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 2007  settembre 03 Lunedì calendario

Il più sbrigativo è stato Pecoraro Scanio: «Mastella - ha commentato - ogni quindici giorni minaccia la crisi di governo», e dunque non c’è nulla di cui preoccuparsi

Il più sbrigativo è stato Pecoraro Scanio: «Mastella - ha commentato - ogni quindici giorni minaccia la crisi di governo», e dunque non c’è nulla di cui preoccuparsi. Google, il motore di ricerca in rete che ha assunto il prestigio e l’ingombro di un oracolo, sembra dar ragione al leader dei Verdi: se digitate «Mastella minaccia crisi», in 0.23 secondi avete a disposizione 75.600 risultati fra cui scegliere. Troppa grazia, e troppo facile: perché la crisi minacciata e mai aperta è un’antica arma della Prima repubblica, prediletta dai partiti laici e non disdegnata dal Psi di Craxi. La logica del proporzionale la rendeva quasi inevitabile, perché era la via maestra per farsi notare e per ottenere qualcosa in più dagli alleati maggiori. Non deve dunque stupire nessuno se il fenomeno si è riprodotto pari pari nella Seconda repubblica, gemella inviperita della Prima. Quante volte Bossi e Follini, nei cinque anni di governo Berlusconi, hanno minacciato la crisi di governo? Mastella, insomma, è in buona compagnia, e in ottima se guardiamo alla sua maggioranza: non più tardi di un mese fa, Di Pietro minacciò la crisi perché la sua candidatura a segretario del Partito democratico non era stata accolta: «Chi non ci vuole non ci merita». Meno rapsodicamente, lo scorso dicembre il leader dell’Italia dei valori ventilò la caduta del governo a proposito di un comma della Finanziaria che accorciava i tempi di prescrizione dei reati contabili. L’incidente, genialmente, rientrò perché il governo promise un decreto che avrebbe cancellato la norma ancor prima dell’approvazione della Finanziaria. Sul versante sinistro dell’Unione, poi, è tutto un brulicare di minacce, ora dai Verdi, ora dai Comunisti italiani, ora da Rifondazione: l’ultima volta un mese fa, nel corso dell’estenuante trattativa interna alla maggioranza sulla riforma delle pensioni. Trattativa peraltro non conclusa, tanto che proprio da qui scaturisce l’ultima (prima di Mastella) minaccia di crisi, per bocca dell’altrimenti tranquillissima Emma Bonino: «Se malauguratamente Prodi dovesse accettare le modifiche chieste da Giordano al protocollo sul welfare, è evidente che si porrà una grave crisi di governo». Ciò che differenzia Mastella dai suoi colleghi di governo e di opposizione è semmai lo stile, la drammaturgia della minaccia: che non è mai un semplice gesto di stizza dettato dall’umore, ma viene costruito come un racconto, scena dopo scena, fino ad installarsi saldamente nel dibattito politico, dettandone l’agenda almeno per qualche giorno. La minaccia di Mastella, insomma, è la minaccia di un professionista. E, come tale, segnala sempre un nodo politico reale. Fatto sta che il 31 agosto, dal palco strapaesano di Telese, divenuto improvvisamente, come hanno notato con curiosa sincronicità Roberto Benigni e Sergio Romano, il «centro del mondo», Clemente Mastella, fondatore e leader indiscusso dell’Udeur (534.553 voti alle ultime elezioni politiche, pari all’1,4%), ha lanciato il suo anatema: «Se i ministri scenderanno in piazza contro un provvedimento storico e importante come quello sul welfare, sarà crisi di governo». La sceneggiatura dell’episodio è importante: il giorno prima aveva parlato Berlusconi; con Mastella, quel 31 agosto, c’era Veltroni; e l’indomani sarebbe arrivato D’Alema. Minaccia mediatica ad alto contenuto propagandistico, dunque. In altri casi la minaccia ha più il sapore dell’avvertimento politico, o anticipa un nuovo posizionamento: così, mentre era in corso la campagna per le amministrative e tutti davano per spacciata la maggioranza, Mastella a metà maggio chiese una «verifica» subito dopo le elezioni per «fare un tagliando di primo anno di governo». La «verifica» è una crisi virtuale, è una crisi in potenza: e Mastella dunque spiegò di aver fatto soltanto «una proposta», di non chiedere nessun «vertice», e insomma di esser soddisfatto così: la minaccia, in quel caso, bastava a se stessa. Altre volte ancora la crisi non è minacciata direttamente, ma scaturisce per dir così dalle cose stesse, è insomma il frutto di un’analisi politologica. Il 24 aprile, per esempio, giorno di inizio della raccolta delle firme per il referendum elettorale, Mastella vaticinò: «Nel momento in cui il referendum sarà indetto, ci sarà la crisi di governo». Il che è naturalmente opinabile; ma l’averlo detto significava che l’Udeur non avrebbe mai accettato una riforma penalizzante. Si trattò dunque di una minaccia a scopo di autodifesa. Come di autodifesa fu la minaccia scagliata lo scorso ottobre, quando Di Pietro affossò in Senato l’entrata in vigore della riforma della giustizia. In quell’occasione, Mastella s’inventò un minaccioso «Ufficio politico dei Popolari-Udeur» e gli affidò un comunicato di fuoco: «O Prodi ricorda al ministro Di Pietro che anche lui fa parte della maggioranza e lo convince a votare la riforma dell’ordinamento giudiziario, così come concordato con gli alleati, oppure saremo noi Udeur a prendere atto che la maggioranza non esiste più e ne trarremo le debite conseguenze». L’indomani, «per senso di responsabilità», Di Pietro votò la legge. Anche il 12 luglio scorso Mastella ha minacciato le dimissioni da ministro, e di nuovo mentre il Senato era impegnato a discutere di giustizia: bersaglio, questa volta, il senatore Manzione (Margherita), un cui emendamento sulla distinzione delle carriere in magistratura aveva raccolto i voti del centrodestra. In quell’occasione l’accordo fu raggiunto con il ritiro di un secondo emendamento Manzione, sulla presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari: la minaccia dunque ebbe un valore precauzionale. L’elenco e la classificazione potrebbero continuare a lungo, perché nel professionismo politico e nel senso dello spettacolo di Clemente Mastella si rinnova ogni volta un repertorio pressoché inesauribile. C’è tuttavia un significato politico in tutto questo minacciare, che travalica il pur legittimo diritto alla sopravvivenza: troppo squilibrata a sinistra, la coalizione sembra ogni tanto aver bisogno di una strattonata che la riporti in equilibrio. Le crisi (minacciate) allungano la vita dei governi.