Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 03 Lunedì calendario

C’è una donna che ha vinto la maratona di ieri dal divano di casa sua, a New York. Senza di lei non ci sarebbero stati i 42 km di Osaka al femminile, piazzati nel giorno d’onore, l’ultimo, e pagati dagli sponsor più di quelli maschili

C’è una donna che ha vinto la maratona di ieri dal divano di casa sua, a New York. Senza di lei non ci sarebbero stati i 42 km di Osaka al femminile, piazzati nel giorno d’onore, l’ultimo, e pagati dagli sponsor più di quelli maschili. Ripresi, pubblicizzati e attesi anche se Paula Radcliffe era a casa.
Kathrine Switzer è stata la prima donna a correre una maratona, si è iscritta a Boston, nel 1967, con le iniziali K.V. Switzer e quando l’organizzazione si è accorta di lei, era tardi. Il presidente Jock Semple l’ha raggiunta sulla macchina dei fotografi e l’ha spinta via, lei ha retto, gli altri concorrenti hanno protestato e l’hanno fatta arrivare al traguardo: 4 ore e 20 minuti, anche se il risultato è stato omologato solo nel 1996. Ha avuto cronometri migliori, in carriera ha corso 35 di queste gare e vinto a New York nel 1974. Ha appena scritto una biografia, «Marathon Woman» per festeggiare l’anniversario di quella follia e ora si gode il successo. «Pazzesco è capitato nel corso della mia vita, un cambio sociale così enorme in solo 40 anni, pensate cosa potrà succedere ora».
Quanti chilometri ci sono voluti per arrivare da Boston 1967 a Osaka 2007?
«Meno di quelli che credevo. Quel giorno, dopo la gara, ero esausta e non per la fatica. Ero incredula perché sapevo di essere un’anomalia e certo immaginavo che avrei fatto discutere, ma quelle reazioni isteriche non erano prevedibili. Chi correva mi incoraggiava ma gli spettatori mi urlavano: torna in cucina».
Pensava di smettere?
«No, anche se i momenti di scoraggiamento ci sono stati. Mi allenavo al gelo, tutta intabarrata, uscivo con un gruppo di soli ragazzi ovviamente e loro dopo qualche metro mi salutavano. Io lì a chiedermi perché cavolo lo stessi facendo. Cinque anni dopo hanno ammesso le donne nelle maratone».
Qualcuno le ha chiesto scusa?
«No, ma io non le ho aspettate. Anche con il presidente della corsa di Boston, che mi aveva spinto via come se gli infettassi la gara, ci siamo poi parlati. Mi ha confessato di essere convinto che una donna non poteva fare tutta quella fatica, temeva che la sua competizione diventasse una pagliacciata. Sono scoppiata a ridere».
Vede la maratona di ieri come una rivincita?
«Ho dimostrato che non ero una mitomane. Le donne sono perfette per la maratona, sono cocciute e resistenti e non mi fraintendete: io sono per l’uguaglianza, non per la superiorità e ognuna fa storia sé, però che Paula Radcliffe guadagni più di un maratoneta uomo mi dà un gran gusto, che fossero le donne giapponesi ad avere in mano l’onore della patria, le uniche a portare una medaglia e per di più in una gara così massacrante, è stato molto bello».
Lei in Giappone ha organizzato delle corse, come è andata?
«Complicato come sempre. La prima volta sono arrivata in Giappone nel 1976, ho presentato il mio progetto e già allora c’erano sponsor che giravano. Mi hanno risposto: da noi le donne non corrono. Sono andata avanti e l’anno dopo ho visto partire 4 maratone a Osaka, Tokyo, Sapporo e Fukuoka. Oggi le giapponesi capaci di gareggiare sulla resistenza sono considerate vere eroine, in un paese dove ancora la donna non è socialmente considerata alla pari con l’uomo».
Ma non hanno vinto.
«Reiko Tosa è arrivata al bronzo. Unica medaglia dei loro Mondiali, è tanto. Ha vinto una ragazza fortissima, Catherine Ndereba. Le kenyane come lei, prendono i soldi del premio, tornano a casa e costruiscono ospedali per bambini. Nascono cittadine di seconda classe e diventano rispettabili perché sanno correre. Se superi quei maledetti 42 chilometri, niente nella vita sarà così duro. Finire una maratona ti fa sentire onnipotente. Non è questione di chi vince, è un messaggio che passa».
Quale messaggio?
«Che il talento è ovunque, basta dargli un’opportunità e non sto parlando solo di filosofia. Lo sa quanti soldi prendono quelle giapponesi ogni anno? E’ uno dei pochi sport dove le donne contano più degli uomini».
Pensa che sia giusto? Nadal sostiene che le tenniste non possono guadagnare quanto lui perché giocano meno set.
«Temo che la Sharapova guadagni quanto lui, se ne faccia una ragione. Nella corsa poi, a New York ormai pagano di più le ragazze. E’ il potere di mercato: fanno vendere, interessano e firmano contratti. Sono loro le vere rock star. Hanno i riflettori addosso e in questi campionati hanno avuto anche il giorno d’onore. Ma, preparatevi, siamo solo all’inizio»

Stampa Articolo