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 2007  settembre 03 Lunedì calendario

Così ora è la municipalità di Roma a mettere a disposizione dei «graffitari» della Capitale muri ovviamente non monumentali appositamente scelti per essere trasformati in tavolozze urbane a colpi di «spray-can art», o se preferite imbrattati

Così ora è la municipalità di Roma a mettere a disposizione dei «graffitari» della Capitale muri ovviamente non monumentali appositamente scelti per essere trasformati in tavolozze urbane a colpi di «spray-can art», o se preferite imbrattati. A Torino, da sempre città-laboratorio, l’amministrazione comunale lanciò anni fa l’iniziativa Murarte, volta a riqualificare schegge di periferia colorandole con «interventi di estetica urbana». Pare che tutto sia nato nel 1998, grazie alla lettera scritta da un liceale all’assessore alla Gioventù, dove si leggeva: «Siamo stufi di operare nella clandestinità e rischiare di essere beccati, vorremmo esprimere la nostra arte liberamente... perché il Comune non ci dà un po’ dei suoi numerosi muri?». A quel punto, il dado era tratto. In Italia, la prima a definire i graffiti una nuova forma d’arte fu nei primi anni Ottanta Francesca Alinovi, una che a New York frequentava non solo Andy Warhol ma anche artisti allora giovanissimi e d’avanguardia, come Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, capaci di approdare alle gallerie d’arte della Grande Mela e da lì al Moma dopo un più o meno lungo «praticantato» underground. Pochi anni più tardi, da noi, anche nelle aule delle università si sarebbe parlato dei graffiti come dell’ultima frontiera dell’arte contemporanea, per esempio nei corsi di Estetica tenuti da Sergio Givone. Nomi come quelli di Fab 5 Freddy e Futura 2000 (un ex veterano del Vietnam che dopo aver trasfigurato interi isolati del Bronx aveva collaborato anche coi Clash di Joe Strummer) iniziavano a circolare non solo tra i ragazzi innamoratisi della bomboletta ma anche tra gli studenti di filosofia. Finché, due decenni dopo, ecco la mostra curata da Alessandro Riva al PAC di Milano, tra le più visitate della scorsa primavera, vera e propria musealizzazione del lavoro di «fat cap» di ragazzi come Atomo, Airone, Dado, Microbo, Tv Boy e Pao, clamorosamente benedetta dall’assessore Vittorio Sgarbi, che poco prima aveva definito i graffiti del già famigerato Leoncavallo più o meno «una nuova Cappella Sistina». Risultato: molti puri e duri della bomboletta, a fronte di tali e tante odierne consacrazioni, storcono il naso. E sui blog accusano i loro colleghi di «svendersi», e di prestarsi alla commercializzazione di un linguaggio nato a New York negli ormai lontani anni Settanta come appropriazione (illegale) degli spazi cittadini da parte dei giovani dei ghetti. C’è chi punta il dito contro l’idea di usare le tele al posto dei muri, com’è avvenuto al PAC in molti casi, ma anche chi stigmatizza il business dell’oggettistica e dei gadget ispirati ai graffiti. Uno come Pao, diventato un caso a Milano per aver trasformato in pinguini colorati gli orrendi dissuasori anti-parcheggio, risponde che la sua è «urbanistica dal basso», perché col suo lavoro (talvolta svolto alla luce del giorno, con un feed-back spesso sorprendentemente favorevole da parte di quei comuni cittadini che tutti immaginiamo infuriati nei confronti degli «imbrattatori») cerca di «sfruttare forme già esistenti per rendere meno anonimo e spersonalizzante il paesaggio urbano». Di certo, non si può non notare come proprio la clandestinità e l’illegalità fossero tra le caratteristiche fondamentali del fenomeno originario. Ma come si è detto, quelli erano gli anni Settanta. E nelle giovani generazioni c’era una gran voglia di ribellarsi, più che di chiedere l’autorizzazione all’assessore di turno, con tutte le conseguenze del caso. Infatti, mentre in Italia o in Germania in molti finivano per scegliere la lotta armata, a New York la polizia istituiva speciali unità anti-graffiti, e contestualmente si registravano i primi morti tra i «vandali». Tornando all’Italia del 2007, si potrebbe dire che anche in questo campo c’è chi in fin dei conti si riconosce in un progetto «riformista» e chi preferisce continuare a far parte dell’«ala radicale». Difficilmente si troverà una sintesi, pur nell’ecumenica Roma di Veltroni.