Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 04 Martedì calendario

Quando si sente dire che bisogna mettere fine alla guerra in Iraq, sono sempre tentato di chiedere a quale guerra si voglia far riferimento

Quando si sente dire che bisogna mettere fine alla guerra in Iraq, sono sempre tentato di chiedere a quale guerra si voglia far riferimento. Oggi, sul suolo iracheno, si combattono come minimo tre guerre, accanto a molti altri conflitti secondari. La prima, e la più tragica, è la battaglia per il predominio tra sunniti e sciiti. La seconda è la campagna per isolare e sconfiggere Al Qaeda in Mesopotamia. La terza è la lotta della minoranza curda in Iraq per difendere e rafforzare il suo governo regionale nel nord del Paese. Esaminando queste guerre in ordine inverso, il Kurdistan rappresenta sicuramente il successo più sorprendente degli ultimi quattro anni: le sue province sono governate secondo direttive in gran parte laiche e godono di una notevole prosperità economica, mentre l’antica guerra fratricida del Paese si è stemperata nell’ultimo decennio. I curdi sono inoltre attivi nel centro del Paese: i loro ministri per gli affari esteri e la gestione delle acque sono considerati da tutti come i funzionari più capaci e intelligenti, nonché affidabili, al punto da prestare le proprie unità di combattimento alla coalizione nelle operazioni contro i ribelli a Bagdad, Falluja e altrove. Le forze di Al Qaeda nella regione evitano di ingaggiare scontri armati contro questo vero esercito del popolo, prendendo di mira di preferenza la popolazione inerme, e benché vi siano stati attacchi con camion carichi di esplosivo nella capitale curda di Erbil e nella città di Kirkuk, tuttora oggetto di contese, si è trattato per lo più di eventi sporadici. Sul secondo fronte, in base alle informazioni che ricevo via email dai soldati impegnati nella provincia di Anbar e ad altre testimonianze attendibili, si evince che le accozzaglie sanguinarie di combattenti stranieri e psicopatici locali che compongono le milizie di Al Qaeda hanno calcato fin troppo la mano e oggi, persa ogni speranza di sostegno locale, agiscono con maggior ferocia, di pari passo con la sconfitta e l’eliminazione dei loro capi. Questo significa che esiste una separazione e polarizzazione politica anche in seno alla comunità araba sunnita. Una recente analisi ha suggerito addirittura che ciò che resta del partito Baath, ormai passato alla clandestinità, abbia rotto ogni rapporto con Al Qaeda. significativo che anche gli antichi sicari del deposto dittatore iracheno Saddam Hussein oggi provino disgusto davanti alle tattiche terroristiche di questi gruppi anonimi. Non si può cantar vittoria troppo precipitosamente, ma se gli Stati Uniti sono riusciti effettivamente non solo a sbaragliare, ma soprattutto a screditare Al Qaeda in un grande Paese arabo e musulmano come l’Iraq, questo fatto va riconosciuto come un successo storico. La terza area di combattimento è la più scoraggiante. Il governo del primo ministro Nouri al Maliki, a mio avviso, ha dimostrato il suo carattere inequivocabilmente settario dal giorno in cui ha decretato ed eseguito in modo tanto vergognoso la condanna a morte di Saddam Hussein. Maliki stesso di recente ha criticato le forze della coalizione per aver effettuato incursioni nei distretti sciiti di Bagdad. Forse qualcuno dovrebbe ricordargli che le forze armate americane non sono a sua disposizione per puntellare il potere sciita. Sono i partiti laici, che hanno abbandonato il suo governo traballante, a rappresentare le forze che meritano il sostegno morale degli Stati Uniti. In altre parole: una famiglia americana che ha perso un figlio o una figlia in difesa del Kurdistan libero o nella lotta contro Al Qaeda trova motivo di consolazione per aver sacrificato una vita a una giusta causa. Lo stesso non si potrà dire di un soldato caduto in un’imboscata per le viuzze di un quartiere, colpito alle spalle da un poliziotto in uniforme che fa il doppio gioco come membro delle milizie teocratiche sciite. A Bassora e altrove, queste milizie sciite rispecchiano la divisione che esiste tra i sunniti sia facendosi guerra tra di loro, sia accogliendo o rifiutando le ingerenze dell’Iran negli affari iracheni. Questo conflitto secondario rende difficile accettare la proposta avanzata da alcuni analisti e politici americani, che invocano la spartizione del Paese lungo linee divisorie etniche e religiose. In quel caso, sarà difficile ritrovarsi con tre mini Stati, nettamente delineati, suddivisi tra arabi sunniti, sciiti e curdi. Invece, è assai più probabile che ci sarebbero ulteriori divisioni all’interno delle ripartizioni, mentre Iran e Arabia Saudita si farebbero avanti come protettori di questi o quelli; senza contare, nel frattempo, l’inevitabile slancio verso la «pulizia etnica» di città e province a popolazione mista. L’annientamento della vita politica e della società civile sotto il regime dittatoriale di Saddam Hussein si riflette nell’ insipienza delle figure politiche che gli sono succedute (l’eccezione curda conferma quanto già accennato: il Kurdistan si era sottratto al controllo baathista già da un decennio prima della caduta di Saddam). Ci vorrà un bel po’ di tempo prima che da questa terra devastata emergano protagonisti politici credibili e svincolati da logiche settarie, capaci di affrontare il clima di intimidazione e di violenza che le forze dell’ultima dittatura hanno creato, e che i fautori di un avvenire ancor più cupo vorrebbero riportare in auge. Nel frattempo, la senatrice Hillary Clinton e il senatore Carl Levin fanno benissimo a denunciare il governo di al Maliki e a dichiarare che né lui né i suoi colleghi del partito Dawa meritano il sacrificio di tante vite americane. Ma che hanno da dire sugli altri due conflitti in corso? Hillary Clinton, in particolare, ha affermato in più occasioni che non possiamo abbandonare i curdi, come abbiamo fatto in passato. Non sarebbe lecito chiederle se è tuttora di questo avviso? E forse non ho afferrato bene le opinioni di Carl Levin sulla lotta contro Al Qaeda nella regione: che cosa ha detto esattamene? La prossima sfida elettorale verterà giustamente, e in buona parte, sulla questione dell’Iraq. E le risposte a queste domande rappresentano un test di serietà che tutti gli elettori dovranno tenere bene a mente. Christopher Hitchens