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 2007  settembre 03 Lunedì calendario

Nirenstein Alberto

• Polonia settembre 1915, Firenze 2 settembre 2007. Scrittore • « stato uno dei più efficaci testimoni dell’Olocausto e un custode fedele dell´eredità spirituale dello ”Shtetl” ebraico. Cresciuto nella comunità semitica di Baranòv, dalle parti di Lublino, in Polonia, aveva perso il padre, un fratello, la matrigna e quattro sorellastre nel lager nazista di Sobibor. Dopo aver frequentato l’università di Gerusalemme e poi insegnato nelle scuole rurali della Palestina, si arruolò volontario nelle unità ebraiche dell’VIII armata britannica, partecipando alle campagne africane. Nel 1943, sbarcò in Italia combattendo a fianco degli eserciti alleati fino alla Liberazione. Dopo di che, ben presto, la sua vita si confonderà con l’attività di ricercatore. Al centro di tutto, i drammi della sua gente. Fra il ”50 e il ”53, Nirenstein, tornato in Polonia, diede inizio a questa sua missione. ”Trovai la mia cittadina”, avrebbe raccontato, ”nella situazione allucinante che segue una catastrofe cosmica. La stessa atmosfera scorsi nelle decine, nelle centinaia di città, paesi, borghi, dove pochi anni prima pulsava una vita ebraica rigogliosa, tenace, e di cui non è rimasto assolutamente nulla”. A Varsavia, scovò tra i fondi dell’Istituto Storico Ebraico diari di storici, di cronisti e anche di gente semplice, concernenti le varie fasi del supplizio e della Resistenza nel ghetto. Sarà questo materiale, tradotto all’originale ebraico o yiddish, il fulcro narrativo della sua opera maggiore, pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1958, e il cui titolo, Ricorda che cosa ti ha fatto Amalek, riproduce un versetto del Deutoronomio. Attraverso stralci di vita ”umili e preziosi”, quel volume offriva il quadro d’una tragedia e di un’epopea. Si legge ancora con stupore ammirato, per fare un esempio, il resoconto di eventi e personaggi del Ghetto, steso giorno per giorno dal giovane storico ebreo Emanuele Ringelblum e riportato alla luce da Nirenstein. Bambini con le loro mamme, contrabbandieri, tedeschi aguzzini, fame, miseria, malattie, episodi a volte perfino ilari, dai quali traspaiono - a dispetto del terribile contesto - barlumi di humour ebraico. Un volume curato da Nirenstein nel 1989, Diario dal ghetto di Lodz, offre dettagli impressionanti sui metodi organizzativi dei lager nazisti, tesi a ciò che Peter Weiss avrebbe definito l’’autogestione dello sterminio”: si assiste al primo sorgere di quelle compagnie di disciplina formate da deportati che accudivano all’eliminazione degli altri deportati nei forni, dai quali erano destinati a essere inghiottiti a loro volta. ”Come è stato possibile?” è l’interrogativo che torna in ogni pagina del libro dal titolo successo solo 50 anni fa, che Nirenstein pubblicò presso la Nuova Italia nel 1993. Vi si traccia un panorama dell’Olocausto in tutta l’Europa orientale. Anche qui l’ansia documentaria, l’imperativo della conoscenza, il virile assillo della testimonianza sembrano travolgere perfino la commozione e la pietà. Sui ricordi di tre generazioni di ebrei è centrato il volume Come le cinque dita di una mano, firmato, insieme al capofamiglia Alberto Nirenstein, dalla moglie Wanda e dalle figlie Fiamma, Simona e Susanna (Rizzoli 1998). [...]» (Nello Ajello, ”la Repubblica” 3/9/2007) • «[...] apolide. Allorché aveva chiesto la cittadinanza italiana, molti decenni fa, la nostra burocrazia aveva opposto le sue solite lungaggini e difficoltà; quando poi, in base a nuove leggi, il suo matrimonio con Wanda Lattes gliene avrebbe dato il diritto, aveva preferito lasciar perdere. Alberto era nato in Polonia, figlio di un piccolo bottegaio, in una cittadina dello shtetl, all’inizio di quella Grande Guerra che doveva aprire le cataratte delle sciagure europee. Della sua infanzia ricordava ancora lo stupore affascinato ma carico d’inquietudine con il quale lui e i suoi compagni spiavano le cerimonie religiose cattoliche, le processioni per le vie con le grandi statue ai loro occhi vagamente minacciose. Qualcosa di quell’antico stupore, poi mutatosi in interesse intellettuale, gli era rimasto nei tanti rapporti che in seguito gli sarebbe capitato di intrattenere con i cristiani, quando per l’appunto non si stancava di chiedere, di informare e di informarsi, di mettere a confronto le due grandi tradizioni. Alberto rimase sempre fedele all’ispirazione dell’ebraismo che ama definirsi laico, ma come può essere laico chi porta inciso per sempre nella carne e nell’anima l’ammonizione imperitura dello ”Shema’ Israel”. Ad allontanarlo da quel fragile piccolo mondo antico dello shtetl e a gettarlo nella fornace del secolo erano stati gli studi ma soprattutto la politica. Tra gli anni Venti e Trenta, per tanti giovani ebrei come lui, specialmente dell’Est europeo, politica aveva voluto dire il sionismo e insieme il comunismo, riuniti in una sola fiammeggiante utopia dall’Ha shomer ha-Tsair, con il suo sogno di uno Stato socialista e binazionale, arabo-ebraico, in Palestina, dove poco prima della guerra anche Nirenstein emigrò. Di quella moderna e generosa gioventù sionista, del suo idealismo ardente, Alberto conservò fino alla fine alcuni tratti distintivi: il disprezzo per la ricchezza e per tutto ciò che fosse ostentazione ed esteriorità, il tratto rude e sbrigativo, l’ampiezza spregiudicata degli interessi culturali, l’attenzione umana e culturale per gli ultimi (lui che in Palestina aveva fatto il maestro anche dei bambini arabi), e infine l’amore per la fisicità, il piacere del corpo disinibito all’aria aperta, nell’acqua. L’incontro con l’Italia avvenne nel l943. Vi sbarcò come soldato della Brigata Ebraica dell’ottava Armata britannica, vi trovò moglie, e dopo il ”45 vi restò per favorire l’immigrazione illegale in Israele degli ebrei in fuga dagli ex territori dell’Asse. Forse pensò che potesse essere una parentesi. Invece non fu così. Tornato temporaneamente in Polonia per ricostruire la resistenza dei suoi compagni dell’Ha-shomer, che fino all’ultimo erano caduti combattendo in pratica a mani nude nei ghetti contro i carnefici hitleriani (vicende che divennero poi l’oggetto del suo libro più noto, Ricorda cosa ti ha fatto Amalek, uscito da Einaudi nel ”58 e seguito da numerosi altri sullo stesso tema), vi fu trattenuto dalla paranoide crudeltà dello stalinismo, virtualmente prigioniero per ben cinque anni. Si consumarono in questo modo il suo addio al comunismo e la decisione di stabilirsi definitivamente a Firenze, anche se la sinistra da un lato, con i suoi travagli e le sue lotte intestine, e dall’altro il sionismo e il destino d’Israele (della cui stampa di orientamento radicale fu per tanto tempo corrispondente dal nostro Paese) rimasero fino alla fine le uniche e vere grandi passioni di Alberto Nirenstein. Ma pur partecipando egli in parecchie occasioni alla vita culturale specie di Firenze, il suo carattere schivo e insieme la feroce struttura di clan della nostra intellettualità, il suo sostanziale provincialismo, hanno sempre impedito che potesse essere ascoltata davvero la voce di questo intellettuale cosmopolita, di questo ebreo solitario, a cui l’Italia è riuscita ad essere rifugio, ma ha il rimorso di non aver saputo essere patria» (Ernesto Galli Della Loggia, ”Corriere della Sera” 3/9/2007).