Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 03 Lunedì calendario

MAURIZIO TROPEANO

TORINO
Chissà che cosa hanno provato Fatata e Lela a farsi mungere in piazza Palazzo di Città nel cuore di Torino. Il loro «papà», Giuseppe Verderone, è al settimo cielo: «Siamo riusciti a far capire ai consumatori che i produttori sono dalla loro parte e che la colpa dei probabili rincari non è nostra che guadagniamo meno di 8 anni fa ma di chi trasforma e distribuisce il latte». Fatata, Lela e la piccola Opera si possono definire le armi speciali a cui fanno ricorso gli allevatori in questa guerra del prezzo del latte che viene combattuta anche da industriali e grande distribuzione e che rischia di vedere un’unica vittima: il consumatore.
Secondo un’indagine condotta nei supermercati di Roma e Milano, diffusa dall’Adoc, il prezzo medio del latte è variato in 6 anni del 36,3%. Secondo i consumatori l’Italia vanta anche il prezzo medio più alto alla stalla rispetto agli altri Paesi europei. Dati che rafforzano la tesi della Coldiretti sull’anomalia del sistema italiano visto che «nel resto dell’Ue il latte è venduto a valori vicini all’euro». Per Verderone il problema è che «dalla stalla al consumo c’è un rincaro del 325%». Per l’associazione allevatori di Torino un litro di latte costa molto meno dei 140 centesimi cui viene venduto. E per dimostrarlo ieri hanno portato un distributore automatico che in 2 ore ha fatto fuori 300 litri di prodotto fresco, imbottigliato in contenitore di vetro e consegnato con tanto di busta. Prezzo finale: 1 euro.
I distributori
Dunque, pagare di meno il latte si può. Almeno sulla carta. Il problema è che i distributori non possono soddisfare una domanda di massa. In provincia di Torino ce ne sono 35, l’associazione degli allevatori sta trattando col comune di Torino la possibilità di installarne anche in città. Ma è necessario modificare il regolamento comunale d’igiene. Che fare, allora? Verderone si dice convinto che «nell’insostenibile forbice tra i prezzi della produzione e quelli al consumo c’è sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e per non aggravare i bilanci delle famiglie».
L’obiettivo della Coldiretti è ottenere un aumento del prezzo pagato dalle industrie di trasformazione agli allevatori perché, per dirla col presidente nazionale Sergio Marini, «viene pagato il latte come una minerale». Qualcosa si è mosso al Sud, la richiesta che parte dal Piemonte è di aumentare la «remunerazione dai 32 cent attuali perché guadagniamo meno di 8 anni fa». Per il «papà» di Fatata, Lela e della piccola Opera l’aumento «è indispensabile altrimenti molte aziende saranno costrette a chiudere». Oggi il ricavo medio per gli allevatori, secondo i calcoli della Confederazione italiana allevatori, è tra i 5 e gli 8 centesimi al litro. «Un margine bassissimo».
Dal punto di vista del consumatore, però, cambia poco. Anche perché al di là del confronto con gli industriali il prezzo del latte è destinato comunque ad aumentare. Lo spiega Giuseppe Ambrosi, presidente di Assolatte-Confindustria: «Effettivamente ci saranno alcuni rincari sul prezzo al consumo, dipendono da fattori contingenti come l’aumento della domanda globale e del costo dell’energia, la siccità e fattori strutturali che riguardano tutta la produzione europea». Fattori contingenti che porteranno al ritocco dei prezzi. Quanto? Ambrosi parla di «eccessivi allarmismi». E i conti sono presto fatti: «Ogni giorno gli italiani spendono per il latte e i derivati 53 cent. E’ possibile che con questi aumenti pagheremo tra i 10/20 euro all’anno in più a testa».
Secondo gli industriali una delle cause degli aumenti è rappresentata anche dalla carenza di latte in tutta Europa: «L’Italia produce una quota inferiore al fabbisogno, per questo sarebbe bene ridiscutere la politica europea del comparto». Una politica regolamentata dal sistema delle quote che nel corso degli anni ci è costato milioni di euro a causa dello sforamento dei limiti. L’Ue, però, è pronta a intervenire. Potrebbe allargare i margini di produzione dall’anno prossimo, visto che l’offerta è inferiore stabilmente alla domanda. Difficile dire se questa scelta porterà benefici per le tasche dei consumatori.