mercati si stanno riorganizzando. Ma si tratterà semplicemente di voci e rumori, le solite interferenze sulle onde radio della storia. Come nei primi anni Settanta, tutte le crisi finanziarie e geopolitiche del nostro tempo sono strettamente, e inesorabilmente, collegate tra loro. © Niall Ferguson, 2007 Traduzione di Rita Baldassarre di NIALL FERGUSON