Enrico Marro, Corriere della Sera 4/9/2007, 4 settembre 2007
ROMA – Retribuzioni quasi ferme e nove milioni di lavoratori in attesa di contratto. Sono le ultime rilevazioni, diffuse ieri dall’Istat, che sembrano confermare come le regole di rinnovo dei contratti stabilite 14 anni fa con l’accordo del luglio ’93 siano in crisi: non più in grado di assicurare un rinnovo rapido dei contratti di lavoro e di redistribuire i guadagni di produttività, dove ci sono
ROMA – Retribuzioni quasi ferme e nove milioni di lavoratori in attesa di contratto. Sono le ultime rilevazioni, diffuse ieri dall’Istat, che sembrano confermare come le regole di rinnovo dei contratti stabilite 14 anni fa con l’accordo del luglio ’93 siano in crisi: non più in grado di assicurare un rinnovo rapido dei contratti di lavoro e di redistribuire i guadagni di produttività, dove ci sono. A luglio, le retribuzioni rilevate dall’Istituto di statistica, sono aumentate dello 0,1% rispetto a giugno e dell’1,8% nei confronti del luglio 2006, il tasso più basso degli ultimi 4 anni. Appena sopra il tasso di inflazione, pari all’ 1,6%. Non solo: 8,9 milioni di dipendenti continuano a lavorare con un contratto scaduto, non rinnovato né nella parte normativa né nella parte economica. A fronte di una variazione tendenziale media dell’1,8%, gli incrementi più alti delle retribuzioni sono stati registrati nei seguenti comparti: energia elettrica, gas e acqua (5,1%), edilizia (4,1%), servizi alle famiglie (3,5%), commercio, gomma e plastiche, estrazioni minerali (3,4%). Le buste paga sono invece cresciute meno nei settori: difesa e assicurazioni (0,6%) e forze dell’ordine (0,3%). Salari fermi per i lavoratori di pubblici esercizi, alberghi, credito, scuola, ministeri, regioni, autonomie locali e servizio sanitario nazionale. Nel comparto pubblico, infatti, ancora devono arrivare gli aumenti (comprensivi degli arretrati) decisi con i rinnovi contrattuali in via di definizione. A luglio risultava che solo il 25,7% dei lavoratori aveva rinnovato il contratto. Gli altri, invece, cioè 3 dipendenti su 4, lavoravano col contratto scaduto da un tempo più o meno lungo. Il rallentamento della crescita delle buste paga, in piena polemica sul carovita e sui rincari di settembre, ma anche in pieno dibattito sulle tasse, ha scatenato sinistra e sindacati. La Cisl torna alla carica, attraverso il segretario confederale, Giorgio Santini, con la proposta di riformare il sistema contrattuale: «Dobbiamo adottare un modello più attento ai tempi, triennalizzando la durata dei contratti (adesso la parte economica si rinnova in teoria ogni due anni, ma sono poche le categorie che non ritardano, ndr) e integrare la contrattazione nazionale con quella aziendale o territoriale», che oggi riguarda solo una minoranza dei lavoratori. La Cgil, invece, con il segretario confederale Marigia Maulucci, preferisce porre l’accento sulle responsabilità del governo, chiedendo «un intervento mirato che assuma il tema del potere d’acquisto di salari e stipendi come fattore di equità, ma anche di crescita per il complesso dell’economia ». Anche Paolo Pirani, per la Uil, chiede che il problema dei redditi sia inserito immediatamente in Finanziaria, «incentivando la contrattazione decentrata» e «abbassando le tasse sul lavoro», come previsto dall’accordo su pensioni e welfare firmato da governo e sindacati lo scorso 23 luglio.