Gian Enrico Rusconi, La Stampa 3/9/2007, 3 settembre 2007
Che cosa sarebbe la politica italiana senza gli acuti, puntigliosi, sarcastici o simpatetici commenti dei giornali quotidiani? Sarebbe certamente meno «divertente», come si usa dire
Che cosa sarebbe la politica italiana senza gli acuti, puntigliosi, sarcastici o simpatetici commenti dei giornali quotidiani? Sarebbe certamente meno «divertente», come si usa dire. Ma soprattutto sarebbe meno coerente o trasparente di quanto non appaia (stavo per scrivere: sarebbe una politica «meno razionale», ma mi trattengo dall’usare una parola così impegnativa). Sta di fatto che ogni giorno i commentatori dei giornali trovano una logica latente o nascosta, più o meno profonda, nelle dichiarazioni o negli atteggiamenti dei nostri politici, siano essi al governo o all’opposizione. Una logica che probabilmente gli interessati non sospettano di avere. Naturalmente ai commenti giornalistici si accompagnano consigli e suggerimenti, che sono impliciti nelle analisi fatte. il mestiere dei commentatori. E gli italiani sono bravissimi, lo dico senza ironia. Chi mai riuscirebbe a seguire e a spiegare la logica della politica italiana attuale ai colleghi europei, ad esempio? Questi in effetti nei loro servizi si limitano a riprodurre ciò che leggono sui giornali italiani, facendo la tara alle esagerazioni, all’enfasi e alle allusioni casalinghe, che sono impossibili da tradurre in lingua europea. Ma una volta depurata dall’enfasi o dalla scrittura spumeggiante, la politica italiana smette di essere «divertente», per diventare noiosa e ripetitiva. Così, spenti i fuochi d’artificio agostani, Berlusconi è sempre il solito Berlusconi, Prodi è sempre il solito Prodi, Bossi è sempre il solito Bossi. Il nuovo astro (faticosamente) nascente, Veltroni, è già interamente vivisezionato nelle virtù e nei vizi, anche se il giudizio finale è ancora sospeso. La sua stessa immagine pubblica-mediatica è sospesa. Ha tutti gli elementi perché possa essere alternativamente impallinato oppure elogiato come figura politica innovativa. I suoi legittimi competitori godono di un’attenzione della stampa che è straordinaria. La democrazia che non c’è all’interno delle formazioni partitiche, si crea al di fuori, sulla carta stampata. Curiosamente, al rituale dell’elezione del segretario del Pd sembra che non debbano partecipare soltanto i volonterosi della parte politica interessata, ma gli italiani tutti. Per quanto illusorio, anche questo è un autentico prodigio della stampa. Ma una volta che Walter Veltroni fosse eletto segretario del Pd, chi deciderà del suo ruolo effettivo a livello nazionale? Sarà la dinamica politica vera e propria, o ancora una volta l’atteggiamento della stampa, come punto di raccordo tra i professionisti dell’informazione, i pochi cittadini politicamente impegnati e gli umori imprevedibili di quella che chiamiamo «opinione pubblica»? uno strano interrogativo, che non avrei immaginato di formulare così esplicitamente un anno fa. Si sa che la prima cosa che al mattino fanno i politici è la lettura dei giornali. Verificano la posizione e la rilevanza che viene loro assegnata sui quotidiani nazionali e locali; controllano eventualmente che le loro parole o interviste siano state correttamente riportate. Naturalmente i politici importanti volentieri fanno sapere che loro non perdono troppo tempo a leggere i giornali. In effetti c’è qualcuno che lo fa sistematicamente per conto loro e riferisce loro ciò che è importante. Tra le cose essenziali da sapere c’è il contenuto dell’editoriale della (grande) firma giornalistica o il trend generale dei commenti. Si dirà che è un dovere sacrosanto del politico democratico comportarsi così. Certamente. Ma la mia impressione è che spesso il politico italiano legge per capire che cosa deve davvero dire o fare lui stesso. Di fronte a reazioni indesiderate o controproducenti per qualche sua sortita o comportamento, dichiara che si è trattato di «una provocazione» (o più prodianamente di una riflessione ad alta voce). come se il politico andasse avanti a tentoni e usasse la stampa come sensore. Una politica insicura in una democrazia, com’è il caso nostro, spinge la stampa (prima ancora che gli altri mezzi di comunicazione) oltre la sua classica funzione di critica e di stimolo. La fa diventare inconsapevolmente un surrogato di discorso politico. Stampa Articolo